Moacir Barbosa

Moacir Barbosa

Moacir Barbosa

 

L’uomo che morì due volte

Campinas, 27 marzo 1921. Un vagito acuto scuote la misera semplicità paulista del quartiere: è il saluto al sole di Moacir Barbosa Nascimento. Il Brasile lo bacia con la meraviglia della sua natura, ma non gli regala un’infanzia semplice; gli squilibri sociali lacerano i vicoli con la spietata inesorabilità di una forbice che si allarga: l’aristocrazia creola si arricchisce, la plebe indigena si consuma nella povertà.

I suoi figli si mescolano ai tanti sventurati che hanno salutato per sempre la loro terra natia dalle grandi navi dei mercanti di schiavi: nascono nuove generazioni, crescono culture che intrecciano l’armonia melanconica delle cantilene portoghesi all’energia nostalgica degli africani e alla voglia di vivere dei giovani che hanno oltrepassato l’ordalia dell’Atlantico.

Moacir Barbosa Nascimento sente queste vibrazioni sulla sua pelle d’ebano: sbarca il lunario in una fabbrica che produce imballaggi per i beni della bulimica borghesia brasiliana, ma i suoi sogni scivolano sottili sulla scia sorridente di un pallone di stracci. Ogni volta che lo colpisce, prende a calci la miseria delle sue strade; quando lo manda in fondo alla rete, alza gli occhi verso il futuro. Nessun gesto cambia la vita come un tiro: le parabole e le traiettorie regalano vantaggi, seminano inganni, bruciano la polvere. Moacir le disegna con forza, ma non ha la gentilezza dei predestinati: i suoi piedi scolpiscono, non accarezzano. I suoi muscoli guizzano in ogni direzione, ma non trasformano l’energia in gol.

Un giorno, l’allenatore del Clube Atlético Ypiranga lo osserva: le sue gambe esplodono, le sue braccia possenti accompagnano due mani robuste e poderose. Pensa che se quel ragazzo giocasse in porta farebbe la differenza: lo chiama, lo convince e lo trasforma nel più sicuro baluardo del calcio brasiliano. Pochi anni dopo, il Vasco da Gama gli offre un contratto e lo lancia nel Campeonato Sul-americano de Clubes Campeões di Santiago del Cile: Moacir domina il torneo e para a Ángel Labruna – stella del River Plate – un rigore decisivo.

Il Mondiale del 1950

Diventa un personaggio di culto: a ventisette anni è il simbolo difensivo della squadra più forte del Sudamerica e non vede l’ora di calarsi nell’atmosfera della Coppa Rimet. La dittatura militare che decide le sorti del Brasile ha sposato il progetto dell’ex padre-padrone dell’Estado Novo, Getúlio Dornelles Vargas: le meravigliose spiagge di Copacabana e Recife accolgono il Mondiale del 1950 e lo indirizzano nel nuovo tempio del calcio mondiale, l’Estádio Municipal. Quando i primi turisti del pallone lo contemplano, rimangono stupiti da due fattori opposti: la superba imponenza delle sue tribune e l’allegra leggiadria di un uccellino che ravviva il vicino paesaggio fluviale. I nativi lo chiamano Maracanã poiché lo associano al torrente che scorre nei pressi dello stadio, gli europei collegano questo meraviglioso suono al grande tempio del fùtbol e il Mito prende l’aspersorio battesimale: l’impianto sportivo più famoso del mondo ha un nome degno della sua bellezza.

Il Mondiale può iniziare! Barbosa e il suo Brasile sono la fábrica dos goles, ma si fermano all’esordio: il catenaccio svizzero blocca sull’1-1 le loro certezze, ma non impedisce al destino di proseguire verso il suo compimento. I padroni di casa spazzano via gli avversari, si qualificano per il girone finale e ipotecano la vittoria: il comitato organizzatore ha bandito gli scontri diretti e ha deciso di assegnare la Coppa alla squadra che chiuderà in vetta il quadrangolare conclusivo. Il Brasile ha spazzato via la Spagna e la Svezia: solo l’Uruguay di Obdulio Jacinto Muiños Varela separa Zizinho e Moacir Barbosa dalla Nike alata che il Presidente della FIFA ha fatto scolpire nell’oro per premiare la squadra Campione del Mondo.

La partita maledetta

I charrúa hanno bisogno di una vittoria; sanno che il Maracanã spingerà i loro avversari con una forza mai vista, ma non conoscono la paura. «Los de afuera son de palo»: il pubblico non esiste, c’è solo il campo. La Celeste tiene il campo, ma al 47° va sotto: Friaça castiga l’unica disattenzione dei suoi avversari e fa esplodere lo stadio più bello del mondo. Moacir Barbosa esulta, sente che il suo trionfo è vicino. Poi, la svolta: Alcides Edgardo Ghiggia disegna un triangolo, si invola sulla fascia e appoggia un candito al centro dell’area. Pepe Schiaffino lo mette sotto l’incrocio. 1-1. Il Brasile è ancora campione, ma c’è qualcosa di strano: i charrúa sono leggeri, giocano, lottano. Corrono. Ghiggia è imprendibile: insegue un lancio lungo, raggiunge il pallone, alza la testa. In mezzo all’area c’è un suo compagno, ma la sagoma nera di Barbosa non difende bene il primo palo. Il suo piede prepara il cross, ma all’improvviso si volta e battezza il montante più vicino; la sfera lo sfiora e accarezza la rete. 1-2.

Gli occhi di Moacir si spengono: quel tiro maledetto ha bruciato il suo tuffo, ha anticipato i suoi muscoli, si è preso gioco del suo talento. Il Brasile si butta in avanti, ma non riesce a cambiare la storia: la partita finisce e l’Uruguay è Campione del Mondo. Maracanaço. Il Brasile piomba nella disperazione e Barbosa diventa il capro espiatorio della sconfitta più amara di sempre: la rasoiata di Ghiggia ha spezzato la sua anima.

Il suo Paese lo condanna a morte, ma non lo uccide: i dirigenti federali lo lasciano giocare poiché vogliono offrirgli una possibilità di riscatto, ma lo espongono ai profluvi d’odio delle masse deluse. Nemmeno il suo Vasco da Gama lo accoglie con il calore che un atleta del suo spessore merita: si ritira, ma non smette di pensare a quell’errore e di rivivere l’istante che lo ha condannato all’ergastolo. Più di trent’anni dopo il maledetto pomeriggio del 16 luglio 1950, quando le nonne lo incontravano per la strada, attiravano l’attenzione dei loro nipoti e dicevano: «Lo vedi quel signore? Tanto tempo fa ha fatto piangere tutto il Brasile».

Moacir Barbosa è passato a un’altra dimensione il 7 aprile del 2000: la sua estrema povertà ha commosso tanti appassionati di calcio e la sua storia ha ricordato al mondo la crudeltà dello sport moderno. Prima che il suo corpo raggiungesse i suoi occhi – che erano stati freddati dal tiro di Ghiggia – la sua voce ha regalato al mondo una cruda verità: «La massima condanna prevista dalla legge brasiliana è di trent’anni, ma la pena che sto scontando io dura da cinquanta».

Daniel Degli Esposti
© Riproduzione Riservata

 

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Comments To This Entry
  1. Descanse em paz, Moacir.

    http://moacirbarbosa.wordpress.com/about/

    Moacir Barbosa on agosto 3, 2014 Reply

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