François Cevert

Primo piano di François Cevert

Primo piano di François Cevert

 

La meteora che divenne leggenda

In Francia era noto come “François il Magnifico”. Sarebbe stato un perfetto concertista oppure un acclamato attore o, molto più semplicemente, un “figlio di papà”. Invece François Cevert scelse la strada dell’automobilismo professionistico. Occhi blu intenso e un magnetismo selvaggio, Cevert era l’uomo dei sogni e lo rimane ancora oggi a più di quarant’anni dalla sua morte, avvenuta a Watkins Glen il 6 ottobre 1973.

Riconosciuto da molti come il simbolo di una generazione, lo stereotipo universale del pilota da corsa a cavallo tra gli anni 60 e 70. Un’epoca in cui chi si sedeva nell’abitacolo di una vettura da Gran Premio non era ancora considerato, come oggi, un atleta. A quei tempi in cui servivano comunque i muscoli per portare al limite una macchina di Formula 1, la figura del pilota stava a metà tra il mito e la leggenda.

Venivano chiamati “cavalieri del rischio” ed era realmente così. I più bravi venivano definiti “assi” come gli avieri della prima guerra mondiale, talenti purissimi che della guida facevano più un’arte che un semplice sport a motore. Cevert era uno di questi, dotato di un piede genuino simile ad un diamante grezzo e di una volontà di ferro, il classico personaggio da libro delle favole, anche se la sua restò tragicamente incompiuta.

Gli esordi

François Cevert nasce il 25 febbraio 1944 in una Parigi ancora occupata dalle forze tedesche. Figlio di un ricchissimo gioielliere russo, Charles Goldenberg, ebreo, fuggito nella capitale francese per sopravvivere alla persecuzione antisemita. In seguito utilizzerà per i figli il cognome della moglie, Cevert, per evitare problemi. François cresce avendo tutto quello che si potesse desiderare. Impara a suonare il pianoforte, frequenta le migliori scuole della capitale e sembra poter condurre un’esistenza senza ostacoli.

Cevert al pianoforte

Cevert al pianoforte

 

Fino a 19 anni suona il pianoforte: «La musica mi appassionava, ho fatto ben 12 anni di conservatorio. Trascorrevo la domenica a risuonare i pezzi che avevo registrato sul mio magnetofono, interpretati dai miei musicisti preferiti», rivelerà più tardi Cevert. Ben presto, però, si accorge di avere anche una smodata passione per la velocità e i veicoli a motore. Dapprima iniziò a cavalcare la sua moto per i viali parigini con grande disappunto del padre: «Mi vedeva rientrare a casa con le mani sporche di grasso e mi chiedeva come avrei fatto poi a suonare il pianoforte», ricordava Cevert.

Quando capì che il figlio avrebbe fatto sul serio decise di tagliargli i viveri.

Si iscrive ad una gara di motociclette, l’unica della sua vita. Nonostante il cedimento del motore arriva sesto e viene notato da un certo Jean-Pierre Beltoise, centauro molto famoso all’epoca in Francia. Personaggio che sarà sempre presente nella vita di François. Lo esorta a continuare con le corse poiché dimostrava di avere un talento innato, ma gli rivolse un ammonimento quasi profetico: «Mi raccomando, non andare molto forte!». Come era facile immaginare, Cevert non impiega molto a trovare un’avvenente fidanzata, bella, bionda e con gambe chilometriche.

Anne Van Malderen, questo il suo nome, convince il giovane François ad iscriversi alla scuola di pilotaggio di Le Mans diretta da André de Cortanze. La fidanzata riuscì a garantire a De Cortanze che Cevert, completamente digiuno di corse in macchina, sarebbe riuscito a seguire in un solo giorno i tre corsi base della scuola e diplomarsi senza ritentare una seconda volta. La sfida venne accettata e sorprendentemente Cevert portò a termine l’impresa che gli valse l’immediata candidatura per il “volante Shell”, un super corso di pilotaggio che riuniva i migliori talenti di Francia.

Cevert nell'abitacolo

Cevert nell’abitacolo

 

Nell’estate del 1966 il determinatissimo François si guadagna l’accesso alla sfida finale. Il 26 ottobre, sotto un cielo carico di pioggia, Cevert vince l’ambito titolo battendo un talento emergente come Patrick Depailler. Il premio è un’intera stagione sponsorizzata nel campionato francese di Formula 3 che vede gareggiare Cevert nel 1967. Non proprio felice la prima stagione da semi-professionista: tanti ritiri dovuti all’inesperienza era alla mancanza di assistenza non avendo una squadra vera e propria.

Nel 1968 si lega alla Tecno, monoposto vincente del momento, vincendo il titolo nazionale di Formula 3 e debuttando, nel 1969, in Formula 2. Debutta al III Deutschland Trophae all’ Hockenheimring piazzandosi al nono posto e conducendo una stagione tutto sommato positiva registrando anche una vittoria nel gran premio di Reims.

Il giorno di Pasquetta del 1969 l’episodio che probabilmente cambia la vita di Cevert: in occasione del London Trophy sul celebre circuito cittadino di Crystal Palace nei pressi di Londra, François viene notato dall’occhio attento di Jackie Stewart che lo segnala a Ken Tyrrell. All’epoca i piloti di Formula 1 correvano spesso e volentieri anche in Formula 2 poiché le loro scuderie erano impegnate su entrambi i fronti, oppure perché nella Formula cadetta era facile raggranellare qualche risultato di prestigio in più da aggiungere al proprio palmarès. La notevole impressione suscitata in Stewart consentirà a Cevert l’approdo in Formula 1 nel 1970.

La carriera in F1

Il sogno del debutto in Formula 1 sta per realizzarsi. François Cevert, fresco 26enne, esordisce a Zandvoort il 21 maggio del 1970, nel gran premio d’Olanda. Ancora una volta una circostanza abbastanza casuale spinge il giovanotto all’esordio: Johnny Servoz-Gavin, pilota del team Tyrrell, decide improvvisamente di ritirarsi dopo il gran premio di Monaco. Trovandosi improvvisamente senza un pilota da affiancare a Stewart, la Tyrrell sceglie proprio Cevert per rimpiazzare il suo secondo pilota. Le malelingue di quegli anni sostenevano che François fosse sostenuto e sponsorizzato da François Guiter, patron della Elf che era il principale sponsor di Tyrrell. In realtà non era per nulla così perché fu proprio l’interessamento di Stewart a permettere a Cevert di debuttare in Formula 1. Dicevamo dell’esordio: la gara non fu esaltante chiudendosi al 31esimo giro per un guasto al motore. Il primo punto nel mondiale arriva il 6 settembre a Monza. Cevert conquista la fiducia di Tyrrell che lo conferma anche per le stagioni successive.

Il 1971 è l’anno della prima vittoria in Formula 1. Ormai per Stewart è come un figlio e al fianco del grande scozzese migliora di gara in gara. Due secondi posti, al Paul Ricard e al Nurburgring, fanno da apripista alla prima vittoria: 3 ottobre 1971 a Watkins Glen. Per François in premio 50.000 dollari e una Francia totalmente ai suoi piedi. Un eroe perfetto fatto non solo di velocità. Suona il pianoforte e pilota personalmente il suo aereo privato con cui si sposta in giro per l’Europa.

Il pilota François Cevert con Brigitte Bardot

Il pilota François Cevert con Brigitte Bardot

 

Conquista traguardi e cuori, gli sono attribuiti diversi flirt con bellissime donne tra cui Brigitte Bardot. Alla sua prima stagione in Formula 1 ha ancora tanto da imparare.

Il 1972 sembra essere l’anno giusto per fare un ulteriore passo in avanti nella sua carriera e invece Cevert accumulerà meno punti dell’anno precedente. Si ritirerà in diverse occasioni per guai meccanici e la sua delusione è palpabile. Unico parziale conforto è il secondo posto ottenuto alla 24 ore di Le Mans in coppia con il neozelandese Ganley.

Si arriva all’anno chiave, in tutti i sensi, della vita e della cartiera di François Cevert: il 1973. La lotta Tyrrell-Lotus continua. Stewart contro Fittipaldi e Cevert contro Peterson, questo il film dell’intera stagione. Stewart punta al terzo titolo mondiale e pensa di ritirarsi a fine stagione per lasciare campo libero a quell’allievo ormai perfetto. Dopo un inizio promettente, Cevert accusa una flessione nelle gare del Brasile e del Sudafrica per poi riprendersi dal gran premio di Spagna in poi con una serie di secondi posti che lo proiettano nelle zone alte della classifica.

Ormai è chiaro che l’obbiettivo della stagione può essere un ottimo secondo posto. Si arriva così al finale con le tappe in Nord America. 23 settembre, Mosport Park, gran premio del Canada: François resta coinvolto in un incidente causato da Scheckter, riportando una ferita alla caviglia. Per il gran premio successivo, a Watkins Glen, viene fatta preparare in fretta una nuova monoposto perché quella abituale ha la pedaliera distrutta. L’ossessione di Cevert è quella di conquistare la prima pole position della carriera in Formula 1. Svanito il sogno mondiale, c’e solo da rincorrere la seconda piazza da contendere a Peterson. Ma la pole position non può sfuggirgli.

Peterson davanti a Cevert

Peterson davanti a Cevert

 

Alla sessione di prove del sabato, Jackie Stewart parla con François Cevert su come impostare correttamente le “esse” di Watkins Glen. Terribili curve da affrontare con estrema cautela. Dice Stewart: «Se arrivi in quarta marcia, la vettura è più docile da controllare dovessi avere dei problemi». Risponde Cevert: «Sì, hai ragione. Ma se entro in terza la macchina è più reattiva e ho il motore ben in tiro per lanciarmi nel rettilineo».

Ken Tyrrell osserva e non dice nulla, ha già capito tutto. Cevert, al momento di indossare la tuta per la sessione di prove, scherza con il suo capo meccanico, Jo Ramirez: «Oggi è il 6 ottobre, il numero del telaio è lo 006, il motore è targato 006 e ho il numero 6. E’ per forza il mio giorno!».

Non tornerà più al box, François.

All’ingresso delle “esse” non segue il suggerimento di Stewart e tiene la quinta marcia inserita per avere maggior accelerazione in uscita. Ma è questione di un attimo: la Tyrrell blu schizza via come una scheggia impazzita sul cordolo decollando inesorabilmente sulle protezioni che delimitano il circuito, il volo è pauroso così come l’impatto sul guard rail…Cevert muore sul colpo, straziato dal tremendo impatto. I piloti accorsi immediatamente capiscono che per il giovane campione francese non c’è più nulla da fare. Quel dramma avvolge di tenebra tutta la scuderia Tyrrell ed in particolare l’amico Stewart che matura lì la decisione di ritirarsi dalle corse. Aveva ormai 34 anni e tre titoli mondiali in tasca in soli 99 gran premi disputati. Non arriverà mai al 100esimo proprio perché il giovane amico era entrato talmente prepotentemente nella sua vita professionale che non vederlo più accanto a lui era una sofferenza troppo grande.

Cosa lascia

François Cevert, pilota professionista, era consapevole dei rischi del mestiere. La sua scomparsa così prematura contribuì ad alimentarne il mito che sopravvive ancora oggi, nonostante abbia vinto un solo gran premio iridato. Tutto ciò perché a dispetto di tanti altri piloti più vittoriosi di lui, la sua esistenza è stata costellata da un commovente romanticismo e da una forte volontà di diventare ciò che aveva sempre sognato di voler essere: un pilota da corsa.

Il suo destino sembrava scritto: avrebbe preso sicuramente il posto di Stewart per completare alla grande una carriera che sembrava in fase di pieno decollo. Lo scozzese, infatti, aveva deciso in gran segreto di abbandonare la Formula 1 a fine stagione per lasciare a François la prima guida della Tyrrell. Cevert morì senza saperlo e non diede mai peso alle parole della veggente che aveva predetto alla sua prima fidanzata:«Non arriverà a 30 anni». Non si considerava uno spericolato: «Prima di tentare un sorpasso irragionevole, mi dico che da morto non potrò essere un eroe». In questo si sbagliava perché divento’ un’icona della Formula 1 tanto da trasformarsi, a sua insaputa, nel primo idolo di un tredicenne brasiliano di nome Ayrton Senna..

La migliore descrizione della personalità di Cevert è quella data da Helen Stewart anni dopo in un’intervista: «Esistono persone eccezionali che hanno tutto e possiedono anche un magnetismo eccezionale. Nella vita ne incontri due o tre al massimo. Sono persone che conquistano subito tutti quelli che hanno attorno e riempiono lo spazio in cui si trovano. François era uno di questi».

Il viso bellissimo di François Cevert resta un’icona struggente da osservare, ormai e soltanto, nelle fotografie.

Gabriele Radaelli
© Riproduzione Riservata

 

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