Zaire 1974

lo Zaire 1974

lo Zaire 1974

 

L’incredibile gesto di Mwepu

Nel 1974 i Mondiali di calcio si svolgono nella allora Germania dell’Ovest. Brasile campione in carica e super favorito insieme alla Germania organizzatrice dell’evento. Molto quotata anche la squadra olandese, quella del famoso «calcio totale». Vinceranno i tedeschi dopo una sofferta finale contro gli Orange evidentemente non ancora pronti a livello emotivo per reggere una pressione simile.

Ciò che colpisce di quella edizione, però, è la partecipazione della prima squadra dell’Africa sub sahariana, lo Zaire, appunto. Non la prima partecipazione africana in assoluto in quanto l’Egitto prese parte alla fase finale nel 1934 e il Marocco volò a Messico 1970, ma la prima di un team della cosiddetta Africa nera. Per comprendere appieno la portata di questo evento è necessario fare un salto indietro nel tempo, precisamente all’inizio degli anni Sessanta.

È necessario capire il contesto in cui matura la storia oggetto del racconto. Patrice Lumumba, uno degli eroi della lotta per l’indipendenza del paese, diventa primo ministro dell’allora Congo nel giugno del 1960 cercando di trasformare il paese in uno stato federale, senza grande successo, però. La situazione si fece sempre più caotica e, come sempre accade in questi casi, le grandi superpotenze fiutano la possibilità di mettere i loro artigli nei centri nevralgici della nazione. Stati Uniti e URSS, con le rispettive multinazionali economiche e politiche, fecero in modo di inserire il Congo nel grande gioco della guerra fredda. Lumumba parve orientarsi verso l’Unione Sovietica ma presto fu costretto a ritirarsi (e poi fu giustiziato) a favore del colonnello Mobutu che, furbescamente, restituì il potere ad un improvvisato governo che non riuscì a rianimare il paese.

Mobutu

Mobutu

 

Nel 1965, l’amministrazione americana guidata dal presidente Lyndon Johnson decise di intervenire nella regione tramite Mobutu. Il pericolo di nuovi disordini era, per gli Stati Uniti, assolutamente da scongiurare vista la contemporanea escalation di violenza in Vietnam. La possibilità di una infiltrazione sovietica incombeva come una fortissima minaccia e per questa ragione si appoggiò al colonnello che, anni prima, si era dimostrato pronto ad intervenire.

A questo punto entriamo nel vivo della nostra storia. Mobutu diventa il sovrano incontrastato del Congo. Come spesso succede con questi terribili e autoritari personaggi, vengono stabilite una serie di modifiche tutt’altro che sostanziali ma importanti, dal punto di vista formale, per legittimare il nuovo despota. Il nome del paese viene cambiato in Zaire (resterà tale fino al 1997), la capitale diventa Kinshasa (al posto di Léopoldville), negli uffici pubblici vengono imposti gli abiti tradizionali e ogni abitante deve assumere un nome tipicamente tribale. Il dittatore medesimo diventa Mobutu Sese Seko. Dittatura vera e propria con ferocia annessa. Un solo partito politico senza opposizione e lauti aiuti economici internazionali (soprattutto dagli USA e dall’Europa) fanno lievitare le sue finanze personali mettendo contemporaneamente in ginocchio la nazione. Arriviamo al 1974. Il calcio zairese è un calcio vincente grazie alle vittorie della Coppa d’Africa nel 1968 e, soprattutto, nel 1974. Anche a livello di club le soddisfazioni non mancano tanto è vero che l’equivalente della nostra Coppa dei Campioni viene vinta per ben tre volte, tra il ’67 ed il ’73, da squadre locali.

una fase della partita con la Scozia

una fase della partita con la Scozia

 

Mobutu non si lascia certamente sfuggire l’occasione per tentare di imporre al mondo il suo scomodo personaggio. Il calcio può ben essere uno strumento di propaganda e i giocatori ottimi burattini nelle sue mani. È già successo con Benito Mussolini nel 1934 e con Adolf Hitler nel 1938 per proseguire con la famigerata edizione dei mondiali del 1978 con l’Argentina in mano ai militari.
È talmente pieno di sé che non vorrebbe nemmeno un allenatore, perché mai dovrebbe affidare i suoi ragazzi a qualcuno che non sia lui? Per fortuna per lo sport e purtroppo per lui ci sono dei regolamenti da rispettare, la FIFA non ammette deroghe ai tiranni deliranti. Viene così individuato l’allenatore in Blagoje Vidinić, jugoslavo di Skopje, ex giocatore che da perfetto giramondo ha allenato, tra le altre, la nazionale del Marocco portandola ai mondiali del 1970. Sembra quindi l’uomo giusto con esperienza per guidare i Leopardi nell’avventura tedesca.
Prima della partenza Mobutu promette ai suoi giocatori numerosi premi, una casa e un’automobile. In cambio chiede di onorare il proprio paese e, soprattutto, lui. Non bisogna fare brutte figure, non bisogna coprirsi di ridicolo. I ragazzi volano in Germania contenti e pronti a giocare le partite del girone di ferro che li vede opposti a Scozia, Jugoslavia e Brasile.
La prima gara contro gli scozzesi non finisce nemmeno troppo male. Escono sconfitti per 2 a 0 ma giocano a viso aperto schierati con un 4-2-4 coraggioso. Mobutu, però, non sente ragioni come da copione consolidato. Non può tollerare nemmeno la minima sconfitta e quindi fa circolare la voce che i premi promessi sono svaniti nel nulla. Niente auto né casa per i Leopardi. A questo punto assistiamo a una vera e propria ribellione nello spogliatoio: i giocatori di Vidinić non ne vogliono sapere di presentarsi in campo per la seconda gara. Dopo aver saputo dell’annullamento dei premi c’è totale demoralizzazione e sconforto. Ore e ore di trattative e alla fine l’incontro si gioca.
Sarebbe stato meglio dare forfait. Sarebbe stato meglio non giocare proprio quell’incontro visto quello che provocherà. 9 a 0 per la Jugoslavia, la più sonora sconfitta patita da una squadra alla fase finale del mondiale. Africani completamente incapaci di reagire e per di più con il portiere Robert Kazadi che, in lacrime, chiede di essere sostituito. Non si era mai verificato prima che un giocatore fosse sostituito per sua esplicita richiesta e non per decisione tecnica. Mobutu è al limite dell’esplosione, non può capacitarsi di essere ridicolizzato in questa maniera. Invia i suoi uomini nel ritiro della nazionale con il seguente messaggio: «Perdete 4 a 0 o peggio contro il Brasile e nessuno di voi tornerà più a casa». Il colpo è durissimo per la squadra, la tensione sale alle stelle, la difficoltà dell’incontro successivo ancora più elevata. Il Brasile ha bisogno di almeno tre gol per qualificarsi e i giocatori africani ben comprendono che sarà battaglia vera. La politica si è saldamente fusa con lo sport, la megalomania di Mobutu si è scontrata con il vero valore della squadra che non può reggere il confronto con le più blasonate rivali. I giocatori sono davvero disorientati. Il sogno di partecipare al mondiale si è trasformato in una partita per la vita. Loro, Leopards, minacciati e costretti a giocare non più per la gloria e i premi bensì per evitare che succeda il peggio alle proprie famiglie.

il portiere Kazadi

il portiere Kazadi

 

Arriviamo alla gara tanto temuta: sabato 22 giugno a Gelsenkirchen è di scena la nazionale verdeoro del Brasile. Primo tempo sufficiente per archiviare la partita con le reti di Jairzinho, Rivelino e Valdomiro.
Minuto 85, il minuto chiave di questo nostro racconto, il minuto in cui si materializza l’episodio che farà passare alla storia un calciatore mai salito prima agli onori della cronaca, il minuto in cui il coraggio prende il sopravvento su tutto. L’arbitro Nicoale Rainea fischia una punizione al limite dell’area dello Zaire. Rivelino, con il suo sinistro fatato, si appresta a sferrare il tiro, una punizione che sembra un calcio di rigore per il suo sinistro fatato. Il possibile 4 a 0, le ritorsioni di Mobutu, la fine dei suoi compagni di squadra, la sorte delle loro famiglie.
Questi sono i pensieri che affollano e sconvolgono la mente di Ilunga Mwepu, 25enne terzino del TP Englebert (oggi TP Mazembe). Decide che non può finire così, non deve finire così. Non è giusto per lui e per i suoi amici che hanno creduto alle promesse e sono stati beffati da colui che li aveva esaltati all’inizio.
Qui finisce la storia ed inizia la leggenda: Mwepu si stacca dalla barriera prima del fischio dell’arbitro, calcia con forza la palla (rischiando di colpire in faccia Rivelino) mandandola ben oltre il centrocampo. Lo stadio ammutolisce, l’arbitro non può che ammonire il giocatore che sembra far finta di non capire, i brasiliani increduli non sanno come reagire.

il gesto di Mwepu.jp

il gesto di Mwepu.jp

 

Poi il pubblico presente esplode in una fragorosa risata, i brasiliani si guardano tra di loro scherzando su quel giocatore che evidentemente non conosce le regole fondamentali del calcio. Povero africano, pensano. Come può essere arrivato fino al mondiale senza conoscere le regole basilari del gioco, si chiedono?
Quello di Mwepu è un gesto senza senso se non sai il retroscena. Per anni è stato percepito come il segnale dell’arretratezza del calcio africano, della sua infantilità. In realtà è stato un profondo atto di ribellione verso il potere rappresentato da Mobutu che si era comprato tutto il possibile, un profondo atto di ribellione verso il Brasile che pur non infierendo faceva melina. In quel mondiale i ragazzi africani erano passati dalle promesse di ricchezza alla concreta possibilità di non fare ritorno a casa e quella folle corsa verso il pallone era un urlo di insubordinazione, un «basta» gridato con tutta la rabbia possibile. Contro tutto e contro tutti.
Mwepu salvò la vita dei suoi compagni, non certo l’onore agli occhi di Mobutu. Una volta rientrati in patria, la squadra venne sciolta e i giocatori diventarono “persone non gradite”.
Come un testamento a memoria futura restano le parole di Mwepu, ormai 53enne, alla BBC nel 2002: «Sono orgoglioso, e lo sarò sempre, di aver rappresentato l’Africa nera alla Coppa del Mondo. Ma abbiamo stupidamente creduto che saremmo tornati a casa diventando milionari. Guardatemi ora, vivo come un vagabondo. Quando tornammo in Zaire i nostri contratti vennero stracciati e nessuna promessa mantenuta. Mobutu sosteneva che avessimo riportato indietro di venti anni la percezione del calcio in Africa. No, no, tornassi indietro lavorerei sodo per diventare un contadino e nulla di più».
In realtà Ilunga Mwepu è diventato l’eroe di quei mondiali e non solo. È diventato il simbolo della ribellione giusta e pulita ad una forma assurda di totalitarismo presente anche nello sport.
Per quella folle corsa verso il pallone dovremo essergli grati così come dovremo ammirare per sempre il suo coraggio.

Gabriele Radaelli
© Riproduzione Riservata

 

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