Emma Gatewood

Emma Gatewood sull'Appalachian Trail

Emma Gatewood sull’Appalachian Trail

 

La quiete degli Appalachi

Lesse sul National Geographic un articolo che parlava del Sentiero degli Appalachi, generalmente noto come Appalachian Trail o semplicemente A. T., e decise che l’avrebbe percorso. Il circuito escursionistico percorre i monti Appalachi sulla costa orientale degli Stati Uniti d’America. Non se ne conosce la lunghezza esatta perché cambia nel tempo via via che sono modificate o aggiunte delle piste. Si snoda all’incirca per oltre 3500 chilometri e attraversa tredici stati. Il tempo impiegato per completare il giro è circa cinque mesi. Emma Gatewood aspettava quel momento da tempo: voleva essere la prima donna a completare l’A.T.

Il momento arrivò quando lei aveva sessantasette anni, le dita rugose, un ginocchio infermo e senza occhiali non era più in grado di vedere.

Il sentiero in sé fu il prodotto del sogno di un uomo chiamato Benton MacKaye, che s’ispirò a un’escursione di sei settimane che fece nel Vermont dopo essersi laureato a Harvard. Alcuni amici al ritorno lo convinsero a mettere per iscritto le sue sensazioni e MacKaye scrisse della necessità di ritrovare un legame della metropoli con la natura, di un progetto che avrebbe dovuto rendere accessibile quello che si presentava come ambiente primordiale a tutti. Cominciò a radunare come volontari randonneurs, club d’alpinismo, avvocati,… dieci anni dopo circa metà del percorso era segnato.

Mentre le città americane andavano popolandosi di auto, gli Appalachi andavano accogliendo nuovi appassionati.

Oggi l’Appalachian Trail fa parte della Tripla Corona dell’Escursionismo insieme al Continental Divide Trail e al Pacific Crest Trail. Il cammino è per lo più montuoso ma non mancano zone di paludi e fiumi, da attraversare con apposite passerelle o ponti. Le statistiche riportano che soltanto il 20% di chi lo comincia arriva in fondo.

Sono passate sei decadi, eppure l’impresa di Emma, “Grandma Gatewood”, la nonnina dell’Ohio, è un esempio incredibile di autodeterminazione, sopportazione e forza.

Quando partì nel 1954, alla sua famiglia disse soltanto che “andava a fare una camminata”. Che avrebbe spedito una cartolina.

Soltanto il cugino di Atlanta presso cui dormì una notte nel trasferimento verso la Georgia e il tassista che l’avvicinò al monte Oglethorpe sapevano dove fosse localizzata e dove intendesse camminare.

Lì cambiò le scarpe da passeggio con quelle da tennis, l’abito a quadretti con la salopette e si mise in spalla il fagotto con le provviste: cerotti, forcine, acqua, coltellino svizzero, torcia, caramelle alla menta, penna, taccuino da 25 centesimi, würstel, uva, noccioline, latte in polvere.

Quella prima volta furono gli occhiali a farla desistere. Scalò subito il monte Katahdin, la vetta più elevata dello stato, si perdette un paio di volte perché non sapeva di dover seguire i segni bianchi del sentiero, ruppe gli occhiali che cercò di rammendare con cerotti. Non vedeva quasi nulla. Finì le scorte di cibo. I ranger che l’avevano vista all’inizio del sentiero la stavano cercando. Dopo una settimana era al punto di partenza: nello specchio vide una donna che non riconobbe, sembrava una vagabonda.

Teca al Museo dall'Appalachian Trail (da wanderingwalltoskis.com)

Teca con oggetti personali al Museo dall’Appalachian Trail (dal sito di wanderingwalltoskis.com)

 

Il punto di usura del corpo ad alta quota non coincide con quello di usura della vita quotidiana. Aveva perso dei chili e appreso una nuova lezione.

Decise che sarebbe tornata a casa, dando appuntamento agli Appalachi alla primavera seguente. Dalla Georgia al Maine, stavolta, avrebbe impiegato meno di una stagione.

È facile immaginarla in piedi a contemplare l’intorno, lei madre di undici figli e nonna di ventitré nipoti, dalle mani rugose e i calli come certificati di una personalissima scuola di sopravvivenza. I picchi che si stagliavano sul cielo scuro foriero di tempeste non erano un buon presagio.

Una lunga serie di montagne, oltre 3500 chilometri, con un dislivello totale di oltre 140000 metri. Per dislivello, qualcuno lo ha comparato scalare otto volte l’Everest. In mezzo, si annidavano mille modi per morire. Alcuni spettacolari. Orsi, coyote, insetti, serpenti, fiori velenosi, uragani…

Terra dei Cherokee, aspra, terra di conquista, di cittadine industriali, di strade sporche, di guerra civile, dove la proibizione lasciò il segno, dove si conosceva per nome ogni pianta e ogni whisky, qui, sugli Appalachi, Emma fu pellegrina laica. Qui si arrampicò quel maggio del ’55, ospite di una coppia di fattori, cominciando l’ascesa prima del levare del sole. Passò una notte in una chiesa, sotto un portico,… senza tenda né sacco a pelo.

Teneva nella sua sacca un diario, oggi custodito dai figli.

Teneva nel suo cuore un segreto inconfessabile. Che includeva urla per strada, denti rotti e costole rotte. E una notte in prigione.

P.C. Gatewood portava una leggera abbronzatura, era snello, aveva otto anni più di Emma. Era un Repubblicano convinto, che aveva studiato all’Università. La famiglia produceva mobili.
Una sera le diede un passaggio. L’accompagnò varie volte mentre tornava a casa.

Arrivavano da vite molto diverse, lei con ascendenze scozzesi, figlia di un veterano della guerra civile, quattordici fratelli, un letto da dividere in quattro e la neve che cadeva dal tetto. Andavano a scuola solo cinque mesi all’anno, il resto del tempo lavoravano.

Quando si conobbero, lei lavorava da una parente: mungeva le mucche, lavava e stirava, puliva, seminava, curava i polli e preparava il carbone.

Quando lui le offrì di sposarlo, lei disse di sì.

Una storia cominciata come tante altre sotto i migliori auspici: ricevimento sontuoso, luna di miele, casa nuova. Ma subito dopo la luna di miele, il marito cominciò a farle eseguire i lavori al suo posto. Emma era diventata sua: una ragazza da possedere.
Da mettere sotto torchio.
Da picchiare.
A schiaffi e pugni.
Emma pensò di lasciarlo il secondo seguente al primo schiaffo, ma dove sarebbe andata?
E poi, scoprì presto di essere incinta. La prima figlia di undici.

Lei leggeva molto: enciclopedie, poesia e classici greci, libri su rimedi casalinghi che alleviavano il dolore.

Lui aveva un appetito sessuale insaziabile, maniacale, e tendeva ad arrabbiarsi molto: nel 1924, dopo il nono figlio, fu accusato di omicidio, conclusione di un battibecco in piazza.

La domenica, puntualità in chiesa. Erano metodisti.

Lei chiese il divorzio negli anni Quaranta. Non fu semplice, ma non era spaventata. Nel suo orizzonte vedeva gli Appalachi. Sapeva che avrebbe trovato la pace e, se non cancellato il sapore del proprio sangue, sapeva che la fatica dei polmoni l’avrebbe rigenerata.

Un primo piano di Emma Gatewood

Un primo piano di Emma Gatewood

 

Ebbe la custodia dei figli e il marito fu costretto a pagarle gli alimenti, ma lui non rispettò la decisione del giudice.

Emma Gatewood fu la prima donna a percorrere l’Appalachian Trail. Ripercorrerà quel sentiero nel 1957, poi nel 1964 e la sua storia servirà per richiamare l’attenzione su una zona che necessita di continue cure, dove l’aiuto al prossimo è fondamentale. Lei ebbe amicizie, cibo e riparo. Il suo impatto sul circuito è tangibile.

Recentemente un documentario ha fissato la sua storia: si chiama Trail Magic e ripercorre i passi della Gatewood con testimonianze archivistiche, familiari e spettacolari panorami. Emma teneva

D’altronde, la montagna, pur nella sua durezza, non le fu crudele. Fu bellezza e indipendenza, un passo dopo l’altro. Una fuga dalla vecchiaia e da una vita di obblighi.

Una metafora di resistenza e quiete.

E quando il marito in punto di morte le chiese di andarlo a trovare, fu libera di non camminare quei passi.

Melania Sebastiani
© Riproduzione Riservata

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Comments To This Entry
  1. Bellissima storia che non conoscevo.
    Non è mai troppo tardi per segiure i propri desideri.
    Donna speciale,esempio da ricordare!

    Roberta on gennaio 15, 2017 Reply

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