René Lacoste

René Lacoste

René Lacoste

 

Il Coccodrillo

Il sinonimo di polo per antonomasia. L’inventore. L’imprenditore. L’amico. Il Moschettiere. L’ultimo dei Moschettieri. Il primo a ritirarsi e l’ultimo a morire. 92 anni vissuti sportivissimamente, con applicazione, metodo e trionfi.

Jean René Lacoste nasce a Parigi il 2 luglio 1904 al numero 38 di rue Albouy, nel 10º arrondissement. Il padre Jean-Jules è dirigente dell’azienda automobilistica Hispano-Suiza, decorato Cavaliere, poi Ufficiale, poi Comandante della Legione d’Onore. È finalista del primo campionato di Francia di canottaggio, disputatosi a Mâcon nel 1890, ma al figlio non augura un avvenire sportivo. Quando René si diploma nel 1920, solo un anno dopo aver colpito la sua prima palla da tennis, Jean-Jules gli consiglia di focalizzarsi sul concorso per entrare al Politecnico.

Ma a Wimbledon il giovane incontra Suzanne Lenglen, la prima superstar del tennis, e la fascinazione per i campi da gioco fa arrivare a un accordo familiare: René ha un anno di tempo per imparare a vincere. Se durante quell’anno dimostra di valere con un qualche trofeo, allora potrà giocare. Altrimenti le racchette saranno lo svago del tempo libero.

Lacoste nel 1929

Lacoste nel 1929

 

Vincerà sette Slam, due Coppe Davis, un bronzo olimpico. In soli cinque anni di attività agonistica ai livelli top. Dopo una prima qualificazione in Coppa Davis nel 1923, il primo successo significativo di René è il secondo posto ai Campionati di Francia del 1924, dove perde in finale contro un altro Moschettiere, Jean Borotra. Assieme a Borotra vincerà l’anno successivo il bonzo nel doppio alle Olimpiadi di Parigi, dietro agli altri due Moschettieri, Henri Cochet e Jacques Brugnon, fermati in finale dagli americani.

La dominazione del tennis mondiale di René avviene l’anno in cui i Campionati francesi diventano Campionati Internazionali di Francia, nel 1925. È la sua rivincita nel singolo contro il compagno e rivale Borotra, che è battuto in tre set: 7-5, 6-1, 6-4. Lo stadio di Francia alla porta di Saint-Cloud è pieno di appassionati. La vincitrice nel singolo femminile è la divina Lenglen, che gareggia con le fasce colorate a trattenere i capelli. Qualche mese dopo, Borotra è nuovamente sconfitto in finale a Wimbledon.

In doppio con Borotra

In doppio con Borotra

 

Lacoste è un osservatore. Il suo allenamento include lo studio dell’avversario, dal vivo, prendendo appunti fitti in numerosi carnet. Uno studio continuo, tattico, che porterà la rivalsa dell’intera squadra francese sugli americani.

La Coppa Davis

La squadra statunitense è vittoriosa dal 1920. La Francia ha già perso in finale negli ultimi anni, 1925 e 1926. Eppure, i Moschettieri – René Lacoste, Jean Borotra, Henri Cochet e Jacques Brugnon -, quattro tipi di uomini e di giocatore diversi, ma capaci di amalgamarsi bene, si classificano ai primi posti in quasi tutti i tornei di tennis mondiali.

I Quattro Moschettieri a Forest Hills

I Quattro Moschettieri a Forest Hills

 

Leader degli statunitensi è Bill Tilden: magro, lungo, dinoccolato, spalle larghe e grandi mani. Ha un servizio potente, è atletico e aggressivo. L’opposto di Lacoste. La sua stella brilla in patria quanto quella di Babe Ruth, Jack Dempsey e Bobby Jones. È considerato imbattibile, il Grande Gatsby del tennis statunitense, “Big Bill”. Lacoste non si lascia abbagliare dalla luce di Tilden. È convinto di poterlo battere.

In un audio raccolto nel documentario di Robert Howell per HPG e The Tennis Channel Signature Series, è lo stesso René a parlare. La voce non è quella del ragazzo ma dell’uomo anziano, che in una frase racchiude quanto profusamente annotato in quei taccuini degli appunti. «La tattica era alternare palle corte a palle lunghe, farlo correre, lo faceva molto indispettire». Lacoste ha vivisezionato il gioco del beniamino americano. Ne ha studiato le reazioni, analizzato gli atteggiamenti, scrutato sorrisi e strette di mano. È la dedizione, la minuziosa preparazione, la geometria di percentuali e passanti che lo rende un buon giocatore. E tattico del gruppo.

Così, nel 1927, quando la Francia vola per la terza finale consecutiva della Coppa Davis a Filadelfia, gli americani conducono per 2-1 il Challange Round è decisivo Lacoste che batte Big Bill Tilden in quattro set. Borotra fa il resto, battendo l’altro Bill, quello “Little”, Johnston, e l’insalatiera finisce tra le mani francesi, che se la terranno per ben sei anni. René Lacoste è eroe nazionale.

Il Coccodrillo in azione

Il Coccodrillo in azione

 

Grazie a questa vittoria che ha tutto il sapore di un’impresa, la Francia deve organizzare la finale. Ma non ci sono impianti adeguati ad accogliere una sfida di tale portata. La polemica che aveva investito la Francia per la disorganizzazione dei tornei di tennis in occasione delle Olimpiadi del 1924 è ancora fresca: la Federazione Tennis Internazionale aveva in seguito ritirato la disciplina dal programma dei Giochi.

Per avere un’idea della situazione degli impianti, la Gazzetta dello Sport nel 1924 scriveva:«E’ continuato oggi a colbes, sui campi appositamente costruiti a fianco del grande stadio, il torneo olimpico di tennis. Forse nessuna organizzazione del programma olimpico ha suscitato tante critiche come questa del tennis. Il comitato olimpico francese avrebbe potuto ospitare i campioni della racchetta che sono venuti da tutto il mondo sui courts della Croix Catelan o di St.Cloud ma ha preferito invece improvvisare uno stadio che affligge tutte le tribolazioni al pubblico e ai giocatori. Le gradinate sono tutte scoperte e perciò esposte alla canicola; gli spogliatoi sono insufficienti e il quadro segnalazioni inservibile. Tutti questi inconvenienti uniti alla grande distanza, spiegano come finora il pubblico abbia quasi disertato l’importante manifestazione».

I Moschettieri con la Coppa Davis

I Moschettieri con la Coppa Davis

 

Diventa fondamentale per la Francia trovare fondi e terreni per costruire uno stadio dove difendere la Coppa Davis conquistata. La costruzione dovrà portare il nome di un pioniere dell’aviazione morto per la patria nell’ottobre 1918: Roland Garros.

Il 22 maggio 1928 il giornale Le Figarò descrive nell’articolo d’inaugurazione il luogo che identificherà il Grande Slam francese. E che è dedicato ai Moschettieri.

«L’installazione è perfetta, il campo centrale è circondato da vaste tribune capaci di contenere 10.000 spettatori. Ai quattro angoli gli altoparlanti annunciano i punti. Gli altri campi sono inquadrati da fogliame verde e fiori».

Le invenzioni

L’exploit della Coppa Davis si rinnova fino al 1932, quando la Francia perde contro la Gran Bretagna. Bisognerà attendere il 1991, Guy Forget, Henri Leconte e il coach Yannick Noah per riportare l’insalatiera a Parigi.

Restiamo ancora negli anni Venti. Nell’osservare gli avversari René nota che gli atleti tendono a rimboccarsi le maniche lunghe per avere più libertà di movimento. Prova quindi a tagliare totalmente la manica. Il gioco è più agevole e altri giocatori cominciano a commissionare il prototipo di maglietta.

Da sempre di salute cagionevole, Lacoste si ammala di polmonite. Si allontana un po’ dalle competizioni e decide di chiudere la sua carriera a Wimbledon, in coppia con l’amico/rivale di sempre Borotra. Ha 24 anni.

L’anno successivo si ammala di tubercolosi. Non è sicuro di sopravvivere. Diventa però capitano dei Moschettieri e come tale vince la Coppa Davis del 1931 e del 1932. La salute si aggrava e rimane più spesso chiuso a casa. Lo si vede in tribuna al Roland Garros, intabarrato in sciarpa e cappotto per non cadere vittima degli spifferi.

Nel 1933 decide di commerciare la maglietta che ha introdotto sui campi da gioco. Fonda con l’amico André Gillier la società “Lacoste”. Il simbolo è il nomignolo che lo ha accompagnato nel corso della sua carriera sportiva: il coccodrillo.

Racconta che il soprannome è dovuto a una trasferta statunitense. Recatosi con la squadra a Boston, mentre cammina con il capitano Pierre Gillou, René è colpito da una valigia di alligatore che vede in vetrina. Lancia al capitano la scommessa: «se vinco me la prendi». La partita è contro la squadra australiana. Il francese perde il match, ma un giornalista statunitense scrive: «anche se non ha vinto sua valigia di alligatore, ha lottato come un alligatore».

Perso nella traduzione transoceanica, al ritorno in Francia il sostantivo “alligator” è diventato “crocodile”. Lacoste non soltanto abbraccia il soprannome, ma aggiunge il ricamo del rettile ai suoi blazer.

Nasce così il suo brand personale, molto prima di essere creato.

Dal 1933 la polo a maniche corte in piqué di cotone bianco con un piccolo coccodrillo verde applicato all’altezza del cuore, leggermente più lunga nella parte posteriore per essere ben rimboccata nei pantaloni, diviene sua eponima. Il mattone di un impero dell’industria fashion.

Curioso e sinceramente appassionato di tennis, pur avendo terminato l’attività agonistica Lacoste continua a pensare a come migliorare il gioco.

Prima si focalizza sugli allenamenti. Come spingere a ribattere in modo sempre più veloce? Come migliorare quello stesso colpo, tante volte provato nell’aria, fino all’automatismo perfetto? Negli anni venti crea una macchina sputapalle, il prototipo di quel Drago che tanto ossessionerà Agassi nell’addestramento del padre, capace di sparare decine e decine di palle tese e profonde, senza umana stanchezza.

Lacoste mostra la sparapalle

Lacoste mostra la sputapalle

 

Poi, negli anni Sessanta si focalizza sui materiali: le racchette sono in legno. Si piegano. Vibrano. La soluzione è presto depositata all’ufficio brevetti: la pastiglia antivibrazione.

E poi, perché non pensare al metallo?

Inventa così una racchetta d’acciaio che si rivelerà una grande innovazione per l’epoca. Con molta flessibilità e leggera.

Ma la ricerca di nuovi materiali, nuove sfide e nuove soluzioni non si ferma.
Guy Forget, riceve un giorno il Coccordillo. Gli si presenta con una nuova racchetta, a forma di chitarra.

«Assorbe le vibrazioni – spiega Lacoste, – vuoi usarla nei tuoi match?». Forget è scettico, il profilo dell’attrezzo è ridicolo, ma non si può rimbalzare il prestigioso dono. Con la clausola che, al primo colpo sbagliato, la racchetta sarebbe tornata all’inventore.

E invece è con quella racchetta e lo zampino del Coccodrillo che Forget riporterà la Coppa Davis in Francia.

Il privato

Sul fronte personale, il Coccodrillo sposa Simone Thion de la Chaume, di origine britannica, tredici volte campionessa di golf. È un evento di portata nazionale.

Hanno quattro figli: Bernard, François, Catherine e Michel. Catherine segue le orme della madre e diventa campionessa di golf. Quarant’anni dopo l’impresa del padre a Forest Hills, nel 1967, Catherine vince gli US Golf Open, prima atleta europea amatoriale a laurearsi campionessa. Ancora oggi, Catherine Lacoste è considerata la più grande golfista che la Francia abbia avuto.

Catherine Lacoste nel 1967 U.S. Women's Open

Photo shows Catherine Catherine Lacoste nel 1967 U.S. Women’s Open

 

Il cognome di Lacoste si consolida come sinonimo di eccellenza e sofisticatezza nell’arena dello sport e nella moda, un patronimico che, tra indubbi premi sportivi e inevitabili bisticci dinastici, ancora oggi non ha bisogno di aggettivi per essere descritto.

È tutto racchiuso nell’emblema del coccodrillo, non scalfito dalla Dallas familiare che ha succeduto alla morte del patriarca.

Lacoste in età avanzata

Lacoste in età avanzata

 

Lacoste sorride, perpetuo, nei numerosi filmati che lo ritraggono (si faceva riprendere per studiare i movimenti), sicuro di una prossima lucida e cartesiana soluzione.

Melania Sebastiani

© Riproduzione Riservata

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