Giacomo Agostini

Giacomo Agostini

Giacomo Agostini

 

Il re dei centauri

Prima il dovere, poi il piacere. Perché quasi per rispetto, per dare un’idea di chi sia Giacomo Agostini e di cosa abbia rappresentato e continui a rappresentare per il mondo delle due ruote, è inevitabile sfogliare i numeri di una carriera mai replicata da nessun altro centauro. Se vincere un titolo mondiale apre la porta della storia, conquistarne 15 significa entrare di diritto nella leggenda; trionfare 123 volte in 190 Gran Premi significa sfidare le più banali leggi della statistica.

Il regolamento del tempo prevedeva la possibilità di disputare due gare nella stessa giornata, ma soltanto ai fenomeni era concesso di vincerle entrambe dominando classi diverse. Andrebbero aggiunti trentanove podi come contorno e gli innumerevoli successi sfumati per un soffio, magari per un guasto meccanico quando la vittoria era ormai a un passo. Senza parlare del binomio italiano quasi decennale con la MV Agusta: hanno iniziato a vincere e non si sono più fermati. Pensate che sia impossibile conquistare tutti i gran premi di una stagione? Ecco, la MV di Agostini ha centrato l’impresa per due stagioni consecutive: annate di grazia 1968 e 1969.

Ma per capire chi è veramente Giacomo Agostini, per tutti “Ago”, bisogna soffermarsi sugli aneddoti, su dettagli all’apparenza insignificanti che invece fanno la differenza. Come la semplicità di una famiglia che immaginava per lui un futuro da avvocato ma che si è dovuta arrendere all’evidenza di un talento troppo tracimante per essere contenuto e ai problemi di udito di un amico notaio che, interpellato sulle brame da centauro del campione in erba, rispose: «Ma certo che va bene! Farà senz’altro bene un po’ di sport». Sfortuna o fortuna, il notaio aveva capito che Giacomo si sarebbe cimentato in gare con la “bicicletta” e non con la “motocicletta” rassicurando involontariamente il premuroso papà preoccupato sui rischi di un figlio impegnato a sfrecciare sui rettilinei e a piegare in curva.

Agostini nel 1962

Agostini nel 1962

 

Risaltava sin dal primo sguardo, la maniacale devozione verso la moto, considerata quasi un prolungamento dei propri arti: un’attenzione che si è manifestata dopo che un banale guasto meccanico gli costa la prima vittoria importante. Agostini ricontrollerà sempre ogni centimetro della propria fedele compagna di avventure, ne accarezzerà amorevolmente la carena, ne scruterà ogni componente. Filosofia semplice: nessuno può conoscere come il pilota i segreti del mezzo, solo lui può riconoscere, annusare, percepire prima degli altri ogni possibile noia meccanica. È suo compito guidare il proprio team indicando dove e come intervenire per evitare brutte sorprese in gara. Anche per questo viene scelto dal fiuto di Alfonso Morini, che nel 1963 lo ingaggia per il suo team. Un biennio fondamentale nella formazione e nella crescita del pilota, che mostra di essere un vincente: il sodalizio si interrompe per l’impossibilità della scuderia di partecipare alle categorie maggiori.

Un binomio impareggiabile

Inevitabile arriva il passaggio alla MV Agusta, l’anello centrale di una carriera inimmaginabile, l’ambiente ideale per segnare un’epoca. Nella classe Trecentocinquanta arrivano sette titoli consecutivi dal ’68 al ’74, nella Cinquecento “Ago” iscrive il proprio nome nell’albo d’oro dal ’66 al ’72. Se l’estro o la tecnica possono portare a vincere, per confermarsi per così tanto tempo ci vuole dell’altro. Per esempio, un’inesauribile voglia di primeggiare unita a un equilibro sorprendente che porta il pilota italiano a festeggiare ogni trionfo giusto il tempo di riprendere il fiato prima di rituffarsi nella sfida successiva.

Determinato ma freddissimo in gara, impareggiabile nell’avere la meglio nelle corse che si trasformavano in duelli di nervi: Agostini rischiava senza cadere in fallo mettendo pressione agli avversari fino ad approfittare dei loro errori. Talmente bravo da spingere la propria scuderia ad arruolare grandi piloti per creare concorrenza interna, per non rischiare che l’immagine della moto venisse offuscata dall’alone aureo del pilota. Ma mentre i rivali (tra tutti Mike Hailwood con la sua Honda) passavano, lui rimaneva: una sorta di sentenza che condannava i pretendenti al suo scettro ad arrendersi alla superiorità del re.

in sella alla mitica MV Agusta

in sella alla mitica MV Agusta

 

E quando la favola con la Agusta si conclude, Agostini ha ancora voglia di ruggire un’ultima volta. Accetta un’offerta dalla Yamaha sapendo delle difficoltà del passaggio dal motore da quattro a due tempi, resiste a una prima stagione tribolata e conquista nel 1975 l’ultimo successo iridato. Il resto è un dolce epilogo con lo stuzzicante tentativo di provare a guidare le auto. Ma l’occasione per essere un pilota di Formula 1, Ago l’aveva avuta molti anni prima quando Enzo Ferrari lo sottopose a un test. I risultati erano stati sorprendenti, ma Giacomo non se la sentiva di “tradire” le sue amate moto.

La battaglia per la sicurezza

Resterebbe da capire chi fosse Agostini quando non correva. Uno che pesava le parole ma che sapeva farsi sentire, schivo ma non spocchioso, al punto da diventare uno dei testimonial pubblicitari più richiesti. Uno che sapeva essere leader anche quando si trattava di difendere i diritti di un branco in anni non facili, in cui tanti sostenevano che con i soldi percepiti non si potesse pretendere anche la sicurezza una volta allacciato il casco. Uno che per la moto impazziva e continua a impazzire, ma che non si è mai dimenticato dei limiti, di cosa ci sia al di fuori delle gare, diventando la coscienza critica di un microcosmo spesso incapace di imparare dai propri errori.

È lui che si fa portavoce del malcontento per le condizioni in cui i piloti sono costretti a correre quando i Gran Premi diventano troppo simili a una mattanza. È lui a propiziare la sospensione delle corse sui circuiti che hanno mietuto troppe vittime come quello dell’isola di Man. Poco importa che su quelle strade abbia già trionfato dieci volte: quando decide che non avrebbe più partecipato, accetta di rischiare di perdere il mondiale per quel forfait con la consapevolezza di dover dare l’esempio.

Giacomo Agostini oggi

Giacomo Agostini oggi

 

Anche per questo il mondo delle due ruote non può che essere grato a Giacomo Agostini, detto “Ago”, da Lovere, provincia di Brescia. Il campione che ha vinto più di tutti sapendo che vincere non era tutto, il fuoriclasse che in Argentina definirebbero hombre vertical per la virtù di rimanere fedeli a sé stessi e ai propri valori dal primo all’ultimo giorno di carriera e anche dopo. L’asso che si è meritato l’amore dei suoi tifosi e il rispetto di tutti gli altri. Vincente dentro e fuori la pista, calcolatore e glamour, metodico e innovatore. Quindici volte meglio degli altri.

Roberto D’Ingiullo
© Riproduzione Riservata

 

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