Mario Jardel

Mario Jardel

Mario Jardel

 

Dove corri, Mario?

Le cronache recenti narrano le peripezie di un noto politico che ha sbagliato comizio finendo al raduno del partito avverso. Ma dato che in questa sede non ci occupiamo di storie minori, preferiamo riportare la straordinaria parabola del meno brasiliano dei brasiliani, del più sregolato tra i geni e del meno genio tra gli sregolati. Mario Jardel ha anticipato i tempi dimostrando cosa può succedere quando si decide di andare incontro al destino e contro la logica.

Dobbiamo riavvolgere il nastro sino al 18 gennaio 2004: c’è un uomo solo al comando, ma non è un epigono di Fausto Coppi. Non sta scalando nessuna cima alpina e letteralmente non sa dove si stia dirigendo. Siamo ad Ancona e Mario Jardel vuole presentarsi ai suoi tifosi, prende il coraggio a due mani e pochi minuti prima dell’inizio della partita abbandona la panchina e, sciarpa al collo, inizia a correre. Cioè, correre, diciamo avanzare, ciondolando ritmicamente perché è talmente sovrappeso che per riconoscerlo come atleta in attività bisogna lavorare di fantasia. Insomma, il passo non è spedito, ma sufficiente per tenere a distanza l’accompagnatore della squadra marchigiana che si rende conto dell’imminente dramma sportivo.
«Fermati, Mario fermati. Ma dove vai? DOVE VAI?».

Jardel in Italia

Jardel in Italia

Ma come una biglia su un piano inclinato, nessuno può fermare Mario che arriva sotto la curva e alza le braccia al cielo. Si attende che il pubblico lo acclami ad alta voce: in effetti gridano ma non è esattamente un’ovazione. Piovono insulti e piove anche altro e l’attaccante si chiede: «Ma come è possibile?».

È possibile, caro Mario, soprattutto se sei finito sotto la curva della squadra avversaria. Certo che la fortuna non l’ha assistito proponendo un match con formazioni con gli stessi colori sociali (il bianco e rosso che caratterizza Ancona e Perugia), ma non si può negare che si siano visti esordi più sobri. Senza neppure toccare il primo pallone, Jardel è riuscito nell’impresa di spegnere l’entusiasmo con cui i tifosi marchigiani avevano accolto la notizia del suo arrivo.

Quando Jardel era Jardel

Già, perché chiunque non avesse seguito le ultime vicissitudini dell’attaccante brasiliano, non poteva non pensare che l’Ancona avesse fatto un colpo da sogno. Nei sette anni precedenti i numeri di Jardel erano stati impressionanti, con una media gol inferiore soltanto a quella attuale di Messi e Cristiano Ronaldo.

Ecco i dati: 125 gol in 130 partite con il Porto, 22 gol in 24 partite con il Galatasaray: una vagonata di campionati e coppe portoghesi, titoli carioca a ripetizione, una Supercoppa Europea da aggiungere alla Coppa Libertadores conquistata in patria a inizio carriera.

Jardel non era mai stato un esempio di stile, niente a che vedere con il prototipo del fuoriclasse verdeoro che sforna dribbling e numeri a ritmo di samba. Lui era un’opportunista capace di trovare la porta in ogni modo, abilissimo in quello che gli americani chiamano “rovistare nella spazzatura” trasformando in oro un rimpallo, un’indecisione dell’avversario, un rimbalzo fasullo. In nazionale non trovava posto solo perché chiuso da fenomeni (uno in particolare con la F maiuscola); eppure, in patria qualcuno si lamentava del suo scarso utilizzo. Il classico rapinatore d’area, di quelli che sembrano dormienti per lunghi tratti e che poi assestano la zampata vincente. Non si vince per caso per tre volte la classifica capocannonieri in tre campionati diversi o per due volte la Scarpa d’oro.

Viaggio all’inferno in picchiata libera

Ma adesso quel Jardel appariva un ricordo sbiadito. Quello era un altro giocatore ed era soprattutto un altro uomo. Erano sopraggiunte nell’ordine l’abbandono della moglie, la depressione e la cocaina a sgretolarne lo spirito. Lo ammetterà anni dopo: «L’unica cosa che mi interessava era stordirmi per non pensare al fallimento della mia vita, alla separazione. Mi annebbiavo per non vedere la mia esistenza che andava a rotoli, non accettavo la realtà e preferivo nasconderla a me stesso. Usavo così la cocaina per evadere ma quando finiva l’effetto, stavo ancora peggio».

Jardel e la Scarpa d'Oro

Jardel e la Scarpa d’Oro

 

Barthes diceva che la vita è fatta di piccole solitudini, ma Jardel era stato inghiottito da un’unica solitudine talmente grande da togliere il respiro. Purtroppo, non sufficiente per togliere l’appetito, dato che si era talmente dilatato da rendere riduttivo persino il soprannome El Gordo.

Ancona è l’inizio di un pellegrinaggio senza successo in ogni angolo del pianeta alla ricerca di un nuovo contratto, di un rilancio, di un gol, di se stesso. Ai tempi d’oro sognava di indossare la maglia del Real Madrid che aveva castigato con una doppietta nella Supercoppa Europa, bramava il Barcellona e sembrava a un passo dal Manchester United. Lo domandava polemicamente ai giornalisti nelle conferenze stampa: «In Portogallo tutti si chiedono come mai io non giochi in Italia, Spagna o Inghilterra». Un quesito rimasto senza risposta (verrebbe da pensare che i potenziali acquirenti ci abbiano visto lungo…) per ritrovarsi poi in Vietnam e in Amazzonia in squadre improbabili a cercare scuse ancora più improbabili per giustificare fallimenti in serie.

Lui che da Re Mida capitalizzava in oro tutti i palloni che incontrava iniziò a lamentarsi della mancanza di assist, usando la scusa tipica di tutti i bomber che non trovano la via della rete:«Come faccio a segnare se non ho chi fa il passaggio giusto?». E ai dirigenti del Rio Negro che si lamentavano delle sue assenze dagli allenamenti: «Come faccio ad allenarmi se nessuno viene a darmi uno strappo dall’hotel al campo?».

L’ultimo assist della vita

La vera notizia è che Jardel ha colto l’ultimo assist della vita intraprendendo un programma di recupero: ha fatto pace con se stesso ricordandosi del suo passato per riprendersi il futuro. Ha detto basta col calcio giocato, anche perché se uno è stato abituato a esibirsi da protagonista davanti a platee prestigiose non può finire in sgangherati teatri alla periferia del pianeta.

Il ritratto di Jardel ad opera di Marco Avoletta

Il ritratto di Jardel ad opera di Marco Avoletta

Appendere le scarpette al chiodo definitivamente è stato come guardare in faccia la realtà: la carriera sportiva era un capitolo da archiviare per scriverne uno nuovo su un foglio bianco. E quando si fanno delle scelte, spesso si trovano anche compagni d’avventura all’altezza. Jardel beneficia del sostegno di un altro personaggio finito sulla graticola anche se per ragioni diametralmente opposte: Felipe Scolari, allenatore del Brasile entrato nella storia vincendo il titolo nel 2002 e proiettato nella leggenda dal verso sbagliato incassando un devastante 1-7 contro la Germania nella rassegna iridata di casa, ne appoggia la candidatura a deputato nello stato di Rio Grande do Sul. A differenza del suo epigono, Jardel stavolta non sbaglia comizio e viene eletto.

Pensare agli altri per aiutare se stesso e aiutare gli altri pensando a se stesso: la carica lo aiuta a ritrovare responsabilità e ordine nella propria vita impegnandosi per la collettività. Non sogna la carriera diplomatica, ammettendo di vivere l’esperienza politica come una parentesi: «Voglio impegnarmi per progetti concreti nel campo dell’istruzione e della sanità spiegando i pericoli della cocaina e come evitare di ripetere i miei errori. Poi mi troverò un’altra occupazione». Intanto è ripartito senza più chiedersi cosa poteva essere ieri e non è stato, concentrandosi piuttosto sulla strada da intraprendere per garantirsi un futuro sereno. Iniziando a correre dalla parte giusta, verso i suoi veri tifosi.

Roberto D’Ingiullo
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