L’agonismo nell’Antico Egitto – 1

Un bassorilievo del tempio di Ramses III

Un bassorilievo del tempio di Ramses III

 

La lotta ai piedi delle piramidi

È acquisizione comune, e lo abbiamo ampiamente trattato in precedenza, che l’agonismo e molte di quelle discipline che si sarebbero evolute negli sport moderni trovino la loro patria d’origine nell’antica Grecia. Questo è senza dubbio incontestabile, perché è nell’Ellade che l’atletismo assurse a modus vivendi, e che le varie manifestazioni agonistiche trovarono una loro codifica e collocazione definitiva.

Il dato di fatto non deve però ingenerare l’errata convinzione che civilizzazioni cronologicamente precedenti allo sviluppo della splendida civiltà greca non praticassero o addirittura ignorassero le attività atletiche. Riservando ad un’altra occasione l’approfondimento sulle prime manifestazioni agonistiche umane, sulle quali pure ci è pervenuta un’interessantissima documentazione grafica, in questa sede ci si soffermerà sulla grande cultura cui tutta la storia mediterranea è debitrice per infiniti aspetti, l’Egitto dei Faraoni.

Tra le innumerevoli testimonianze che ci sono giunte di questa splendida e plurimillenaria civiltà, non mancano i riferimenti espliciti e indiretti ad una serie di discipline agonistiche, spesso assimilabili a quelle che avrebbero dato vita al ciclo dei Giochi Sacri ellenici.

Discipline certo legate ad origini religiose (e su questo aspetto dovremo tornare) e guerresche, ma inevitabilmente evolutesi verso finalità ludiche, grazie soprattutto alla privilegiata posizione geografica della Valle del Nilo, protetta in maniera pressoché impenetrabile dal deserto e dal mare.

Iniziamo questa panoramica da una delle attività sicuramente più antiche e naturali, la lotta, avvertendo comunque che tutte le datazioni sono puramente indicative e sottoposte a continue discussioni e revisioni.

La più antica traccia in merito che oggi possediamo è identificabile nei bassorilievi di una tomba a mastaba di Saqqara, quella di Ptah-Otep, e risale ad oltre un millennio e mezzo prima dell’inizio documentato dei Giochi Sacri ellenici.

Il saggio Ptah-Otep è famoso soprattutto in virtù delle sue massime, che per molti versi possono essere considerate il primo esempio di filosofia morale nella storia. Vissuto a Saqqara durante il lungo regno del penultimo sovrano della V Dinastia, Djedkara-Isesi (circa 2410-2380 a.C.), Ptah-Otep esercitò a lungo la funzione di Visir, ossia governatore, poi ereditata dal figlio Akhet-Hotep. La mastaba in cui è sepolto è conosciuta in tutto il mondo per la bellezza delle raffigurazioni che decorano le camere al suo interno.

Le sei fotografie di un incontro di lotta che incontriamo nella tomba sono di importanza fondamentale, non solo e non tanto sul piano iconografico, quanto perché indicative della posizione non accessoria che l’attività agonistica occupava già nella vita quotidiana della nobiltà egizia del tempo.

Uno dei due atleti, mostrati in sei diverse fasi del combattimento, è infatti sicuramente il già citato Akhet-Hotep, come riportato sotto uno dei bassorilievi. Si tratta evidentemente di un combattimento tra giovani, che doveva essere piuttosto diffuso: è interessante notare come, analogamente a quanto avverrà nei Giochi Sacri ellenici, i contendenti si affrontino nudi.

Lo sconcertante realismo e la modernità delle prese costituiscono un meraviglioso esempio di quanto poco sia mutato il concetto di lotta corpo a corpo nel corso dei millenni, dall’Antico Egitto ai nostri giorni, passando attraverso le civiltà classiche.

Quattro delle sei raffigurazioni della tomba di Ptah-Otep

Quattro delle sei raffigurazioni della tomba di Ptah-Otep

 

Al Medio Regno appartiene invece la serie di oltre quattrocento figure che si dipanano sulle pareti della Tomba 15, a Beni-Hasan. La tomba appartiene a Baqet III, governatore del Nomo di Menat-Khufu (oggi Minya) durante il regno di Amenhemat I, sovrano della XI Dinastia (circa 1994-1964 a.C.)

La tomba, un grande vano di 12×16 m, è affrescata con scene di culto, di vita quotidiana come la caccia e la pesca, e di attività artigianali quali la panificazione o la produzione del vino.

In questa sede interessa esclusivamente la parete est del sepolcro, sul quale, in discreto stato di conservazione, sono visibili le scene di lotta. La grande successione di immagini consente di ricostruire un campionario completo delle movenze e dei gesti dei lottatori, e allo stesso tempo è indice della grande popolarità di questa attività agonistica anche in zone non centrali del regno.

Singolare è la testimonianza proveniente dalla tomba di Tyanen, un ufficiale morto attorno al 1410 a.C., al tempo di Amenhotep III, durante il Nuovo Regno. Un drappello di cinque uomini (in quattro dei quali alcuni studiosi hanno voluto ravvisare sembianze nubiane) marcia con passo cadenzato, e l’ultimo di loro porta un’insegna raffigurante due lottatori. Ricordando la condizione militare del defunto, risulta evidente in questo caso la connessione tra vita negli eserciti e discipline agonistiche, e quanto queste siano apprezzate all’interno dell’organizzazione bellica dell’Egitto della XVIII dinastia.

La raffigurazione della tomba di Tyanen

La marcia di cinque uomini riprodotta sulla tomba di Tyanen

 

Di estremo interesse per la sua particolare collocazione storica, è poi un bassorilievo appartenente ad una tomba del periodo Amarnita. La breve e rivoluzionaria epoca cioè del Faraone eretico Akhenaton (Amenothep IV), che tentò di sostituire l’unico dio Aton agli dei tradizionali, e si contraddistinse per il pacifismo mai rinnegato. Il fregio è scolpito sulla tomba di Meryre, attendente di palazzo della bellissima regina Nefertiti, che morì nel 1355 a.C. circa e fu sepolto ad Akhetaton, la capitale dell’epoca. Il bassorilievo racconta in quattro scene (da destra a sinistra) un incontro di lotta svoltosi davanti al Faraone prima della consegna di un tributo da parte della Nubia. La lotta, che avviene tra un egiziano e un nubiano, si conclude con l’egiziano trionfante a braccia levate. Come da copione, si direbbe.

Ad un’epoca più tarda appartiene un frammento calcareo, ritrovato in una tomba del 1200 circa a.C., e conservato al Museo del Cairo con il n. 25132. Rappresenta due soldati, verosimilmente nubiani, che si afferrano nella presa iniziale di una gara. Attorno al disegno, i geroglifici avvertono “Guarda, ti atterrerò di fronte al Faraone, a lui sia vita lunga, prospera e in salute“. Una leggera quadrettatura e il luogo di ritrovamento sembrano indicare che l’ostrakon (di 23×30 cm) sia uno schizzo da riportare poi nella decorazione definitiva della tomba.

L'ostrakon di una tomba ritrae due lottatori

L’ostrakon di una tomba risalente al 1200 a.C.

 

Concludiamo la parte sulla lotta soffermandoci su una serie di bassorilievi che si trovano su un monumento importantissimo e tra i più noti dell’intero Egitto, il tempio funerario del Faraone della XX Dinastia Ramses III (circa 1184-1153 a.C.), a Medinet-Habu presso Luxor. Nelle raffigurazioni, due lottatori si affrontano con finte e prese estremamente realistiche, veri fotogrammi di uno stesso incontro.

Al di là delle considerazioni estetiche, il fregio ha però una sua storia, che merita di essere raccontata. In realtà, l’intera raffigurazione deriva con molta fedeltà da un prototipo appartenente al famoso Ramesseum, il tempio funerario del grande Ramses II (circa 1303-1212 a.C.). In un qualche momento imprecisato, si rese necessario provvedere alla riparazione del fregio, e fu deciso per economia di ricorrere alle pietre del monumento più antico. È questa la ragione delle colorazioni diverse che si notano ad una più approfondita osservazione dei bassorilievi di Ramses III e, soprattutto, delle incongrue lodi a Ramses II di alcuni geroglifici. Non deve perciò stupire che uno dei blocchi del Ramesseum, evidentemente non adoperato e abbandonato nei pressi del muro, riporti una figura identica ad una del fregio posteriore.

È evidente che questa breve esposizione non esaurisce la ricca iconografia egizia legata all’antichissima arte del corpo a corpo, ma riesce forse a delinearne il quadro generale e a chiarire che la popolarità di questa disciplina si mantenne a livelli altissimi lungo l’intero corso della plurimillenaria storia della Valle del Nilo. Molti altri sono i reperti esistenti, ed altri ancora ne verranno scoperti in futuro, a rendere ancora più completa la nostra conoscenza su un aspetto affascinante della storia agonistica pre-ellenica.

Danilo Francescano
© Riproduzione Riservata

 

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