Il fantastico Mondiale del ‘42

 

La locandina del Mundial Dimenticato

La locandina del Mundial Dimenticato

Suggestioni storiche

Storicamente è risaputo che per i Giochi Olimpici si fermavano le guerre. Ma non successe mai che le guerre si fermassero per i mondiali di calcio. Eppure, ci fu un visionario che sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale volle continuare a far correre il pallone, nella speranza, tutta nobile e tutta idealista, di far cessare i conflitti.

Il Conte Vladimir Otz è un ebreo emigrato dai Balcani alla Patagonia argentina con la figlia Helena, visionario e mecenate, collezionista accanito di ciò che ruota attorno al mondo del calcio, nonché sedicente amico personale del fondatore della Fifa Jules Rimet. Considerando la Coppa del Mondo come deterrente alle bombe, nel maggio 1941 scrive ai capi di stato europei il seguente telegramma: “L’imbecillità dei regimi non ucciderà questo sport”.

È fortemente intenzionato a organizzare i mondiali di calcio in Patagonia, in un punto imprecisato di terra secca tra lo stretto di Magellano e il fiume Colorado, tra le Ande e l’Atlantico. Seguono polemiche, boicottaggi. Però tra il silenzio mediatico del mondo, lontano dai bombardamenti, in barba alle decretate sospensioni sportive, dodici squadre – che rappresentano altrettanti Paesi – si affrontano nei presunti Giochi Mondiali di Calcio del 1942.

Alcuni dei protagonisti del Mundial

Alcuni dei protagonisti del Mundial

 

C’è anche l’Italia, con una delegazione che sfida e la Nazionale scelta dal Duce per riappropriarsi della Coppa conquistata nel 1938. Gli atleti sono “di recupero”: poveri, operai, minatori, gente in fuga, circensi, molti immigrati giunti in Sudamerica per lavorare a una enorme diga in mezzo al deserto… gli italiani con una colletta fanno arrivare due professionisti. Per la Patagonia gioca una squadra composta da indios mapuche, che attirano subito simpatie e antipatie condite dal vento razzista.

 

L’edizione dimenticata e ritrovata

Nel 2012 Filippo Macelloni e Lorenzo Garzella decidono di ridare alla leggenda una forma, quella del documentario, utilizzando una commistione di fonti autentiche e fittizie per ricostruire le pagine mancanti delle cronache sportive, in un viaggio nella Patagonia di ieri e di oggi, con la complicità di grandi nomi del calcio mondiale: i giocatori Roberto Baggio, Gary Lineker e Jorge Valdano, il presidente onorario della Fifa João Havelange, gli storici Pierre Lanfranchi e Osvaldo Bayer, i giornalisti sportivi Darwin Pastorin e Sergio Levinsky, che ha il ruolo di detective nella ricerca di documenti e guida le interviste ai testimoni dell’epoca, come Antonio Battilocchi, toscano terzino destro che nella sua casa di Massaciuccoli custodisce ancora la maglia della Nazionale.

La ricostruzione delle vicende del Mondiale del 1942, mai riconosciuto dalla Fifa e con i vincitori avvolti nel mistero, prende il via dal ritrovamento di uno scheletro abbracciato a una cinepresa. Si tratta dei resti di Guillermo Sandrini, cineoperatore argentino di origini italiane, ex fotografo di matrimoni, che era stato ingaggiato dal Conte per filmare tutte le fasi dei Mondiali, che avrebbero dovuto essere ripresi in modo rivoluzionario, andando oltre la lezione di Leni Riefensthal, regista delle Olimpiadi di Hitler, superando le suggestioni e le novità narrative di Georges Méliès.

Ecco quindi la telecamera attaccata a un pallone aerostatico, le telecamere infilate nelle buche del terreno, legate a fili, caschi e carrelli: strampalate invenzioni per assicurarsi che l’edizione che le potenze mondiali non volevano passasse alla storia. Ed è proprio nella bobina che lo scheletro di Sandrini tiene stretta che forse si potrà riconsegnare un vincitore all’edizione del Mondiale e, di conseguenza, si potrà riconsegnare quell’edizione agli Annali della Storia.

Una straordinaria parata del Tigre

Una straordinaria parata del mapuche “Tigre”

 

Gli ingredienti del Mundial

C’è la guerra, il giocatore tedesco che è spia di Hitler, c’è l’amore che vede contesa la bella e volitiva Helena, c’è l’eterna sfida Italia-Germania, c’è la cronaca di partite leggendarie, con una finale che dura un giorno e una notte, i mapuche accusati di ipnotizzare gli avversari, e un finale catastrofico con un’alluvione che distrugge ogni sogno di gloria, affondando lo stadio.

C’è la bellezza nuda di Helene, la bellezza pura del gioco del calcio, la bellezza dell’ideale del Conte, Fitzcarraldo patagonico. C’è la meraviglia della retrouvaille, la meraviglia della natura, la meraviglia della scienza. C’è l’epica dello sport, del documentario, dei luoghi. E c’è la strampalata trovata dell’arbitro pistolero, partorita dalla penna dello scrittore argentino Osvaldo Soriano nel racconto “Il figlio di Butch Cassidy”.

Solo il figlio segreto del bandito, con cappello da cow boy e pistola al posto del fischietto, è infatti in grado di domare le fasi di una così complessa competizione. Basta una frase: «I Mondiali di calcio del 1942 non figurano in nessun libro di storia, ma si giocarono nella Patagonia argentina» (dal racconto “Il figlio di Butch Cassidy”).

Le squadre partecipanti

Le squadre partecipanti

 

«Io e Filippo Macelloni – ricorda Lorenzo Garzella – siamo innanzitutto amanti del Dio Pallone. Poi il nostro mestiere di documentaristi (sono già autori di Rimet – L’incredibile storia della Coppa del Mondo uscito nel 2010 ndr) ci ha aiutati a venire a contatto con le illustri testimonianze che compaiono nel video mentre la disponibilità dell’Istituto Luce a utilizzare i filmati ha validato il contesto storico-realistico su cui ci siamo appoggiati. La fase più laboriosa è stata proprio quella della post produzione in cui abbiamo dovuto “invecchiare” le immagini per renderle compatibili con i veri archivi, in modo anche inventivo, alla Sandrini. Ricreando anche gli scenari affollati: lo stadio pieno, la diga che cede,..».

Alla fine, è la natura indomita della Patagonia a chiudere la finale del 19 dicembre. Si perde l’equilibrio ecologico, si perde il Mondiale.

 

Il grande scherzo del “mockumentary”

Non se ne abbiano a male gli appassionati e gli studiosi della storia del calcio se non conoscono il visionario amico di Rimet o non sanno di che colore sia la maglia del terzino destro Antonio Battilocchi. In verità, questa storia su un campo da calcio non è mai esistita. E come spiega Lorenzo Garzella al termine della proiezione al Centro Icaro di Licciana Nardi, non se ne abbiano a male coloro che ci hanno profondamente creduto, sin dall’inizio, pur davanti a uno scheletro troppo bianco per essere vero.

«È la magia del mockumentary, non una presa in giro ma un gioco narrativo», dice al pubblico che lo ringrazia per aver fatto riaffiorare la storia, grazie alla scintilla del racconto di Osvaldo Soriano, centravanti dalle buone speranze stroncato da un incidente che fluttua dal campo di calcio al racconto, dribblando la poesia del gesto atletico per mettere in rete metafore di vita.

Filippo Macelloni e Lorenzo Garzella

Filippo Macelloni e Lorenzo Garzella

 

E basta poco, in fondo, per volerci credere disperatamente: basta la commozione tutta umana dei vinti, quelli che entrano, in letteratura come nello sport, negli Annali degli Immortali per il loro essere belli o bravi e perdenti. La spregiudicatezza di uno schema, la somma dei talenti, la valanga di gol,.. la meraviglia di un’azione che non riesce ad arrivare al podio. E l’illusione, anche quella tutta umana, che la letteratura possa cambiare il passato. Cancellare una guerra. Far alzare una Coppa, anche tardivamente, a un popolo che scompare.

Così il calcio, attraverso l’immaginario mitico, diventa vita. Diventa un romantico e beffardo oppositore dello sport asservito a propaganda. Diventa ingenuo e puro propagatore di valori che nel tempo del calcio mercificato non esistono più. Conclude Garzella: «Oggi possiamo dire: Roberto Baggio è un pessimo attore! Gli scappava continuamente da ridere!». Eh no, il calcio è cosa seria. Anche quando palleggia con stralunata ironia. E allora importa davvero se il Mondiale di Patagonia fu giocato?

Melania Sebastiani
© Riproduzione Riservata

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Comments To This Entry
  1. Suggestivo.
    Più “credo nello sport” per tutti.

    Lavinia on gennaio 18, 2015 Reply

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