Sarajevo 1984

la cerimonia d'apertura

la cerimonia d’apertura

 

L’ultima stagione di pace nei Balcani

Il Monte Igman è ancora immerso nei boschi, ma solo da qualche anno i suoi impianti sono tornati a disposizione dei cittadini. I trampolini in muratura sono l’unico segno della prima (e tuttora unica) Olimpiade invernale ospitata in un paese socialista. L’atmosfera e i valori della fratellanza sportiva che hanno segnato i Giochi di Sarajevo 1984 sono spariti nel breve volgere di pochi anni, travolti dalla guerra per l’indipendenza della Bosnia Erzegovina mentre le nuove infrastrutture urbane si trasformavano in vuote vestigia di un tempo ormai lontano.

La candidatura della città per ospitare i Giochi Invernali si concretizza nel 1978. Il governo di Josip Broz Tito può massimizzare l’esperienza nell’organizzazione di eventi sportivi come la Settimana dello sport giovanile studentesco, la Coppa dei Paesi alpini e la Coppa Europa giovanile. Alla votazione decisiva per la scelta della sede dei Giochi arrivano Sarajevo e Sapporo, che ha l’appoggio dei delegati dei Paesi del blocco occidentale. La capitale bosniaca viene preferita con trentanove voti a favore contro trentasei: decisivo il supporto dei membri svedesi che fanno confluire i propri voti su Sarajevo dopo l’esclusione di Göteborg al primo turno.

La decisione del CIO

I Giochi nascono in un’atmosfera innovativa e riformatrice, iniziata nel 1980 con l’avvento dello spagnolo Juan Antonio Samaranch alla presidenza del CIO. Il catalano ha cominciato col rimandare la decisione finale sulla presenza degli atleti alle federazioni internazionali di ciascuno sport, avviando una riforma chiave verso il professionismo degli atleti e l’effettiva universalità dell’evento a cinque cerchi. Ha creato anche la Commissione per la Solidarietà Olimpica, con lo scopo di gestire i proventi dei diritti televisivi e utilizzarli a sostegno delle nazioni povere. Proventi che, a partire da Sarajevo, iniziano ad impennarsi in maniera considerevole, toccando i 102.682.000 dollari (quattro anni prima, a Lake Placid, ammontavano a 20.726.000 dollari). Sempre a proposito di ricchezze, a Sarajevo entrano anche gli sponsor, grazie alla ISL, un organismo creato per gestire il marketing olimpico: lo guida Horst Dassler, figlio del fondatore dell’Adidas, nonché fratello del creatore della Puma.

il logo di Sarajevo 1984 (© CIO)

il logo di Sarajevo 1984 (© CIO)

 

In cinque anni Sarajevo si rinnova, si trasforma. I cittadini si autotassano donando fino all’1,2% dei loro introiti per ospitare i Giochi. La città guadagnerà dodici milioni di dollari, vede ricostruiti gli impianti per gli sport invernali, realizzati con criteri di progettazione molto avanzati, un Villaggio Olimpico costruito ex novo e un trampolino per i salti, oggi completamente in rovina.

C’è aria di festa, l’8 febbraio 1984, per la cerimonia di inaugurazione dei XIV Giochi Olimpici della neve, nello stadio Koševo, dove è di casa la squadra di calcio del Sarajevo (un impianto intitolato ad Asim Ferhatović, stella della squadra, il cui antico campo sussidiario è diventato un cimitero sin dall’epoca della guerra). E c’è anche tanta neve, che stravolge il programma e il livello tecnico di alcune gare. I risultati di maggiore rilievo arrivano dalla Zetra Ice Hall, l’arena del pattinaggio e dell’hockey, che oggi al massimo ospita i concerti di qualche rockstar dell’ex Jugoslavia.

Sono tre le stelle che illuminano le notti slave al Palaghiaccio. Qui la coppia britannica Jayne Torvill-Christopher Dean riscrivono storia e destino del pattinaggio artistico. Nel giorno di san Valentino, il paso doble, sulle note del Bolero di Maurice Ravel incanta pubblico e giudici, che li premiano con nove 6.0, il massimo voto ottenibile. Il concetto di perfezione, da quel giorno, ha una nuova definizione tanto che la federazione internazionale dovrà rivedere punteggi e regolamenti. I due ragazzi di Nottingham trionferanno pochi mesi dopo ai Mondiali di Ottawa prima di lasciare l’attività e tornare, a sorpresa, dieci anni dopo a Lillehammer, dove chiuderanno con un sorprendente bronzo.

l'esibizione di Jayne Torvill e Christopher Dean Perform (© Ruszniewski-TempSport-Corbis)


l’esibizione di Jayne Torvill e Christopher Dean Perform (© Ruszniewski-TempSport-Corbis)

 

Sulla pista ghiacciata incanta anche la ventunenne dell’est Katarina Witt, che conquista il primo dei suoi tre ori olimpici e supera, con cinque voti a favore contro quattro, la statunitense Rosalynn Summers. Gli americani si consolano con l’oro di Scott Hamilton, mentre l’Unione Sovietica conferma il dominio nella prova a coppie, che dura da Innsbruck 1964, con il successo di Elena Valova e Oleg Vasiliev, e ristabilisce le gerarchie nell’hockey dopo la sconfitta di Lake Placid con la vittoria davanti a Cecoslovacchia e Svezia.

Il ghiaccio, nella forma ovale della pista del pattinaggio velocità, è il teatro di una delle imprese principali dei Giochi, quella di Gaétan Boucher, outsider canadese che strappa il bronzo nei 500 m e due ori nei 1.000 m e nei 1.500 m, centrati davanti al grande favorito della vigilia, Sergey Khlebnikov. Lo svedese Tomas Gustafson ed il sovietico Igor Malkow si spartiscono l’oro nelle prove di fondo (5.000 m e 10.000 m) mentre la Germania dell’Est (DDR) fa incetta di medaglie al femminile: il primo oro olimpico nei 500 m di Christa Luding-Rothenburger, i due argenti e due ori di Karin Enke e la vittoria di Andrea Schöne nei 3.000 m.

Andrea Schöne (© Bundesarchiv)

Andrea Schöne (© Bundesarchiv)

 

Il maltempo condiziona le prove all’aperto: tanto basta perché la piccola Paola Magoni, diciannovenne di Selvino, nel bergamasco, entri nella storia diventando la prima sciatrice italiana a conquistare l’oro olimpico. Ha lo sci nel sangue, Paoletta, che ha una famiglia appassionata e un cane chiamato Gustav Thöni, ma nessun piazzamento in Coppa del Mondo prima di quel 17 febbraio 1984: al massimo aveva ottenuto un sesto posto.

Paola Magoni

Paola Magoni

 

La prima manche si completa in condizioni proibitive, in cui si perdono le statunitensi Christine Cooper e Tamara McKinney, entrambe fuori. La Magoni chiude terza, a pari merito con la francese Perrine Pelen con un tempo di 48″ 85. Nella seconda la Magoni realizza il miglior tempo di manche in 47″ 62. Perrine Pelen chiude novantuno centesimi dietro, Christelle Guignard, seconda dopo la prima manche, a un secondo e tre centesimi, l’atleta del Liechtenstein Ursula Konzett, in testa a metà gara, non arriva.

Per l’Italia solo un altro oro nella rassegna invernale del 1984, per il veterano Paul Hildgartner, già medaglia d’oro a Sapporo nello slittino doppio, che vince la prova del singolo: il suo responsabile tecnico è Walter Plaikner, che aveva condiviso il trionfo giapponese da atleta.

Nello sci alpino dominano gli Stati Uniti. Bella la storia di Bill Johnson, ventiquattrenne di Los Angeles dalla gioventù problematica, che si impone in discesa libera. Processato a diciassette anni, il giudice del tribunale minorile gli permette di scegliere tra sei mesi in prigione o un periodo di frequenza all’accademia di sci Mission Ridge a Washington. Sceglie la seconda opportunità e manifesta qui uno straordinario talento per la discesa libera che gli vale un posto in Coppa del Mondo per gli USA. Un mese prima dell’Olimpiade, dopo una serie di piazzamenti di seconda fascia, aveva ottenuto la sua prima grande vittoria, sempre in discesa, sulla storica pista del Lauberhorn, a Wengen.

Doppiette a stelle e strisce

Due le doppiette a stelle e strisce: Debbie Armstrong e Christine Cooper si impongono nel gigante femminile, mentre i gemelli Steven e Phil Mahre (il secondo sciatore USA di sempre per vittorie in Coppa del Mondo, ventisette, dietro Bode Miller) approfittano dell’assenza per professionismo di Ingemar Stenmark per monopolizzare il podio dello slalom speciale. Dalle altre prove emergono due svizzeri: Michela Figini, oro in discesa per cinque centesimi sull’elvetica Maria Walliser, e Max Julen che vince il gigante davanti allo sloveno Max Franko, unico medagliato jugoslavo a Sarajevo.

Dall’anello dello sci di fondo Veljko Polje emerge l’atleta più medagliato delle Olimpiadi, la finlandese Marja-Liisa Hamalainen: oro nella 5 Km, nella 10 Km e nella 20 Km (gara che si disputava per la prima volta a livello olimpico al femminile) e bronzo in staffetta dietro Norvegia e Cecoslovacchia. Figlia del campione olimpico Halevi Hamalainen, inizia a sciare a quattro anni, ma il suo talento fatica ad esprimersi fino al 1983 quando, all’età di ventotto anni, conosce Harri Kirvesniemi, che diventerà suo marito, con cui avrà due figlie. Inizia ad allenarsi con lui e la sua carriera si impenna: dopo le medaglie di Sarajevo, otterrà altri tre bronzi olimpici, uno in staffetta a Calgary e due (nella 5 Km e nella 30 Km) a Lillehammer.

Marja-Liisa Hämäläinen sul podio più alto (da hiihtoliitto)

Marja-Liisa Hämäläinen sul podio più alto (da hiihtoliitto)

 

La stessa cornice fa da teatro all’affermazione del più giovane campione olimpico nella storia del fondo, lo svedese Gunde Svan, che a ventidue anni chiude terzo nella 30 Km e vince in rimonta sulla mezza distanza. Ne prova un’altra di rimonta, che pur nella sua straordinarietà non basta a portare la Svezia sul podio in staffetta. La sua Olimpiade si chiude con l’argento dietro il connazionale Thomas Wassberg nella prova più massacrante, la 50 Km.

I XIV Giochi invernali si chiudono il 19 febbraio 1984 con la Germania Est davanti a tutti nel medagliere con nove ori. Per dodici giorni Sarajevo è stata capitale del mondo e ha celebrato una breve quanto illusoria pacificazione USA-URSS, che non impedirà però ai sovietici di boicottare l’Olimpiade di Los Angeles pochi mesi dopo.

Meno di un decennio dopo, sugli stessi pendii del monte Bjelasnica, teatro delle gare di discesa, si apposteranno i cecchini serbi durante la prima guerra dei Balcani.

Alessandro Mastroluca
© Riproduzione Riservata

 

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