Jules Bianchi

Jules Bianchi

Jules Bianchi

 

Un addio precoce

Nove mesi sono troppo lunghi per aggrapparsi ad una speranza. Eppure ci sono momenti in cui la vita non ti concede alternative: Jules Bianchi giaceva in quel letto di ospedale, immobile, ed il filo tenue del suo respiro attimo dopo attimo diventava un’àncora cui aggrapparsi nell’attesa del risveglio. Le sue condizioni erano state definite dai medici «gravi, ma stabili» un mese dopo il terribile schianto, avvenuto il 5 ottobre 2014, quando Jules era stato trasportato dal Mie General Medical Centre di Yokkaichi all’ospedale della sua città natale, Nizza.

Nove mesi si dilatano all’infinito quando c’è una vita in bilico, sospesa. Il tempo dell’attesa indossa la veste delle preghiere, alcune troppo intense per essere pronunciate ad alta voce, e dei sospiri, delle lacrime, in fondo alle quali giaceva sempre, incontrastato, un presentimento. Messaggi che provenivano da ogni dove, parole piene di coraggio, traboccanti di vita, scritte con affetto dai fans, dagli amici, dai piloti che con lui avevano condiviso il percorso di una gara. La sua pagina Facebook invasa dall’hashtag #ForzaJules che risuonava come un urlo collettivo, a pieni polmoni, anche se mancava il punto esclamativo a completarlo.

Il volto giovane di Jules, animato dal sorriso, compariva in ogni foto dove con il pollice alzato sembrava promettere: «Ritornerò». «È un lottatore,» diceva chi aveva avuto la fortuna di conoscerlo «non perderà questa battaglia».

Invece quella speranza si è infranta sul volgere del giorno, il 18 luglio 2015, quando il suo cuore ha smesso di battere. Quello che rimane, qui, è il ricordo del giovane campione che era stato: un ragazzo di soli venticinque anni che aveva ancora tanti traguardi da superare, tante vittorie da vivere. La sua morte appare come un furto, un insulto ingiustificato alla pienezza dei suoi anni, alla grinta che l’aveva animato portandolo sulle vette di un sogno. Oggi i suoi occhi ridenti sotto il casco si sovrappongono a quelli, mai dimenticati, di Ayrton Senna. Vent’anni dopo il tragico schianto di San Marino la tragedia si ripete. Stavolta a pagare il prezzo della velocità è un giovane campione, che portava ancora con sé i desideri del bambino che era stato: di diventare grande un giorno e poi, chissà, magari pilotare una Ferrari sul circuito di un Gran Premio.

Jules in gara © AllRaces

Jules in gara © AllRaces

 

Proprio per questo, tra i tanti comunicati rilasciati dopo l’incidente, quello del team Ferrari adesso si legge con una stretta al cuore: si aspettavano che Jules diventasse un titolare della Rossa. Un riconoscimento tardivo, alla luce dei fatti, ma che non ci impedisce di dire che anche lui sia stato un pilota con la p maiuscola, proprio come Senna.

La passione per le corse

Era stata proprio la Ferrari a scoprirlo: lo inserì, nel 2009, nel programma “giovani talenti” della Scuderia di Maranello. Risale al dicembre di quell’anno l’esordio in Formula 1 di Jules Bianchi quando, al volante della Rossa, eseguiva i test invernali a Jerez. Due anni dopo verrà promosso in qualità di test driver ufficiale della squadra, ma per ottenere la qualifica di titolare la strada si rivelava ancora lunga. La gavetta non lo intimoriva affatto, lui, dal canto suo, non aveva certo perso tempo. Nato nel 1989, nel 1994 era già al volante, inseguiva la velocità sulle piste dei kart obbedendo al richiamo che gli scorreva nelle vene. Il nonno Mauro, di origini italiane, era stato pilota a fianco del più celebre prozio Lucién, insieme avevano rappresentato il Belgio in tutte le gare disputate. Curioso personaggio, lo zio Lucién, il cui nome si riflette oggi su quello di Jules con l’eco di una maledizione. Circonfuso di gloria e di tenebre: Lucién Bianchi aveva partecipato a diciassette Gran Premi in Formula 1, anni trascorsi sui rettilinei che aveva coronato con l’epico trionfo nelle 24 Ore di Le Mans nel 1968. Un successo capace di appagare i sacrifici di un’intera esistenza, ma fu di breve durata: l’anno seguente, mentre si disputavano le prove in attesa della kermesse, il fatale schianto contro un palo del telegrafo pose fine alla sua carriera e alla sua vita. L’epica storia dell’antenato gettava luce sulla passione di Jules per i motori e in parte giustificava quel suo talento nelle corse, l’amore per la velocità era un comune denominatore in famiglia. Nel 2006 Jules fu scoperto da Nicolas Todt, che era stato manager di Felipe Massa, ed iniziò la sua ascesa. Apparve come una rivelazione quello stesso anno la sua vittoria nel campionato francese di Formula Renault. Mai si era visto un pilota vincere il campionato al suo esordio, o forse, a pensarci bene, solamente una volta. Sulle labbra degli stupiti spettatori affiorava un solo nome: quello di Alain Prost. L’unico ad aver compiuto un’impresa simile, almeno fino a quel momento.

Jules al volante  © Renato Gaggio

Jules al volante © Renato Gaggio

 

Sarà la conquista del titolo nel Campionato di Formula 3 Euro Series a far risaltare il nome del novellino agli occhi delle Scuderie più potenti. Da quel momento la Ferrari iniziò ad ingaggiarlo per dei test di prova, per poi decidere di utilizzarlo come pilota di riserva della Force India. Ma il talento non basta. Il giovane Jules, proprio a causa dell’età, appariva ancora inesperto: motivo per cui la Force India, nonostante le pressioni della Ferrari, preferì concedere il sedile da titolare a Adrian Sutil e non a lui. Poco male, Bianchi in Formula 1 ci arriverà comunque, anche se accontentandosi di una squadra minore, la Marussia. Lo scenario d’esordio fu il Gran Premio di Melbourne, nel 2013, in cui si piazzò dignitosamente quindicesimo. Arrivato nell’Olimpo delle corse, Jules non deluse le aspettative. L’anno seguente, nel Gran Premio di Monaco, si posizionò al nono posto ottenendo un risultato storico per il suo team: il tanto atteso primo punto. Da ottantatre anni la Marussia inseguiva quell’obbiettivo senza mai riuscirci, ora quel sogno si coronava d’improvviso e aveva gli occhi profondi e il sorriso acceso di Jules Bianchi.

Lo schianto

5 ottobre 2014. Pioveva quel giorno a Suzuka. Un pioggia battente, martellante, senza tregua, rivoli d’acqua percorrevano l’asfalto e le ruote nel duello contro la velocità. Ne è passato di tempo dal lontano 1976, quando su quegli stessi rettilinei si sfidavano Niki Lauda e James Hunt, eppure, chissà perché, qualcosa fa ritornare la memoria a quei momenti. Allora Lauda preferì ritirarsi piuttosto che rischiare la vita sul circuito giapponese. Ma erano altri tempi, altre storie, nel nuovo millennio gli elevati standard di sicurezza non lasciano margine all’imprevisto, tutto è calcolato. È finita l’epoca dei cavalieri del rischio, o almeno così si dice.

Le vetture sfrecciavano ad oltre duecento chilometri orari, il pericolo si annidava dietro ogni curva, ma nessuno se ne curava. Poi, d’improvviso, accadde l’inaspettato: un’auto uscita di pista, la Sauber di Adrian Sutil. Nessuna conseguenza per il pilota. Immediatamente vennero inviati dei mezzi di soccorso, ma l’accaduto restava ai margini della gara, in realtà ancora per poco. Al nono giro Jules Bianchi, al volante della Marussia, perse il controllo della vettura nello stesso identico punto. Lo schianto apparve inevitabile: l’auto di Jules finì dritta contro il mezzo di soccorso che stava rimuovendo la vettura di Sutil. Un impatto violento, questo fu subito chiaro. Poi, l’attimo fatale, il casco di Jules che si scontrava con il metallo della gru.

La pioggia continuava a cadere, complicando le operazioni di soccorso. A causa del maltempo non fu possibile inviare un elicottero, il mezzo più veloce, così Jules fu trasportato in ambulanza all’ospedale più vicino. Attimi, fatalità, tempo perduto che condannarono Jules Bianchi all’immobilità di un letto d’ospedale. Operato d’urgenza alla testa, venne in seguito indotto in coma artificiale per oltre un mese. Non si risveglierà più.

Mentre lui lottava per la vita in una stanza d’ospedale, fuori infuriavano le polemiche. Perché la gara non era stata fermata prima? Perché i soccorsi erano stati così lenti? Soprattutto, ad un interrogativo non si trova risposta: perché la gru era entrata in azione prima della safety car?

Domande cui non è ancora stata data risposta. Il primo ad esporsi pubblicamente fu Felipe Massa che dichiarò senza mezzi termini: «Dovevano annullare la gara, le condizioni climatiche erano proibitive». Altri si astennero dal dare giudizi, Lauda ribatté che le condizioni meteo non erano paragonabili a quelle, davvero terribili, del 1976. In questo coro di voci si sollevò appena timidamente quella di Adrian Sutil, il pilota uscito di gara il giro prima di Bianchi, che piano ripeteva: «Non voglio commentare quello che ho visto. Speriamo che tutto finisca bene, lo spero per Jules». Infine aggiunse: «Forse la gara doveva essere interrotta prima».

Il saluto di Jules

Il saluto di Jules

 

Mesi dopo, un rapporto della Fédération Internationale de l’Automobile (FIA) mise tutti a tacere. In oltre trecentosei pagine si spiegava che la causa dell’incidente era solamente una: Bianchi stava andando troppo forte, non aveva rallentato sul tratto di pista bagnato ignorando la doppia bandiera gialla.

Oggi sappiamo che questa storia non è finita bene. Lascia dell’amaro il verdetto lapidario sulle cause dell’incidente. Sembra piuttosto un modo per assolversi da ogni colpa quello di imputare alla vittima tutta la responsabilità. Jules Bianchi se n’è andato per sempre, lontano dai circuiti che tanto aveva amato. Da vivo aveva fatto sognare la gente con il rombo acceso del motore, sfrecciando nell’aria in quella folle gara con la velocità. Forse ha lasciato quella stessa emozione nei cuori di chi ha sempre tifato per lui, anche al di fuori della gara.

Adieu, Jules.

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

 

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