Ran Laurie

Ran Laurie in allenamento (© Fox Photos/Getty Images)

Ran Laurie in allenamento (© Fox Photos/Getty Images)

 

Una medaglia per il Dottore

«Non ho visto la medaglia sino alla mia tarda adolescenza. Mio padre era molto, molto modesto, la teneva in un cassetto e non nominò mai il suo passato. Fu solo per caso, un giorno in cui andai a pescare con i miei genitori, che lo scoprii. Mio padre si mise ai remi e io chiesi a mia madre se sapeva quello che stava facendo».

E sì, che lo sapeva. Era campione olimpionico di canottaggio e quella medaglia nel cassetto era del materiale più prezioso.

Nell’aprile 2016 Hugh Laurie, indimenticato volto del burbero e amato Doctor House televisivo, ha ricordato nello show americano di Jimmy Fallon l’amato e stimato padre di origine scozzese. Dottore (sul serio, lui), e vincitore di una medaglia d’oro per il Due Senza ai Giochi di Londra 1948.

Laurie senior, che tutti chiamavano Ran, è stato definito dal saggista Daniel James Brown “forse il capovoga britannico migliore della sua generazione, 85 kg di potenza, grazia e acume”. Una persona decisamente riservata, ma inequivocabilmente dotata e vincente in un periodo in cui il canottaggio era tra le discipline olimpiche più popolari.

Uno sport di famiglia

Laurie junior ha ricordato il padre in più occasioni nel corso della sua carriera: dopo l’iniziale ellissi, il canottaggio divenne infatti un affare di famiglia. Hugh, iscritto al prestigioso college di Eaton, divenne capitano della squadra di canottaggio. Nel 1977 fu convocato nella nazionale britannica juniores e l’anno seguente s’iscrisse all’Università di Cambridge, con cui partecipò alla leggendaria regata nota come Boat Race, diventata storica per il mondo remiero, che vede sfidarsi dal 1829 gli equipaggi di Oxford (nei colori del blu scuro) e Cambridge (in blu chiaro). Non vinse e in seguito dovette abbandonare la disciplina per un grave problema di salute. Fu così che “virò” sulla recitazione unendosi alla compagnia universitaria Footlight Club e divenne il personaggio che abbiamo conosciuto negli anni Duemila.

Hugh Laurie nel 1980 a Cambridge (© http://theboatraces.org)

Hugh Laurie nel 1980 a Cambridge (© http://theboatraces.org)

 

Nel libro del 2004 Battle of the Blues, a cura di Christopher Dodd e John Marks, Hugh Laurie scrive il suo ricordo del padre, che sempre per Cambridge vinse la Boat Race per ben tre volte consecutive: «Sulla scrivania tengo la fotografia di mio padre e Jack Wilson mentre ricevono la loro medaglia d’oro sul pontone di Henley nel 1948. Jack è sciolto, vivace, mio padre un palo sull’attenti. Credo che la foto descriva molto bene i due caratteri, o forse ogni figura descrive una parte dell’altra; erano veramente due uomini eccezionali. Tosti, modesti, generosi e, mi piace pensare, senza il minimo pensiero di un guadagno personale nel corso delle loro intere vite. Onestamente credo appartenessero a una razza scomparsa».

Il costruttore di barche George Yeoman Pocock parlando del canottaggio sosteneva che «uno sport come questo – duro lavoro, poca gloria, eppure popolare in ogni secolo – deve celare una bellezza che gli uomini comuni non possono vedere, ma gli uomini straordinari sì».

E straordinari erano questi ragazzoni che si allenavano con qualsiasi condizione atmosferica sul Tamigi.

Ran Laurie nacque il 4 giugno 1915 a Grantchester. Membro del prestigioso Leander Club di canottaggio, aveva cominciato a farsi notare nella scuola di Monkton Combe, entrando tra le file dell’Hermes Club a Cambridge nel 1933. Qui conobbe Jack Wilson, di un anno più grande, originario di Bristol. Cominceranno a fare squadra insieme e diverranno amici. Nel 1934, 1935 e 1936 assicurano a Cambridge la vittoria della Boat Race. La gara al tempo radunava sulle sponde del Tamigi un pubblico tra il mezzo milione e il milione di tifosi. Nel 1934 timoniere della squadra è John Noel Duckworth, definito dal Times “basso di statura, grande di cuore”: li conduce a una serie di successi e per Cambridge è un trampolino verso le Olimpiadi del 1936.

Duckworth, intervistato dalla BBC nel 1961, ricorda quanto fosse stato difficile vincere nel 1935: «C’erano stati vari cambi di allenatori, Peter Haig-Thomas aveva lasciato Cambridge (aveva lasciato o era stato allontanato?) ed era andato ad allenare Oxford».

Era una giornata tempestosa, Oxford la grande favorita. Cambridge parte subito in testa allungando la distanza. Una manovra azzardata, vicino alla riva, consacra la vittoria ai blu chiari.

Le Olimpiadi del 1936

L’equipaggio di Cambridge è il prescelto per la partecipazione ai Giochi di Germania nell’Otto Con. Soltanto due membri verranno presi fuori dal campus. Wilson non c’è: è partito per prestare servizio in Sudan.

La sua assenza è un vuoto pesante.

L’equipaggio britannico, però, è forte della propria esperienza sul Tamigi. La strategia inglese prevedeva di restare indietro, ma a distanza ravvicinata, vogando lentamente e con forza, in modo da costringere gli avversari ad aumentare il ritmo troppo presto. Sarebbe poi stato di Duckworth, cappello da cricket e foulard da timoniere, il compito di lanciare la barca a sorpresa in volata; mentre le altre squadre, sfinite, non avrebbero contrastato la corsa.

La finale è il 14 agosto. Il superamento delle qualifiche vale come passaggio diretto per lo scontro finale, mentre gli equipaggi sconfitti si devono affrontare nel ripescaggio, perdendo un prezioso giorno di riposo.

Il campo di regata di Grünau è composto da sei corsie. La quinta e la sesta sono esposte ai venti dominanti sul Langer See, mentre dalla prima alla terza sono per gran parte del tracciato protette dalla vicinanza con la sponda sud del lago.

La posta in gioco di quell’edizione olimpica è già stata chiarita dalla vicenda di Jesse Owens. L’Otto Con statunitense è galvanizzato. È formato da nove ragazzi dello Stato di Washington, di mestiere contadini, pescatori e taglialegna. Sono giunti nel continente pieni di motivazione. Un giornalista inglese che ha seguito gli allenamenti scrive che la squadra è da tenere d’occhio. Tutti gli equipaggi sono agguerriti.

La qualificazione vede gli inglesi in seconda corsia. Partenza alle 17 e 15. Laurie e Duckworth partono bene; dalla quarta corsia i giapponesi si distaccano rapidamente in testa e gli inglesi si attestano alle loro spalle. Seguono Cecoslovacchia, Francia e Stati Uniti, che sono partiti male. Verso la metà della gara i nipponici cominciano a dare segni di cedimento: passano in coda insieme ai cechi. Anche la Francia rallenta. Americani e britannici rimangono da soli, ingaggiando un ritmato testa a testa. Il gruppo rimane indietro. In vista della scritta dell’arrivo, gli americani aumentano la frequenza. Ran affonda le pale in acqua in modo forsennato.

Sempre nel libro Battle of the Blues, il figlio Hugh conferma la vigorosa vogata del padre. Lui è un adolescente di 89 kg, il padre un cinquantenne dedito al giardinaggio. Si allenano insieme: «Dovevo remare come un pazzo per tenere la barca dritta. La sua potenza e la sua forza di volontà erano spaventosi. Semplicemente, non remava in modo leggero. Saltava sul puntapiedi quasi volesse spaccarlo».

Eppure, in quell’edizione dei Giochi, Laurie come capovoga avrebbe dovuto, più che spingere la barca, dettare il ritmo, tanto che la pala del suo remo era più piccola e stretta rispetto ai compagni. La pala piccola evitava che si sfiancasse e perdesse la forma, impedendogli tuttavia di avere una presa piena.

I ragazzi del Leander mantengono la prua davanti agli statunitensi. Mancano 150 metri al traguardo. Ma gli americani non mollano: negli ultimi venti colpi danno tutto, superano di potenza la barca britannica e tagliano il traguardo con 6 metri di vantaggio. È nuovo record mondiale e olimpico.

Per i nove americani c’è un appuntamento fissato con la Storia: a Laurie e Duckworth non basterà vincere al ripescaggio del giorno seguente. Sotto gli occhi di Hitler e dei suoi gerarchi, l’oro andrà agli Stati Uniti, protagonisti di una strepitosa rimonta che lascerà al secondo posto gli italiani, al terzo posto i tedeschi e fuori podio i britannici.

Un fermo immagine dell'arrivo alla finale Otto con delle Olimpiadi 1936

Un fermo immagine dell’arrivo alla finale Otto con delle Olimpiadi 1936

 

Duckworth si darà la colpa di quel quarto posto. Divenuto prete, fu inviato con la guerra nel Sud del Pacifico, dove, contravvenendo agli ordini, rimase al fianco dei soldati britannici feriti e circondati dalle truppe giapponesi. Quando arrivarono i soldati e si prepararono a giustiziare i feriti, Padre Duckworth li rimproverò e fu pestato a sangue e inviato nel famigerato Change, il campo di prigionia di Singapore. Fu costretto a marciare per 354 km nella giungla assieme agli altri 1679 prigionieri, per finire a lavorare come schiavo alla linea ferroviaria dalla Thailandia alla Birmania. Testimonianze di prigionia evidenziano come combinò le qualità di timoniere con quelle di cappellano, alleviando le pene dei detenuti, esortandoli, coccolandoli, riprendendoli verbalmente se necessario. Morivano di difterite, beriberi, colera, vaiolo e torture: Padre Duckworth continuò a lavorare fianco a fianco a loro. Tornarono a casa in 250 e lui fu tra questi.

Il Times nel suo necrologio, nonostante il quarto posto di Berlino, scriverà che fu «uno dei più formidabili timonieri del canottaggio inglese periodo pre-guerra».

Laurie sosterrà che se il suo amico Wilson avesse fatto parte della squadra, la medaglia d’oro sarebbe stata sicuramente inglese. Dopo le gare lo raggiunse in Sudan, e qui ripresero ad allenarsi. In mezzo al deserto africano incontrarono anche il coach Eric Phelps, che condusse i britannici Jack Beresford e Dick Southwood alla medaglia d’oro nel due di coppia maschile ai Giochi di Berlino, con ulteriore disappunto del Führer. Phelps si trovava nel deserto come autista di Maurice von Opel, membro della celebre casa automobilistica. L’auto su cui viaggiavano era in panne. Laurie li trovò e indirizzò gli sfortunati verso Wilson che si trovava nella capitale Khartoum.

I successi dei “ratti del deserto”

La coppia Laurie-Wilson, soprannominata “i ratti del deserto”, torna in patria per vincere la Henley Royal Regatta: il primo calice d’argento è preguerra, vinto nel 1938, il secondo arriva dieci anni dopo, nel 1948.
Il Calice del 1948 è sia consolazione per le edizioni saltate delle Olimpiadi del 1940 e 1944, sia il biglietto per l’edizione londinese del 1948.

Laurie e Wilson premiati a Londra 1948

Laurie e Wilson premiati a Londra 1948

 

Un mese dopo il Calice, arriva la medaglia d’oro olimpica nel due di coppia maschile, vinta in un’appassionante sfida con svizzeri e italiani, in una gara che Ran definirà «la migliore vogata che abbiamo mai fatto».

Dopo Londra 1948, Laurie si dedicherà alla professione medica, continuando a partecipare come arbitro e membro d’onore alle più importanti competizioni remiere inglesi.

I britannici dovranno attendere la fine degli anni Ottanta, con Steve Redgrave e Andy Holmes, per tornare a eccellere nella disciplina.

Melania Sebastiani
© Riproduzione Riservata

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