Salvatore Cimmino

Salvatore Cimmino durante una gara

Salvatore Cimmino durante una traversata

 

Bracciate contro il pregiudizio

Nuota, Salvatore Cimmino. Macina chilometri nel mare, solo con i suoi tanti sé stesso.
È un nuotare pieno di forza, il suo. Pieno di vita. Pieno di significato. Salvatore nuota, e non è una gara. È una sfida senza nemici. Non per battere, ma per costruire. Per regalare un domani migliore a tutti quelli come lui, quelli che il destino li ha colpiti nel fisico e cerca ogni giorno di sconfiggere. Salvatore nuota senza una gamba.

È un ragazzo come tanti, e come tanti studia, gioca, cresce nella sua Torre Annunziata. Una giovinezza normale, preludio ad una vita normale, che aspetta solo di essere vissuta. Poi arriva il nemico. Un nemico subdolo, malvagio, velenoso più del morso di un aspide. Ha un nome temuto, un nome che spesso si preferisce non pronunciare neppure, e indicare con parole meno cattive. Osteosarcoma, si chiama. Poche vie di uscita. Un’operazione e via, Salvatore deve ricominciare a vivere senza una gamba. Non è più un ragazzo come tanti. Ora deve lottare.

«Ho scoperto il nuoto nel periodo più buio della mia vita…» racconta oggi. «Nel momento in cui ho avuto bisogno di una persona che mi aiutasse per esempio ad alzarmi dal letto, a fare le cose più elementari, perché muovendomi con una protesi obsoleta, dopo quasi trent’anni la schiena usurata non mi sosteneva più. Un carissimo amico medico mi disse che non c’erano medicinali che potessero ovviare a questa mia grave situazione, ma che la piscina avrebbe potuto aiutarmi a ripristinare le forze. Così il 20 novembre 2005, per la prima volta in vita mia, misi piede in una piscina. In quelle ore scoprii che oltre a saper galleggiare, sapevo nuotare. Tutto inizia lì, lì inizia l’elaborazione di un progetto che, partendo dalla mia disabilità, si rivela poi portatore di un messaggio per tutte quelle persone che con una disabilità convivono. La quale disabilità nel nostro paese purtroppo preclude l’integrazione, la partecipazione, il diritto di cittadinanza. Da lì ho iniziato ad elaborare queste nuotate sotto forma di un ponte metaforico che unisca le persone disabili alla società civile. Con questa fame, questa sete di esserci, di partecipare, di renderci utili. Perché la disabilità non sia più un tema sanitario, ma finalmente un tema di pari opportunità… La disabilità non si annulla, ma si combatte attraverso la tecnologia, rendendo accessibile qualsiasi strada che porti all’autonomia della persona con disabilità».

Il nuoto quindi come idea improvvisa, come una illuminazione… «Sì, è stata un’illuminazione nel momento in cui ho scoperto non solo di saper nuotare, ma di avere delle capacità particolari per affrontare qualsiasi avventura nell’acqua. Infatti mi sono spinto in traversate che veramente hanno dell’epico, del fantastico».

Con risultati eccezionali, visto che Salvatore detiene un record importantissimo: «Sono primatista italiano assoluto di traversata del Canale della Manica, in 9h50’, compiuta il 31 luglio del 2009. Tra l’altro con i consigli di un vostro corregionale, l’ex-atleta e docente universitario genovese Filippo Tassara».

La Liguria incrocia più volte il destino del ragazzo di Torre Annunziata.
Stasera siamo infatti nel cortile del meraviglioso Convento dei Cappuccini a Monterosso al Mare. Una frana, mesi fa, ha danneggiato in maniera gravissima parte del complesso, e Salvatore, per un caso fortuito giunto qui proprio durante un evento di raccolta fondi per ricostruire, ci tiene a dire la sua: «Certo. Questo posto incredibile va riportato al suo splendore. Sono felice di essere qui, di godere dell’ospitalità del Convento. E di sperare di farlo rinascere, facendo conoscere “Ripariamo il paradiso di Monterosso”, la sua pagina Facebook».

 Salvatore davanti al convento dei Cappuccini a Monterosso

Salvatore  al Convento dei Cappuccini a Monterosso (© Danilo Francescano)

 

È buio, e le luci del paesino screziano con toni di pastello la quieta, incantevole baia in cui, tra qualche ora, il ragazzo di Torre Annunziata concluderà la sua lunga fatica tra Punta Nera e Punta Mesco. Il mare famoso delle Cinque Terre: 17,5 chilometri di Eden marino, che Salvatore conta di percorrere in circa tre ore, e che costituiranno un nuovo tassello per il suo progetto A nuoto per i mari del globo – Per un mondo senza barriere e senza frontiere. Un’impresa che lo coinvolge dal 2010 e che ha dell’incredibile. Undici tappe affascinanti e terribili tra il Lago di Tiberiade e la Swimming Marathon di Manhattan, passando per i mari di Argentina, Nuova Zelanda e Repubblica Democratica del Congo. Distanze massacranti, tra i 17,5 e i 54 chilometri, che Salvatore ha percorso e percorrerà in quattro anni, sino al giugno 2014.

Se poi gli si chiede su quali basi abbia operato la scelta dei luoghi, Cimmino dà una spiegazione che rivela lo spessore della persona e l’intelligenza del progetto: «Scelgo i posti, gli specchi d’acqua in base alla loro storia. Ad esempio, sono stato in Israele, nel Lago di Tiberiade, perché Haifa ospita uno dei centri più all’avanguardia al mondo, l’Israel Institute of Technology, il Technion. Una sezione di robotica che ha illuminato la scienza, dove sono state studiate le basi di quello che oggi conosciamo come esoscheletro. È diretto dal professor Moshe Shoam, che ha sposato in pieno il mio progetto. Perché il mio vero obbiettivo è quello di costruire un protocollo d’intesa tra i più grandi centri di ricerca e il mondo industriale, per rendere accessibili quegli strumenti a tutte le persone con disabilità. E in giro per il mondo ho trovato accoglienza, ho trovato sostegno e solidarietà, soprattutto da parte di quelle istituzioni che insieme possono rendere concreto il mio sogno».

Un sogno realistico, quello di Salvatore, o appunto solo un sogno? «Un sogno realistico, eccome, perché in questo momento nei cassetti ci sono nascosti degli sviluppi e degli strumenti che stanno solo aspettando il momento per essere ingegnerizzati, industrializzati e resi accessibili a tutti. A costi accessibili. Il problema è quello di contemplare, quello di ratificare da parte degli stati queste nuove tecnologie. Mi spiego: il prontuario farmaceutico segue giustamente l’evoluzione della ricerca, il nomenclatore tariffario del sistema sanitario nazionale è fermo al 1992 e fornisce ancora le protesi di legno. Strumenti obsoleti, che più che aiutare danneggiano, emarginano, anzi ammazzano le persone amputate».

Salvatore torna sulla questione delle sue scelte geografiche per una puntualizzazione importante: «Scelgo poi quei posti dove la situazione, come purtroppo accade anche in Italia, lascia molto a desiderare da questo punto di vista. La Repubblica Democratica del Congo, per esempio, dove esistono gli uomini-serpente, le donne-serpente, persino i bambini-serpente. Nel senso che non hanno neanche una semplice stampella per tenersi in piedi. E quotidianamente non vengono calpestati solo i loro diritti, ma soprattutto la loro dignità. Vedere un essere umano strisciare per terra è veramente un qualche cosa di inenarrabile, di egoistico, di orrendo. Siamo tutti colpevoli».

Viene da chiedersi se per una persona con una protesi ad una gamba, nuotare sia diverso sul piano tecnico: «Assolutamente sì. Nuotare senza una gamba è come chiedere ad una barca di viaggiare senza timone. Praticamente devi fare forza solo sulla parte superiore del corpo. Le gambe non solo ti assestano, ma ti aiutano ad avere una postura in acqua, e quindi ad essere più fluido, ad avere più acquaticità. Senza una gamba è molto difficile, fai una fatica immane».

uno dei tanto trofei vinti

uno dei tanti trofei vinti da Salvatore

 

Come dire che occorre una resistenza ancora superiore a quella di un normale nuotatore di fondo… «Assolutamente sì. Essendo una disciplina sportiva, come si suol definire, quasi estrema, alla fine diventa una questione di testa. È la tua testa, la tua voglia di farcela, che ti aiuta ad arrivare dall’altra parte».

Una cosa che colpisce molto, in un mondo sportivo dove tutto necessita ormai di organizzazioni strutturate e spesso faraoniche, è che Salvatore Cimmino non operi con alcuno staff: «No, non ho nessuno staff. La Manica, per esempio l’ho attraversata da solo. Dicevo prima dei consigli di Filippo: telefonici o tramite posta elettronica, perché lui vive a Genova, io vivo a Roma. Sono una persona diciamo “sola” in questa avventura. Però sono aiutato e sono sostenuto da tantissime persone, chiamiamoli fantasmi, che mi invento e mi fanno compagnia durante gli allenamenti. Certo, poi in mare ho una barca d’appoggio che mi fa la rotta: senza, non arriverei da nessuna parte. Ogni volta cambia, però».

Se poi gli si domanda quali rapporti corrano con gli altri nuotatori, il ragazzo di Torre Annunziata sorride: «Bellissimi, perché non solo sono solidali, ma in ogni tappa me li trovo vicini, mi sostengono. La cosa che ci accomuna è l’amore per l’avventura, e perché no? L’amore per la fatica, coniugata all’amore per il mare stesso. Nuoto con gli occhialini, anche perché senza non potrei vedere quel panorama che mi corre sotto. Per esempio, nelle mattine che mi sono allenato in questo specchio d’acqua, ho visto delle situazioni incredibili, affascinanti, in neanche due metri di profondità. Sottocosta, perché nuotare più al largo è pericoloso, e rischi di essere investito da qualche barca».

Nessun problema di noia, quindi… «Nessuno, anche perché come ti dicevo, io ho tanti amici-fantasma che mi fanno compagnia. In acqua non puoi parlare con nessuno, e allora parlo con questi frammenti di me stesso. Sono tanti, sono almeno sette od otto, perché secondo me una delle caratteristiche del nuotatore di fondo è questa capacità di elaborare. Elaborare qualsiasi cosa pur di ammazzare il tempo, pur di superare momenti di vera difficoltà».

Momenti di difficoltà che certo non sono mancati, nella carriera del nuotatore campano, ormai romano di adozione: «Certo. Per esempio durante la traversata dello Stretto di Cook, tra l’Isola del Nord e l’Isola del Sud della Nuova Zelanda, dove l’acqua scendeva anche sotto gli otto gradi. L’ho attraversato in periodo d’inverno australe, e ho usato cappuccio, guanti, gambale… la muta sempre la solita, di 3 mm, però. Ho rischiato l’ipotermia. Quando sono arrivato, mi sono rilassato e sono svenuto per tre ore, il tempo che la barca ritornasse da dove eravamo partiti. Ho rischiato la vita, ma ne valeva la pena».

In Congo Salvatore ha nuotato in un lago da cui fuoriescono gas velenosi… «Sì, il Lac Kivu, anche se lì non mi volevano far nuotare, perché sotto c’è il metano, e le persone muoiono anche per strada per le esalazioni. Alla fine hanno ceduto, nel momento in cui, molto spontaneamente e senza preparazione, e anzi forse proprio per questo, ho detto loro che non ero né il primo, né l’ultimo che moriva per un’idea… E mi hanno fatto nuotare. Sono partito dall’Ile Idiwj in compagnia di Padre Paolo Di Nardo, capomissione dei Caracciolini di Goma, e siamo arrivati dopo 48 km e nove ore e venti, al porto di Goma, dove ci attendevano oltre ventimila persone. Per fortuna c’è un documento filmato, sul mio sito (www.salvatorecimmino.it) dove si possono vedere queste immagini, che hanno dell’incredibile. Mi hanno raccontato addirittura che delle partorienti hanno dato il mio nome, non Salvatore, ma Cimmino. ai loro figli. Qualcosa di commovente, che mi è stato riferito non da una persona qualunque, ma da Théophile Kaboy Ruboneka, il vescovo della diocesi di Goma».

Salvatore Cimmino prima di cimentarsi nella Capri-Napoli

Salvatore Cimmino prima di cimentarsi nella Capri-Napoli

 

Imprese che richiedono un allenamento costante. Ma poi, quanto si allena, Salvatore? «Mi preparo per circa tre ore e mezzo al giorno, percorrendo tra i dieci e gli undici chilometri, durante tutta la settimana. Lavorando, posso allenarmi una sola volta al giorno, e quindi sono costretto a farlo anche nei week end. Normalmente nuoto nella piscina dell’Aniene, il circolo del presidente del CONI, Giovanni Malagò. Giovanni è il mio più grande sostenitore, e mi sostiene tanto da avermi citato anche nella prefazione di un suo recente libro».

Non cerca la notorietà dei grandi palcoscenici, Cimmino, e non gli interessano le manifestazioni internazionali. In realtà si considera anzi tutt’altro che un atleta: «A prescindere dalla mia età, io non sono un atleta, non mi sento un atleta. Costruisco ponti, nuoto per costruire qualcosa di solido, con fondamenta forti in grado di sostenere questo messaggio molto pesante, che fatica molto ad essere recepito. Metaforicamente, sono un ingegnere che vuole costruire un mondo dove “niente su di noi, senza di noi”, e questo vuol dire un mondo a misura di tutti, non per pochi. Mi alleno per arrivare, uso lo sport come veicolo di fratellanza, in senso quasi decoubertiniano direi. Non mi piace lo sport inteso come business, e trovo molto triste che mentre ieri un bambino poteva frequentare corsi di molte discipline, oggi spesso i genitori siano costretti a pagare cifre che non tutti si possono permettere. Precludere sin da bambino il gioco più nobile, quello dello sport, è qualcosa di veramente assurdo, di molto, molto triste».

«Quello che mi preme sottolineare» conclude Salvatore, prima di salutarci «è che il nostro paese, come tutti i paesi degni di questo nome e degni della democrazia (una parola usata spesso gratuitamente), finalmente non definisca più le persone con disabilità degli ammalati, ma persone con gli stessi diritti di cittadinanza di tutti, che devono essere messe in condizione di partecipare al contesto in cui vivono. Perché una persona con disabilità non è un ammalato, ma un individuo che ha bisogno della sua libertà, dei suoi spazi, di un sistema dove le barriere siano finalmente abbattute». E Salvatore queste barriere ha scelto di abbatterle a colpi di bracciate.

Danilo Francescano
© Riproduzione Riservata
(intervista raccolta nel mese di luglio 2013)

 

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