Il Tourist Trophy del 1937

Omobono Tenni

Omobono Tenni

 

La fantastica vittoria di Omobono Tenni

Fu un attimo. La moto sbucò rombante da una curva a velocità folle – sembrava volasse –, proprio mentre un carretto trainato da un asino stava attraversando lentamente la carreggiata. La disperata frenata del centauro in tuta, occhiali e casco neri non bastò tuttavia ad evitare l’incidente. Un terribile rumore di lamiere contorte scosse la quiete dei tornanti del Lario che da secoli si arrampicano – in uno scenario da favola – su, fino al valico della Madonna del Ghisallo. Nonostante una gamba fratturata, Omobono Tenni – uno tra i più forti motociclisti del mondo – riuscì a mantenere la sua proverbiale compostezza.

Accortosi che da un piede gli mancavano due dita, tranciate di netto nello scontro, le recuperò e, con grande sangue freddo, le avvolse in un fazzoletto nella speranza che all’ospedale di Como i medici gliele potessero riattaccare. Il tutto senza un lamento, ma con il solo timore di non riuscire a partecipare, a causa di quello stupido incidente, al Tourist Trophy in calendario di lì a tre mesi.

Il pilota di Tirano non ci voleva nemmeno pensare a un’eventualità del genere: quella corsa, infatti, non voleva perderla per nulla al mondo. Vincere sul circuito britannico – l’unica grande gara che non era ancora riuscito a far sua – era per lui quasi una ragione di vita.

Il sogno di una vita

Del resto, correre sullo Snaefell Mountain Course, interminabile e folle anello stradale sull’Isola di Man, era un po’ il sogno di tutti i piloti. Sessanta chilometri di asfalto tra curve, tornanti, saliscendi, case, muretti e pali della luce con, sullo sfondo, improvvise e ripetute variazioni meteorologiche. Il Tourist Trophy, nato nel lontano 1907, era di sicuro la gara motociclistica più prestigiosa dell’epoca.

La prima partecipazione di Omobono alla corsa inglese, che risaliva all’edizione del 1935 – due anni prima –, gli aveva però riservato una feroce delusione. Formidabile nelle prove, in cui aveva fermato i cronometri su un sensazionale 30’10” sul giro, in gara The Black Devil – così l’avevano ribattezzato gli inglesi a causa del colore della sua tuta – incappò in una giornata a dir poco storta.

In sella a una Guzzi 250, durante il quinto dei sette anelli previsti Tenni s’imbatté in un improvviso banco di nebbia. Dicono che, in mezzo alla fittissima coltre bianca che aveva avvolto quel tratto del circuito, un corvo si fosse posato sulla sua moto, distraendolo e facendolo cadere sull’asfalto. Si fratturò due vertebre, il Tenni, ma ciò non servì a placare il sacro fuoco che gli ardeva dentro. Anzi, nonostante il forte mal di schiena, gli venne in mente di partecipare alla gara delle mezzo litro, prevista due giorni dopo.

La ferma opposizione del suo team lo fece però desistere, convincendolo a rientrare subito in Italia per farsi curare quelle fratture che avrebbero potuto troncargli la carriera. Per la cronaca, la corsa delle quarto di litro fu vinta da Stanley Woods, anche lui su Guzzi, che non riuscì però a superare il record sul giro fissato in prova da Tenni.

da sinistra Guido Corti, Giordano Aldrighetti e Omobono Tenni

da sinistra Guido Corti, Giordano Aldrighetti e Omobono Tenni

 

Sarà stato per i ricordi di quell’amaro esordio, o per il timore di non riuscire a prendersi la rivincita, o forse a causa dell’intenso dolore patito nell’incidente con l’asino, fatto sta che quando, in quel giorno di marzo del 1937, fu trasportato al nosocomio comasco con una gamba spappolata, Omobono finì per dimenticarsi in tasca il fazzoletto che racchiudeva le due dita che, così, non poterono più essere ricucite.

Poco male. La conseguente menomazione non affievolì affatto la feroce determinazione del trentaduenne centauro che, affidato alle cure del professor Vittorio Putti dell’Istituto Rizzoli di Bologna, riuscì a rimettersi in sella a tempo di record. La sua partecipazione al Tourist Trophy di quell’anno tornò così ad essere una prospettiva reale, tanto che a maggio lo videro allenarsi nuovamente sulle panoramiche strade del Lario, molto simili per impegno, pericolosità, profilo altimetrico e lunghezza a quelle del prestigioso circuito inglese.

Ai primi di giugno Tenni raggiunse l’Isola di Man, accolto da una mobilitazione mediatica senza precedenti. Titoli a nove colonne, interviste, richieste di autografi e fotografie accompagnarono l’arrivo del pilota lombardo sull’isola del mare d’Irlanda. L’uomo che viene dalla terra dei Cesari – così fu chiamato da un quotidiano inglese – era infatti il primo pilota non britannico ad avere concrete possibilità di vittoria; fino ad allora, infatti, la corsa era sempre stata appannaggio dei motociclisti del Regno Unito.

D’altra parte lo strepitoso palmarès del centauro italiano giustificava l’inedito pronostico: le sue vittorie e i suoi record di velocità ormai non si contavano più. Di questa pressione Tenni sembrò inizialmente risentirne, tanto che durante un allenamento tirò dritto in una curva. Il pubblico presente all’incidente temette il peggio, ma il campione riuscì alla fine a domare la sua Guzzi impazzita riportandola, con una serie di zig-zag volontari, sotto il suo controllo. Fu, tuttavia, un episodio isolato: in prova Tenni stabilì infatti un nuovo sensazionale record sul giro.

La gara

Nel giorno della gara una folla enorme si assiepò lungo il percorso, chi nella speranza di assistere a una vittoria di Black Devil, chi – come i padroni di casa – nel timore che l’italiano potesse effettivamente interrompere l’egemonia britannica che durava dalla prima edizione. Il 16 giugno, sulla linea di partenza delle 250, si presentarono ventisei piloti. Al via prese subito il largo un gruppetto di centauri, comprendente, tra gli altri, il tedesco Ewald Kluge, l’inglese Ernie Thomas – entrambi su DKW –, l’altro britannico Ginger Wood – in sella a una Excelsior – e, appunto, Tenni.

Il pilota lombardo non fece però in tempo a finire il suo primo giro che scivolò sull’asfalto. Un incidente senza gravi conseguenze, ma che gli fece perdere mezzo minuto, costringendolo a una rimonta che si completò solo al terzo passaggio. Galvanizzato dal ricongiungimento, durante il quarto giro Tenni spinse la sua Guzzi oltre ogni limite. Passò in testa, naturalmente, stabilendo anche il nuovo primato del circuito grazie all’incredibile tempo di 29’ 08”. Gli inseguitori persero rapidamente terreno, non riuscendo a contrastare l’asso italiano che pareva volare sull’asfalto. Ma non era finita.

una fase del Tourist Trophy del 1937

una fase del Tourist Trophy del 1937

 

Alla settima e ultima tornata, inaspettatamente, la Guzzi si piantò di colpo a causa di una candela surriscaldata. Il timore di perdere una gara già vinta durò solo un attimo: il pilota riuscì infatti a sostituire il pezzo difettoso in tempo per ripartire con ancora un buon margine di vantaggio. L’italiano, tuttavia, non fece calcoli, non li aveva mai fatti. Aveva sempre voluto rispettare il pubblico che pretendeva spettacolo, non aride tattiche. Fu così che, con la gente in delirio, dette ancora più gas alla moto, concludendo il suo volo verso il traguardo a velocità folle.

Il radiocronista della BBC, impressionato da quella performance, disse che Tenni stava curvando «con pazzo abbandono, tanto da far dubitare circa il suo giungere al traguardo in un sol pezzo». Omobono, invece, arrivò in fondo tutto intero, precedendo di trenta secondi Wood e di oltre quattro minuti Thomas. L’obbiettivo tanto cercato era stato finalmente raggiunto. Per la prima volta, il Tourist Trophy se l’era aggiudicato uno straniero, ma la delusione dei britannici fu contenuta perché il vincitore aveva dato una tale dimostrazione di classe e di potenza da meritarsi il rispetto di tutti.

L’italiano, dopo la cerimonia di premiazione, facendosi largo tra giornalisti, fotografi e tifosi, si recò all’ufficio postale più vicino da dove inviò alla famiglia il seguente telegramma: «Primo et giro più veloce». Faceva sempre così quando vinceva, Omobono Tenni da Tirano. E, dopo quel giorno, lo avrebbe fatto ancora molte volte finché la morte se lo portò via, il 1 luglio 1948, nel circuito di Berna, nella stessa curva dove poche ore dopo avrebbe perso la vita anche Achille Varzi. Fu quello l’ultimo volo di Black Devil.

Marco Della Croce
© Riproduzione Riservata

 

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