Emilio Butragueño

Emilio Butragueno

Emilio Butragueno

 

L’epopea dell’Avvoltoio

Batte boschi e praterie con il suo volo radente, alla ricerca di carcasse di cui cibarsi: l’avvoltoio è un animale rapace, molto temuto, simbolo nell’immaginario collettivo del predatore senza scrupoli. Anche l’uomo, a volte, diventa predatore di altri uomini, dimostrando di non saper usare l’intelligenza che lo contraddistingue e lo fa primeggiare sugli altri animali. Non sempre, però, quest’identificazione è negativa. Per esempio, non lo è nello sport.

Per un certo numero di anni c’è stato un avvoltoio che ha volato non su aride praterie o su prati selvaggi, ma su campi di calcio. Il suo habitat naturale era l’area di rigore, la sua caccia non era orientata agli animali di piccola taglia, ma ai gol, le sue prede preferite i portieri avversari. Il suo nome faceva tremare gli stadi d’Europa, soprattutto era conosciuto per il suo soprannome: El Buitre. Sei lettere sinonimo di rapacità.

Un primo piano di Emilio

Un primo piano di Butragueno

 

Emilio Butragueño Santos vede i suoi natali nella prima metà degli anni Sessanta in quella Madrid che aveva il Real come club principe, lo stesso in cui Emilio avrebbe scritto la sua leggenda. Subito innamorato del pallone, un passaggio importante nella sua formazione fu il basket, l’iberico baloncesto, che praticò per una manciata di anni. Questo gli permise di sviluppare quella visione di gioco utile a confezionare nel calcio assist d’oro per i suoi compagni, specialmente per il suo sodale nell’attacco blanco, il micidiale messicano Hugo Sànchez, con il quale formava un implacabile duo offensivo.

L’avventura del Buitre inizia presto e bene (2 gol e un assist all’esordio in campionato, a soli 18 anni) e si dipana lungo quasi un quindicennio, con il bianco della maglia del Real sostituito solo dal rosso della camiseta della Nazionale, tranne che alla fine della carriera, chiusa nell’Atletico Celaya, club messicano in cui ritrovò anche lo stesso Hugo Sànchez e Michel.

Era una Spagna che non riusciva a rendersi protagonista di vittorie come invece accade oggi, ma in cui Emilio seppe ritagliarsi il suo spazio, fino a diventare un mito un pomeriggio messicano del 1986, quando riuscì a segnare quattro delle cinque reti (a uno) che sconfissero la Danimarca ai Mondiali, quelli di Diego Armando Maradona: vent’anni dopo emulava l’impresa di un altro grande calciatore, anch’egli conosciuto con un soprannome animalesco, Eusébio, la Pantera Nera, entrando in un ristretto club che annoverava anche Ernest Wilimowski, Ademir e Just Fontaine.

La Quinta del Buitre

Giocatore corretto e dalla personalità importante, le sue imprese lo portarono a diventare il simbolo di quel gruppo di giocatori che sarebbe stato fondamentale nelle vicende del Real e della Nazionale di quegli anni: la Quinta del Buitre. Il difensore Manolo Sanchis, i centrocampisti Rafael Martin Vazquez e Michel, l’attaccante Miguel Pardeza componevano quella coorte di giocatori che, insieme a Emilio, contribuirono a far grande il Real.

Le vittorie furono soprattutto casalinghe; i successi in Europa arrisero in Coppa Uefa, meno fortuna ebbe il club nella Coppa dei Campioni, manifestazione che aveva eletto proprio il Real Madrid a sua regina, anzi tiranna, soprattutto all’inizio della sua storia. Spesso, quando le contese si spostavano in ambito continentale, le avversarie di Buitre e compagni erano anche italiane.

Talvolta il Real vinceva, come contro il Napoli dello stesso Maradona, o la Juventus, a volte perdeva, come contro il Milan che in quegli anni scriveva la sua leggenda internazionale trionfando in partite epocali proprio contro gli ex dominatori della Coppa Campioni.

Contro i rossoneri il Real vide eclissarsi definitivamente il suo mito: il Milan di Arrigo Sacchi e del trio olandese (Ruud Gullit, Frank Rijkaard, Marco Van Basten) in una tiepida sera di aprile del 1989, a San Siro, inflisse un’umiliazione storica alle Merengues, un cinque a zero che iniziò con una rete di Ancelotti – per ironia della sorte attuale tecnico madridista – per proseguire con le reti del trio olandese al completo e l’apoteosi finale siglata dalla rete di Roberto Donadoni. Butragueño e la sua quinta venivano cancellati, anzi annichiliti.

Butragueno in azione

Butragueno in azione

 

Meno significativi, ma non banali, gli scontri con i bianconeri. Fu protagonista, El Buitre, nel doppio confronto del 1986, gli ottavi della massima competizione sportiva europea: a Madrid la difesa dei torinesi fu scardinata solo da un gol di Emilio, abile ad anticipare Favero su un’incursione di Valdano, rimandando il verdetto al ritorno di Torino.

Qui i sogni dei bianconeri di eliminare i blasonati avversari durarono l’effimero tempo dei novanta minuti – Cabrini, il Bell’Antonio, riuscì a segnare la rete che pareggiava i conti – per spegnersi ai tiri di rigore, dopo gli inutili supplementari, in cui anche Butragueño mise la sua firma, prima del penalty decisivo di Juanito. Ma anche i sogni del Real e della Quinta sarebbero tramontati poco dopo, in semifinale contro il Bayern Monaco, e Butragueño non riuscirà mai ad assaporare la gioia di sollevare al cielo la “Coppa dalle Grandi Orecchie”.

Forse Emilio Butragueño Santos ha vinto poco, di sicuro ha rappresentato un’epoca del calcio spagnolo, quella del delicato passaggio dai fasti del Grande Real ai successi degli anni Duemila. Un calcio meno patinato, ma più identitario. Perché si resta nel cuore dei tifosi con i dribbling, le giocate di prima, le progressioni palla al piede e l’istinto micidiale per il gol. Ma anche con l’esempio di una dedizione assoluta alla maglia, quella che El Buitre aveva scelto prima di indossarla, rifiutando di firmare per l’Atletico, e che tolse solo il 15 giugno 1995 nella partita d’addio contro la Roma. Avvoltoio sì, ma solo per amore.

Raffaele Ciccarelli
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