Numismatica Sportiva – 1

 AR Tetradramma di Messana (Messina) ) (ø 24,5 mm – g. 17.40) – 415-405 a.C. Da notare la posizione diversa dell’auriga (qui eretto) rispetto al conio reggino.


AR Tetradramma di Messana (ø 24,5 mm – g. 17.40) – 415-405 a.C.

 

Agonismo e monetazione greca – I p.

La moneta fu un’invenzione geniale degli Elleni. Il declino del baratto e dello scambio delle mercanzie iniziò in Asia Minore, e precisamente nella Lidia, attorno al 640 a.C., quando mercanti greci di origine ionica pensarono di calcolare il valore di una merce in pezzi di metallo, e decisero di apporre su questi pezzi dei simboli per testimoniarne la validità.

L’incontro tra la moneta e uno dei principi cardinali della cultura ellenica, l’agonismo, era inevitabile. Difatti, l’incontro avvenne presto, nel momento in cui, superata la fase più antica e più legata ad una concezione etica delle gare, ci si rese pienamente conto della valenza politica e sociale delle vittorie nei grandi giochi, e  si pensò di farne uno strumento di propaganda.

Niente di meglio che eternare la gloria agonistica sulle monete, per fare conoscere ai posteri, ma soprattutto alla gente comune e al resto del mondo, i trionfi della propria città o, addirittura, quelli personali degli stessi governanti.

La prima moneta del genere di cui per ora siamo a conoscenza non viene dalla Grecia propriamente detta, ma da una colonia lontana dalla madrepatria.

Si tratta di uno splendido tetradramma di Rhegiòn (oggi Reggio) coniato da Anaxilas, dal 494 a.C. tiranno della città. Fu proprio per dare il massimo risalto alla propria vittoria nella gara di bighe trainate da mule nella 74a Olimpia del 484 o in quella seguente del 480, che Anaxilas creò questo nuovo tipo, il cui diritto reca appunto una biga, mentre sul rovescio campeggia una lepre, simbolo di prolificità e di esuberanza. Da notare che nel 487, Anaxilas aveva conquistato Zancle, dalla parte opposta dello Stretto, ribattezzandola Messana (Messina). Per un certo periodo, la monetazione delle due città presentò gli stessi tipi, pur con l’aggiunta di delfini nei coni messinesi. Già alla morte di Anaxilas, nel 476 a.C., Rhegion abbandonò la raffigurazione, mentre Messana continuò ad adoperarla sino alla fine del V Secolo a.C.

AR Tetradramma di Rhegion (Reggio) (ø 25 mm – g. 16.95) 484-476 a.C.

AR Tetradramma di Rhegion (Reggio) (ø 25 mm – g. 16.95) 484-476 a.C.

 

 AR Tetradramma di Messana (Messina) ) (ø 24,5 mm – g. 17.40) – 415-405 a.C. Da notare la posizione diversa dell’auriga (qui eretto) rispetto al conio reggino.


AR Tetradramma di Messana (ø 24,5 mm – g. 17.40) – 415-405 a.C.
Da notare la posizione diversa dell’auriga (qui eretto)
rispetto al conio reggino.

 

Di pochissimo posteriore, se non contemporanea alla moneta calabra è un triplo Siclo coniato sull’isola egea di Kos o Caria attorno al 480 a.C.. La moneta, di tecnica ancora arcaica, è estremamente interessante per la raffigurazione di un discobolo, non al momento  del lancio come nella famosa statua di Mirone, ma in una fase anteriore: nell’attimo cioè in cui l’atleta sta per iniziare la torsione al termine delle quale scaglierà il disco.

Sull’occasione del conio sono state avanzate molte teorie. La più accreditata lo vuole strettamente collegato ai giochi che le città della Pentapoli Dorica (Kos, Knidos e i tre centri di Rodi, Kamiros, Ialysos e Lindos) organizzavano in onore di Apollo e Poseidon nel Santuario di Apollo Triopos, il famoso Triopon. In questo caso, il tripode a fianco del lanciatore sarebbe il premio del concorso di cui parla anche Erodoto in I, 144,  e che l’atleta vittorioso doveva donare al santuario (consuetudine che si può trovare anche in altri giochi). Appare però strano che in nessuna delle altre quattro città interessate sia stato coniato un pezzo analogo.

È stato anche ipotizzato, con minor attendibilità, che si tratti di un’emissione commemorativa delle gare indette a Kos e dedicate ad Apollo, o addirittura celebrativa  delle Olimpie stesse. In questo caso, a rendere meno credibile la teoria è il peso della moneta (g 16,58, una delle più pesanti del V secolo a.C.), eccessivo per un conio destinato a circolazione locale.

AR Triplo Siclo di Kos (Caria) (g 16,58), coniato attorno al 480 a.C.

AR Triplo Siclo di Kos (Caria) (g 16,58), coniato attorno al 480 a.C.

 

Sempre ai primissimi decenni del V Secolo a.C. risale uno Statere in elettro (lega naturale di oro e argento) di Kyzikos in Mysia, regione che si affaccia sul Mar di Marmara. Si tratta di un conio veramente notevole perché ci introduce ad una gara peculiare degli agoni antichi e oggi improponibile, quella degli opliti. Una corsa legata evidentemente all’educazione militare: i concorrenti percorrevano, bardati di elmo e scudo, una distanza di due stadi, un po’ meno di 400 m. A partire dalla 65a Olimpia del 520 a.C., la corsa degli opliti venne introdotta a chiusura del programma, ultimo arricchimento importante del calendario dei Giochi.

Posizione non casuale, quella di chiusura. La spiegazione tradizionale, avanzata da autori antichi, è che dovesse simboleggiare l’approssimarsi della fine della tregua olimpica, la ἐκεχειρία. Oggi si tende piuttosto a pensare che si volesse porre in risalto l’importanza capitale della fanteria, che aveva del tutto soppiantato la cavalleria come arma principale sul montuoso territorio greco.

Nella moneta di Kyzikos, l’atleta è in posizione di partenza, rannicchiato e con il braccio destro parallelo al suolo per equilibrare il suo assetto. Un particolare curioso e a suo modo divertente è l’incongruo tonno visibile davanti a lui: si tratta, come ovvio, del simbolo identificativo della città misica.

Un’ultima annotazione riguarda poi la tecnica dello Statere, come detto in elettro, testimonianza già questa dell’arcaicità (relativa) del conio. Lo spessore dell’esemplare rimanda immediatamente alla sua derivazione da mezzi monetari preesistenti, come pezzi di metallo e lingottini marcati, mentre la forma allungata sembra connettersi in primo luogo allo sviluppo verticale della rappresentazione dell’oplita.

 EL Statere di Kyzikos (Mysia) (ø 19.5 mm - g 15.93), coniato attorno al 475-450 a.C..


EL Statere di Kyzikos (Mysia) (ø 19.5 mm – g 15.93)
coniato attorno al 475-450 a.C.

 

Potrà sembrare singolare che le prime monete olimpiche non siano state coniate ad Olympia.

Come logico, tutti gli esemplari dell’Elide, la regione in cui si svolgevano i Giochi, sono più o meno direttamente connessi ad essi. Tuttavia, le prime coniazioni che conosciamo datano da poco prima del 471 a.C., quando l’instaurazione di un governo democratico coincise con la costituzione di una nuova città che raggruppava i villaggi preesistenti sul pendio sottostante la vecchia Acropoli di Elis. In quell’epoca altre Póleis, ad esempio Argos e Sicyon, avevano già da tempo iniziato a battere le proprie monete.

La raffigurazione più comune sui pezzi dell’Elide è quella collegata a Zeus. Tra le molte attribuzioni che gli Elleni connaturavano alla massima divinità, c’erano quella di padrone del cielo e del tempo (e quindi di nubi e pioggia) e quella di apportatore di vittoria, elemento che appare come fondamentale già nell’Iliade. Un aspetto della natura che appariva quanto mai adatto a richiamare entrambi gli aspetti era il fulmine: le più antiche monete di Elis recano così sui due lati il simbolo stesso di Zeus, l’aquila, e il fulmine alato. Una mirabile sintesi tra il religioso e l’agonistico.

AR Statere di Elis (ø 22 mm - g 11,44), coniato forse nello stesso Santuario di Olimpia attorno al 450 a.C.

AR Statere di Elis (ø 22 mm – g 11,44)
coniato forse nello stesso Santuario di Olimpia attorno al 450 a.C.
Le lettere FA identificano la moneta come Elea, e sul recto, in alto a sx,
si nota il marchio di zecca. L’aquila ha tra gli artigli una lepre,
che in altri esemplari è sostituita da un serpente

 

Naturalmente la Nīkē alata, richiamo immediato alla vittoria olimpica, appare ben presto sulle monete dell’Elide. A volte la vediamo in volo sopra a bighe o quadrighe, secondo una raffigurazione comune a molte Póleis. Meno usuale è invece un’altra raffigurazione, in cui la Nīkē è rappresentata avanzante, vestita da un chitone, mentre porge una ghirlanda di olivo (presumibilmente ad un vincitore). Siamo in presenza un bellissimo statere del 440 a.C., recante sul recto la solita immagine dell’aquila che ghermisce la lepre.

 AR Statere di Elis (g 12,39), 440 a.C.

AR Statere di Elis (g 12,39), 440 a.C.

 

Ancor più significativa ai nostri fini, è una moneta di un decennio successiva, ancora una volta uno statere. La tecnica incisoria appare sostanzialmente migliorata, e la Nīkē del verso rivela particolari raffinati come la fascia attorno al capo. Ciò che più importa, tuttavia, è la postura in  cui è rappresentata la dea: seduta su di un basso podio, che potrebbe raffigurare la meta dell’ippodromo o, meno verosimilmente, il basamento di una statua. Ci troviamo insomma in ambiente pienamente agonistico, e l’identificazione con le gare dei giochi è totale.

 AR Statere di Elis (g 11,91), 432 a.C., 87a Olimpia

AR Statere di Elis (g 11,91), 432 a.C., 87a Olimpia

 

Prima di lasciare Olympia, è opportuno ricordare che, come nel caso di Kos,  si è a lungo dibattuto sul fine della monetazione Elea, se cioè le monete emesse avessero uno scopo commerciale o se si trattasse solo di preziosi souvenir. Pur ammettendo la suggestione dell’ultima ipotesi, la questione, per ciò che riguarda lo specifico, appare risolta in senso commerciale. Ciò in considerazione dell’eccessivo valore in argento di molte monete (uno statere, ovvero due dracme, poteva equivalere alla paga settimanale di un soldato), della varietà dei tagli monetali coniati, e dello stato di conservazione spesso molto deteriorato dall’uso dei pezzi che ci sono giunti (1– continua).

Danilo Francescano
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Seconda puntata

 

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