Storia 7 – I giochi nell’Italia pre-romana

Lottatori nella Tomba degli Auguri a Tarquinia (520 a.C.)

Lottatori nella Tomba degli Auguri a Tarquinia (520 a.C.)

 

L’agonismo prima di Roma

Mentre in Grecia l’atletismo sacro inizia la sua splendida parabola, la competizione agonistica, con forme ed importanza diversa, si impone come una componente non inusuale anche nella vita dei vari popoli della nostra penisola non ancora soggetta a Roma.

Trattare questo argomento vuol dire addentrarsi in un terreno non facile, caratterizzato com’è attualmente da supposizioni, ipotesi e teorie in gran parte da dimostrare. A differenza di quanto è avvenuto per l’agonismo sacro e non della Grecia del periodo pre-classico, mancano infatti quasi del tutto testimonianze e documentazioni, se si escludono alcuni accenni piuttosto vaghi di qualche autore e non frequenti rinvenimenti archeologici.

Nonostante questi problemi e l’oggettiva complessità della questione, occorre dedicare una certa attenzione al tema, in quanto necessaria premessa a ciò verrà detto in seguito sull’agonismo nel pensiero romano.

Prima di entrare nel vivo della questione, è il caso di far qualche cenno ad un fenomeno che, assente in ambito greco, si impone invece nell’area italica sin dalle più remote origini, attraversando poi la storia della civiltà romana quasi per intero.

Un nuovo fenomeno

I duelli armati, che si evolvono in età repubblicana nei munera gladiatorii, rappresentano un elemento del tutto eterogeneo rispetto all’evento atletico. Non si può tuttavia negare che all’agonismo siano in una certa misura contigui, rivolgendosi allo stesso pubblico, e soprattutto condividendone, almeno a partire da una certa epoca, il fine della spettacolarità, caratteristica peculiare della concezione italico-romana. Fine che accomuna del resto una terza forma di spettacolo, la più longeva: la corsa dei cavalli, della quale parleremo a lungo anche nei prossimi capitoli, per analizzarne le complesse valenze politiche ed ideologiche destinate ad accrescersi sino all’epoca bizantina.

Allo stato attuale degli studi, appare incontestabile il legame tra i giochi funebri e la tradizione legata al combattimento e al sangue. In questo senso, il duello gladiatorio avrebbe sostituito il puro e semplice sacrificio di vittime umane effettuato a scopo propiziatorio per l’anima del defunto.

La genesi del combattimento è stata tradizionalmente identificata nelle costumanze etrusche, sulla base di quanto affermato dallo storico greco di età augustea Nicola di Damasco, tramandato in epoca commodiana da Ateneo. Gli studi contemporanei sono invece inclini a mantenere una posizione di aperto dubbio, soprattutto a causa della mancanza di prove archeologiche.

Non ci è infatti giunta alcuna rappresentazione grafica a supporto della tesi, ad esclusione forse di alcune pitture tombali a Tarquinia. In questi affreschi, un personaggio mascherato e barbuto (indicato come Phersu) fa assalire da un cane molosso un prigioniero incappucciato, munito di una clava come arma di difesa. Il prigioniero è impastoiato da una grossa fune, che ne limita fortemente i movimenti. Un capo della corda è collegato al cane, su cui agisce attraverso un pungolo, mentre la seconda estremità è nelle mani del Phersu, che, mediante la possibilità di strattoni, diviene quindi arbitro della sorte, verosimilmente atroce, dell’uomo.

il gioco del Phersu

il gioco del Phersu

 

Non esiste tuttavia alcuna certezza che queste crude raffigurazioni siano legate alle onoranze per il defunto, e le ultime ricerche appaiono quindi decisamente orientate ad identificare l’origine dei giochi funebri italici (e poi dei munera romani) nella koinè osco-campana. Lo proverebbero le decine di affreschi del IV Secolo a.C. ritrovati su lastre tombali a Paestum e Capua, che raffigurano uomini armati di scudo e lancia in combattimento alla presenza di un arbitro.

Per completezza e per chiudere la digressione, va comunque detto che esiste tuttora un margine di dubbio sul come l’usanza dei duelli funebri sia pervenuta a Roma, se direttamente per influsso campano o attraverso la mediazione degli Etruschi.

Venendo all’aspetto direttamente legato all’agonismo, qualche parola va spesa sulle raffigurazioni della prima Età del Ferro, ed in particolare tardovillanoviane, che riportano a moduli legati a celebrazioni e feste. In essi la sacralità dell’evento e i valori fondanti del complesso tribale si esplicano in rappresentazioni di danze e ritmi, ma anche di prove di forza ed abilità dei giovani. Non è difficile immaginare come questi comportamenti rituali episodici possano in seguito essersi evoluti in realtà strutturate, e possano aver originato varie forme di celebrazione sacra, da quella musicale a quella agonistico-ludica.

Ma quali erano in definitiva le discipline praticate nell’Italia pre-romana?

Le prime discipline

La forma di gara più naturale, assieme alla corsa, è il combattimento tra due uomini, che, quando è praticato in assenza d’armi, si trasforma quasi inevitabilmente in pugilato.

In effetti, la sua pratica è attestata sin dalla metà del VII Secolo a.C., come testimonia la situla d’argento dorato, detta di Plikasnas, di origine ceretana, ritrovata a Chiusi e conservata al Museo archeologico di Firenze. Da questa splendida rappresentazione abbiamo la conferma di quanto ci è tramandato anche da fonti antiche, quali Aristotele, Plutarco ed Eratostene: i combattimenti erano effettuati al suono del doppio flauto. Oltre a rappresentare un sintomo di raffinata cultura estetica, il fatto ci riconduce a quella commistione tra musica e confronto atletico che abbiamo ricordato in precedenza, a proposito delle raffigurazioni Tardovillanoviane (una civiltà per altro, quella Villanoviana, che vari studiosi identificano come progenitrice dei Tirreni).

Anche qui, come nelle di poco precedenti descrizioni omeriche, è previsto un premio. Nel caso specifico, un lebete, ossia un grosso catino in metallo, sostenuto da un treppiede e destinato a sacrifici e abluzioni. L’ipotesi più accreditata è che il combattimento avvenga all’interno di giochi funebri, ma mancano ancora conferme definitive.

La situla di Plikasnas

La situla di Plikasnas

 

Ad epoca forse ancora più remota potrebbe essere datata la comparsa della lotta, anche questa riconducibile ad una naturale evoluzione del combattimento tra due avversari. All’VIII secolo a.C. risale infatti un coperchio di ossuario, rinvenuto a Poggio Renzo presso Chiusi, e attribuibile alla civiltà Villanoviana. Se le due figure avvinghiate in una presa fossero effettivamente lottatori, cosa molto probabile sulla base della postura simile ad altre scene di lotta più tarde (come i bronzetti di Murlo, VII-VI Sec. a.C), il coperchio testimonierebbe la precocissima presenza della disciplina nelle onoranze funebri villanoviane e poi etrusche.

L’urna villanoviana dei lottatori

L’urna villanoviana dei lottatori

 

Il cavallo era naturalmente al centro della vita quotidiana delle classi abbienti e conseguentemente delle attività ludiche delle popolazioni italiche. Per quanto concerne in particolare gli Etruschi, il possesso di un cavallo come segno di distinzione aristocratica, è attestato dai morsi ritrovati nelle sepolture già di età villanoviana, persino in alcune femminili.

La nascita e lo sviluppo delle discipline equestri si inquadra però in un di poco più tardo ambito di diffusione che copre l’intero bacino mediterraneo. Abbiamo già avuto modo in precedenza di citare il racconto omerico, ma analoghi riferimenti potrebbero essere ritrovati nei riguardi di altre civiltà contemporanee. In Egitto, per esempio, dove, addirittura già a partire dal Nuovo Regno (1552-1069 a.C.), le corse con i carri a due ruote coinvolgevano il Faraone stesso, i principi, i dignitari di alto rango e i capi militari, e dove non mancano neppure documentazioni grafiche di corse a cavallo. O in ambiente Minoico, come confermano svariati testi rinvenuti su tavolette.

In Etruria, l’esistenza del carro è attestata in età molto antica, dalla seconda metà del IX secolo a.C. circa. Lo prova ad esempio il modellino di biga rivenuto a Tarquinia, nella Tomba 44 di Selciatello di Sopra. L’epoca di massima diffusione inizia tuttavia in epoca più recente, a partire dal VII-VI Secolo a.C. Le rappresentazioni artistiche connesse alla sfera equestre diventano allora un argomento piuttosto frequente sia negli affreschi delle tombe che nelle decorazioni e nell’oggettistica destinata ai ceti aristocratico-nobiliari. Si tratta dapprima di espressioni connesse per lo più a parate e occasioni di rappresentanza, che non tardano però a lasciare sempre più spesso posto a richiami agonistici, specie verso la fine del VI Secolo.

È in questo quadro complesso, per molti versi contraddittorio e comunque ancora ampiamente da decifrare, che inizia l’osmosi tra le culture italiche e la splendida civiltà della Magna Grecia.

È infatti appena il caso di sottolineare l’evidente fatto che i rapporti intensi e secolari con la civiltà greca da parte degli Etruschi, delle popolazioni centropeninsulari e dei latini stessi non poterono non esercitare influenza anche sulle costumanze ludiche dei popoli italici.

Proprio alla cultura ellenica va verosimilmente ricondotta l’introduzione definitiva dell’agonismo nell’Italia arcaica. Erodoto riporta infatti nella sua Historia la leggenda tirrenica secondo la quale i giochi atletici furono introdotti in Etruria (a Cerveteri) per volere dell’Oracolo di Delfi, come espiazione dopo un’atrocità commessa dai Ceriti verso i prigionieri greci a seguito della battaglia navale di Alalia (540 a.C.) e della pestilenza scoppiata subito dopo. Il racconto è analogo a quello di un’ambasceria inviata da Tarquinio il Superbo a Delfi per chiedere la cessazione di una grave epidemia, da mettere poi in relazione con i giochi Taurii indetti dallo stesso re in onore delle divinità infernali.

In realtà, l’ipotesi più fondata è che a partire dal 540 a.C. si sia avuta una istituzionalizzazione dei giochi, una sistemazione in senso periodico sul modello ellenico di usi preesistenti, con la creazione di manifestazioni che comprendevano, come in Grecia, più discipline. In ogni caso è innegabile l’influenza ellenica almeno dal VI Sec. a.C. In particolare per quel che concerne gli Etruschi, l’ipotesi appare confermata dall’introduzione quasi in contemporanea con la Grecia della nudità atletica e dalla sua successiva scomparsa sulla base di una scarsa propensione prettamente italica; e dall’apparizione, proprio in quel volgere di tempo, degli affreschi di ispirazione ludica nelle tombe.

Le origini elleniche

Per quel che riguarda invece la Roma più arcaica, l’influsso greco avrebbe fornito i presupposti per giochi quali i Consualia in onore del dio Conso, celebrati sul luogo dove sarebbe poi sorto il Circo Massimo e connessi con la leggenda del Ratto delle Sabine, e per altre antichissime festività come Equirria e l’Equus October, risalenti all’inizio VI Secolo a.C.; e i Ludi Tarentini, che si svolgevano dalla tarda età regia nel Campo Marzio.

Il quadro che emerge, a parere di alcuni studiosi, è quindi quello di una comune origine ellenica delle pratiche ludiche in area etrusca e romana, che viene in seguito nascosta e assorbita con il prevalere e la piena affermazione di connotazioni locali. Per fare un esempio sul piano pratico, l’incontestabile propensione dei Romani di epoca imperiale per l’elemento più strettamente emotivo delle gare andrebbe molto oltre il semplice fatto di costume, affondando la sua origine in una tradizione multisecolare, connessa a moduli ellenici e poi ampiamente modificata (come nel caso etrusco) da una autoctona attitudine all’aspetto ludico e spettacolare.

A livello linguistico, a conferma di una stretta comunanza ideologica sulla materia in ambito peninsulare ed in epoca arcaica, è poi interessante notare come la stessa parola lusus derivi con molta probabilità da una radice tirrenica, e analogamente il termine persona giunga al latino dall’appellativo etrusco Phersu, di cui abbiamo diffusamente parlato poc’anzi.

A dare conferma archeologica al quadro delineato ci sono giunti da numerose tombe delle necropoli etrusche, a partire dagli ultimi decenni del VI secolo a.C., affreschi in cui sono raffigurati eventi agonistici. In particolare, a Tarquinia, la Tomba delle Bighe, dove gli spettatori sono dipinti nell’atto di seguire delle gare; la Tomba degli Auguri, con scene di lotta ed altre attività ludiche; e soprattutto la splendida Tomba delle Olimpiadi, tutte databili al periodo in esame.

È stato autorevolmente notato che la rappresentazione pittorica degli spettatori della Tomba delle Bighe, comodamente seduti su panche di legno, illustra chiaramente la concezione che gli Etruschi (e i Romani con loro) hanno dell’agonismo. Per i Tirreni, si tratta con tutta evidenza di uno spettacolo, presumibilmente praticato da professionisti di rango inferiore per un pubblico aristocratico. Il raffronto con gli spettatori di Olympia nel contemporaneo periodo d’oro, accalcati sul declivio erboso attorno allo stadio, sottoposti all’azione delle torride estati greche e alla mancanza di acqua, non potrebbe essere più indicativo. Lo spirito religioso e di comunanza di stirpe che è almeno in parte ancora alla base dei Giochi ellenici è totalmente assente nelle competizioni degli Etruschi, ben lontane quindi dal complesso dei valori così radicati nella cultura greca.

Gli spettatori seduti della Tomba delle Bighe a Tarquinia

Gli spettatori seduti della Tomba delle Bighe a Tarquinia

 

L’introduzione del modello greco, almeno sul piano della semplice pratica agonistica, influisce comunque in maniera notevole sulle costumanze etrusche, ad iniziare dalle tipologie stesse di competizione, ma incontra viceversa notevoli difficoltà ad imporsi nella più chiusa mentalità dell’Urbe che si prepara a divenire la capitale incontrastata del mondo antico. A Roma, l’atteggiamento verso atletismo di stampo ellenico finisce addirittura per divenire una discriminante ideologica, il cui peso verrà avvertito per secoli. Di questo e altro parleremo nelle prossime puntate.

Danilo Francescano
© Riproduzione Riservata

 

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