Paralimpiadi

L'origine delle Paralimpiadi (@ getty images)

L’origine delle Paralimpiadi (@ Getty Images)

 

L’invenzione di Ludwig Guttmann

Sembrava accadessero miracoli all’ospedale di Stoke Mandeville, nel Buckinghamshire. Anche se, dopo aver assistito all’ecatombe del secondo conflitto mondiale, la gente stentava a crederci.
La guerra era cessata, lasciando dietro di sé un’oscura scia di devastazione; macerie, cadaveri senza volto né nome e ferite, alcune delle quali inguaribili. Era in atto un lento e inarrestabile processo di rinascita.

I soldati tornati dal fronte non erano più gli stessi uomini che erano partiti: segnati nel corpo e nell’anima dall’orrore di un’esperienza disumana, faticavano a riconciliarsi con le semplici faccende dell’esistenza quotidiana. Furono accolti in patria da eroi, ma la verità era che molti di loro venivano ormai considerati pezzi inservibili. Orrendamente mutilati, senza gambe o braccia, il fisico straziato dal fuoco delle esplosioni: gli eroi della guerra venivano celebrati in base alla gravità delle loro ferite.

Si riconosceva a questi uomini il merito di aver onorato la nazione, per poi abbandonarli a loro stessi. La maggior parte di loro non era destinata a sopravvivere a lungo; laddove il fisico resisteva era il morale a cedere, conducendoli rapidamente alla morte nell’arco di qualche mese. Molti di questi soldati furono ricoverati nel Centro per Lesioni Spinali di Stoke Mandeville, in un paesino poco distante da Londra. Qui trascorrevano le loro giornate immobili in un letto; eppure un tempo avevano attraversato il cielo.

Gran parte dei pazienti ricoverati nel centro erano stati piloti della RAF, l’aviazione inglese, e avevano difeso la Gran Bretagna dalle truppe naziste. A quel tempo la disabilità era considerata un’autentica disgrazia, una condizione sciagurata e senza scampo. Nessuno si preoccupava di dare a queste persone una speranza, gli si offriva solo lo schiaffo pietoso della commiserazione. Venivano definiti “inguaribili” e chiusi nel centro come in una prigione.

Il primo febbraio 1944 la direzione di Stoke Mandeville fu affidata al neurologo tedesco Ludwig Guttmann; non si trattava di un uomo qualunque. Lui aveva una missione.

Ludwig Guttmann   (©Getty Images)

Ludwig Guttmann (©Getty Images)

 

Il personale del centro si stupì dell’entusiasmo con cui il Dottor Guttmann, laureato a Oxford e molto conosciuto in Germania, accoglieva un incarico che era a tutti gli effetti disperato. A Stoke Mandeville c’era poco da fare; d’altronde tutti sapevano quale fosse la sorte di chi aveva una lesione spinale: si trattava di malati terminali. Ma Guttmann non era dello stesso avviso.

La sua presenza scombussolò come un uragano il centro di Stoke Mandeville. Smise di trattare i pazienti come dei relitti umani, iniziò a parlare con loro e a chiamarli per nome. Quelle persone erano ex soldati, eroi. Avevano visto il peggio ed erano sopravvissuti, meritavano rispetto.
Poi, nello sconcerto generale, disse che era venuto il momento di sollevarli dal letto.

Il “De Coubertin” dei disabili

Ludwig Guttmann era ebreo: aveva vissuto sulla sua pelle la follia insensata della seconda guerra mondiale. Nel suo paese natale, la Germania, gli fu impedito di esercitare la professione di medico, malgrado i numerosi riconoscimenti accademici ottenuti. Per sfuggire alle leggi antisemitiche il Dottor Guttmann fu costretto a fuggire in Inghilterra con la moglie e due figli ancora piccoli, Dennis e Eva.

La sua vocazione era salvare la gente e in Germania aveva già fatto quanto poteva. Durante la Notte dei Cristalli, il 9 novembre 1938, aprì l’ospedale di Breslau al maggior numero possibile di ebrei. Quando la Gestapo gli si presentò davanti domandando spiegazioni per quella cifra spropositata di ricoveri improvvisi, lui inventò una diagnosi per ogni paziente. «Sono tutti malati», disse, sostenendo lo sguardo degli uomini in divisa, mentre passeggiava disinvolto tra i letti.
Con questa farsa improvvisata riuscì a salvare oltre sessanta persone dai campi di concentramento. Poi però rischiò di finirci lui stesso, ragion per cui divenne inevitabile la fuga. Quando approdò a Stoke Mandeville, a guerra conclusa, non era altro che un piccolo uomo con gli occhiali, dotato di infinita compassione, di un forte senso di giustizia e di un coraggio immenso.

Non era ben visto dallo staff del centro per lesioni spinali, che spesso gli rimproverava di non saper trattare con quei pazienti. I suoi metodi erano talmente innovativi da apparire sbagliati. Lui in realtà sapeva benissimo cosa stava facendo, e non aveva scelto Stoke Mandeville per caso.
Da ragazzo aveva assistito come volontario uomini che avevano subito un infortunio sul lavoro, all’Accident Hospital di Konigshutte. Qui aveva conosciuto un minatore paralizzato, costretto in un ingessatura che lo ricopriva da capo a piedi. Abbandonato a se stesso, cinque settimane dopo l’uomo era morto tra atroci dolori.
Quel fatto rimase indelebile nella sua memoria. Ora che era medico voleva garantire ai suoi pazienti una sorte diversa.

«Nessuno voleva occuparsi di questi pazienti, che puzzavano di urina», riporta la testimonianza della dottoressa Allison Graham nel libro di Susan Goodman “Spirit of Stoke Mandeville“. «Venivano lasciati nel letto per mesi, all’epoca. Le loro medicazioni venivano ignorate sulla base del principio per cui si riteneva che i pazienti affetti da lesioni spinali non avessero sensibilità. Il comportamento che andava per la maggiore era: tanto a chi importa?».
Guttmann, invece, aveva un’idea diversa di riabilitazione. Rimosse i pazienti dall’impalcatura di gessi e dagli impianti che, immobilizzandoli, causavano piaghe da decupito. Poi li sollevò e li mise a sedere; infine li convinse ad abbandonare i loro letti, spostandoli su sedie a rotelle.

Stabilì che ciascun degente dovesse essere voltato su un fianco dagli infermieri ogni notte, con una periodicità fissa. In questo modo riuscì a ridurre la mortalità dell’80 per cento e, soprattutto, fece una cosa a quel tempo inimmaginabile, promise a quegli uomini senza più speranze la prospettiva più agognata: un futuro.
Il suo intento era di reintrodurre queste persone nel mondo, prepararle alla vita che là fuori avrebbero ritrovato. Per questo motivo avviò dei laboratori all’interno del centro, dove gli uomini potevano praticare lavori manuali, come la falegnameria, oppure riparare orologi.

I primi atleti paralimpici

I primi atleti paralimpici

 

La vera rivoluzione compiuta da Ludwig Guttmann, però, fu di avvicinare questi uomini mutilati, moribondi, paralizzati, all’attività sportiva. Offrì loro lo sport come un antidoto per sopravvivere. Lo sport divenne parte integrante del loro programma riabilitativo: ai malati fu imposto di esercitarsi a tiro con l’arco ogni giorno, praticare un’ora di tennis tavolo, giocare a basket, proprio con la stessa regolarità con cui si prende una medicina.
Guttmann intuì che l’esercizio fisico avrebbe rinvigorito il corpo, la muscolatura che tendeva a indebolirsi a causa della paralisi e, allo stesso tempo, comprese che la sottile sfida da sempre insita nell’attività sportiva avrebbe ravvivato l’amor proprio dei malati, la loro dignità di uomini. La buona riuscita dell’iniziativa spinse il dottore a allargare i propri orizzonti, avviando una vera e propria competizione sportiva.

Al centro i suoi pazienti lo chiamavano “Poppa”, per la sua aria da capitano; in seguito gli fu affibbiato un soprannome ben più calzante, scelto da Papa Giovanni in persona: «Il “De Coubertin” dei disabili».

I Giochi di Stoke Mandeville

Il 28 luglio 1948 si tennero i primi giochi ufficiali per atleti disabili. Il germe delle moderne Paralimpiadi fu una gara di tiro con l’arco, cui parteciparono quattordici uomini e due donne. Si sfidavano due squadre opposte, da una parte i pazienti di Stoke Mandeville, dall’altra i degenti della Star and Garter Home di Richmond.
Era nata così la Federazione Internazionale dei Giochi di Stoke Mandeville (ISMGF); da quel momento la ricorrenza si tenne ogni anno con una periodicità regolare. Sempre più persone venivano ad assistere ai miracoli del Dottor Guttmann, incuriosite e affascinate dalle sue tecniche riabilitative. La fama del dottore visionario varcò i confini dell’Inghilterra, fino a raggiungere l’Italia.

Le prime Paralimpiadi

Le prime Paralimpiadi

 

Le prime Paralimpiadi

A Ostia un altro medico stava portando avanti un’attività non molto diversa da quella avviata dal Dottor Guttmann, si chiamava Antonio Maglio e dirigeva il Centro per Paraplegici di Villa Marina. Dall’incontro tra i due luminari scoccò la scintilla: Guttmann voleva esportare i Giochi fuori dall’Inghilterra e Maglio propose come campo di prova la capitale italiana, considerando che nel 1960 l’XVII edizione delle Olimpiadi si sarebbe comunque svolta a Roma. Non c’era ragione per cui non dovesse essere lo stesso anche per le competizioni tra atleti disabili. Ebbe inizio così un progetto senza precedenti. I due medici si accordarono, con l’intento di trasmettere un messaggio di speranza a tutte le persone del mondo affette da una forma di disabilità.

A Roma, nel 1960, per la prima volta nella storia i disabili condivisero la stessa città e gli stessi alloggi riservati agli atleti olimpici, gareggiando sulle stesse identiche piste. Gli sfidanti venivano da ogni parte del mondo, presero parte a una kermesse che contava un totale di nove eventi. La Gran Bretagna sbaragliò ogni concorrenza, facendo il pieno di medaglie, di cui 21 d’oro, 15 d’argento e 18 bronzi. Il piccolo dottore ebreo naturalmente fu presente all’evento, poté osservare compiaciuto il culmine del suo lavoro: era riuscito a mostrare alla gente un nuovo modo di concepire la diversità.
Il sogno visionario di Ludwig Guttmann si era realizzato.

L’eredità di Guttmann

In una scena del format televisivo targato BBC, The Best of Men, dedicato all’impresa leggendaria del Dottor Guttman, avviene uno scambio di battute memorabile, che racchiude in sé il significato stesso delle Paralimpiadi.
«Sono i Giochi Nazionali», viene fatto notare sarcasticamente a Guttmann. «Le definizione di nazionale implica che vengano selezionati soltanto i migliori: la miglior squadra di cricket, la miglior squadra di rugby. Mentre queste “persone” sarebbero il meglio di…cosa?».
Al che Ludwig Guttmann risponde semplicemente:

«Loro sono i migliori tra gli uomini».

Un'immagine di Stoke Mandeville

Un’immagine di Stoke Mandeville

 

Il termine Paralimpico deriva dal prefisso greco «para», che significa parallelo.
Oggi il logo ufficiale dei Giochi Paralimpici è composto da tre elementi che si assemblano in una mezzaluna asimmetrica dai colori intrecciati: rosso, blu e verde, a simboleggiare rispettivamente la mente, il corpo e lo spirito.

Una concezione ripresa anche nel motto che accompagna la manifestazione sportiva: «Spirit in motion», spirito in movimento.

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

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