Batista

Joao Da Silva Batista

Joao Da Silva Batista

 

La meteora brasiliana del calcio italiano

Da buon narcisista nella vita, lui, centrocampista dal non eccelso feeling con le porte avversarie, pensò bene di realizzare il suo più bel gol fuori dai campi di calcio. Così poteva gustarlo e ammirarlo negli anni, come un fiore o un quadro d’autore.

Non opera d’arte ma artista tutto tondo, Salomè da Silva, è volto noto della televisione italiana, attrice di tra serie tv, invitata ai salotti e inevitabilmente protagonista del mondo del gossip. Ha una storia personale che a raccontarla rischia di assomigliare a una soap brasiliana. La ragazza nacque dalla relazione fra lo “pseudo” campione carioca noto come Batista e l’avvenente attrice-scrittrice Francesca Guidato.
Quest’ultima diventò famosa per aver sposato, anni dopo, l’istrionico attore austriaco Helmut Berger, musa di Visconti, noto bisessuale dalle esplosive ire e dal tormentato rapporto con l’alcool, ora tornato alle cronache per l’accusa di bigamia mossagli proprio dalla moglie. Patrigno di Salomè. Ma torniamo al papà: João Batista da Silva. Alla prima rapida occhiata sembrava il tipico balordo di una delle tantissime sgangherate commedie americane che tanto andavano di moda negli anni Sessanta e Settanta.
Invece era calciatore. Di certo un tipo da film. A pensarci bene in Italia João da Silva Batista forse avrebbe fatto meglio a scegliere la carriera di attore piuttosto che quella di calciatore. Si calava alla perfezione in un personaggio da pellicola, sempre lo stesso: occhi scialbi e viso stravolto dalla stanchezza, tipico di chi ha dormito poco; capelli lunghi e trascurati, barba pruriginosa e pacchetto di sigarette in tasca.
Infine quello sguardo di chi non lo regge l’alcool, ma che, proprio a volerci smentire, ringhia agli amici: «Il prossimo giro di bevute lo offro io, ci tengo!». Batista era l’uomo dei vizi, soprattutto un bevitore, capace di alzare due o tre gomiti per volta anche il sabato notte e di giocare la domenica a pallone con discreti risultati. Chissà dove sarebbe arrivato se si fosse comportato da professionista esemplare: un quesito degno del Rischiatutto dell’epoca ma a cui non si darà mai risposta.
Prima di emigrare per consumare birre e sigarette qui in Italia, la sua carriera fu sicuramente eccellente, condita da medaglie e applausi meritati. Batista nacque l’8 marzo 1955 a Porto Alegre; l’infanzia calcistica la trascorse proprio nel suo amato Brasile, in squadre di ottimo livello come International, Palmeiras e Gremio.
Mediano o centrocampista di rottura, abile nell’aiutare i compagni quando c’era da far legna ma tutt’altro che sprovveduto nella costruzione e nello sviluppo della manovra. Possedeva un buon lancio e un poderoso tiro dalla distanza; la lentezza era forse il suo tallone d’Achille ma nel campionato carioca era un peccato quasi veniale.
L’essenziale era il tocco di palla, e in quest’ottica Batista era un maestro.

La carriera

Trionfò in tre campionati nazionali (1975-1976-1979) e si guadagnò la ribalta con la Seleçao. Col Brasile, infatti, giocò 38 partite; un curriculum non da tutti, che di certo è stridente con l’etichetta di “bidone” con cui fu marchiato qualche tempo dopo. Il pingue João da Silva disputò due campionati del mondo: nel 1978 in Argentina era titolare, e con sette presenze (ossia tutte le gare del Brasile) guadagnò il terzo posto.
Un podio tutt’altro che da buttare, ma che disseminò anche rimpianti e lacrime amare. In Spagna, in quel 1982 che laureò l’Italia di Bearzot campione per la terza volta, Batista restò incartato e relegato in panchina, ma c’è da dire che quel Brasile aveva a centrocampo colossi del calibro di Sócrates, Cerezo e Falcao: probabilmente neanche qualche santo del Paradiso avrebbe giocato titolare con quei centrocampisti davanti.
La Seleçao restò ancora all’asciutto, ma Batista pur giocando pochino riuscì a far parlare di sé grazie a una piccola curiosità. Fu proprio lui, infatti, la vittima dello sciagurato intervento falloso di Maradona in Brasile-Argentina 3-1 del 2 luglio, nel girone di semifinale. Diego si beccò un meritato cartellino rosso, mentre Batista portò i segni del martirio per molto tempo.
Nei primi anni Ottanta, e comunque sempre troppo tardi, si riaprirono nel campionato italiano di serie A le porte per gli stranieri: la Lazio nel 1983/84 partorì la scelta di acquistare Batista dal Palmeiras nel tentativo di migliorare la qualità della rosa. Nella capitale, però, gli unici davvero soddisfatti del suo passaggio furono i proprietari di pub e locali notturni, visto l’impennarsi della vendita di bibite alcoliche. Difatti Batista in campo si dimostrò distratto e quasi disincantato, forse anche impreparato ad un calcio lontano (ma non per questo migliore, anzi) da quello brasiliano.
Chiuse la prima stagione timbrando 25 presenze e 1 gol, con la Lazio tredicesima in classifica. Si poteva sempre fare peggio, e l’anno dopo il peggio si concretizzò una catastrofica retrocessione in serie B: 15 punti e 15° posto, Lazio condannata all’inferno della cadetteria. Non tutte le croci piombarono su Batista (per lui 18 partite e 1 gol) ma di certo il suo apporto fu miserevole, sembrava un marinaio triste che affonda e naufraga senza neanche la voglia di prendere un salvagente. E pensare che nella Lazio figuravano comunque calciatori importanti quali Bruno Giordano, Manfredonia e l’anziano ma esperto D’Amico.
Batista si godeva tutto di Roma, non perdeva occasioni per omaggiare belle donne e gustare il buon cibo: era un calibratore nato, l’obiettivo era quello di sfruttare e ottimizzare tutte le emozioni che la vita poteva offrirgli. Non diventò mai schiavo dei vizi, come anni dopo fecero i britannici Gascoigne o George Best, ma apparecchiava e gustava con sobrietà gli eccessi di una felicità effimera, debordante, unica come la vita che passa. Provò quindi a non relegare il calcio nel secondo o terzo cassetto dell’armadio della sua esistenza, ma è chiaro che non poteva riuscirci.
I tempi della Roma

I tempi della Roma

Il talento non si discuteva ed emergeva a sprazzi. A furia di mortificarlo Batista ne uscì ridimensionato. Whisky e bollicine, sigarette e belle donne, ristoranti e trattorie: spese gran parte dei suoi guadagni romani quasi senza rendersene conto, ma accettò il portafoglio vuoto con una scrollata di spalla. In fondo bastava trovare qualche altra squadra e ricominciare tutto (o quasi) daccapo… Riuscì persino a restare in Italia, firmando nell’estate del 1985 per l’Avellino: in panchina c’era il duo Robotti-Ivic, mentre in rosa spiccavano Franco Colomba, Rambo De Napoli, l’argentino Ramon Diaz, il portiere Di Leo e il giovane Agostinelli.
In Irpinia non c’era la bella vita romana, ma in fondo con un po’ di buona volontà la sera qualche divertimento si trova sempre. Batista, peraltro tormentato anche da guai fisici, collezionò 14 presenze con 1 gol (segnò dopo meno di sessanta secondi in un mediocre Lecce-Avellino 2-2).
Un altro campionato scialbo, ma almeno i lupi bianco verdi si salvarono e Batista salutò la compagnia e l’Italia senza troppe critiche. Partì di notte, come un fuggiasco, per tornare in Brasile. Prima giusto qualche mese in Portogallo con la casacca del Belensenses, poi appunto l’Avai, club della città di Florianopolis, non troppo lontano da Rio e da altri richiami alla bella vita.
Si stava per spegnere la sua carriera di calciatore, ma forse lui è stato uno dei pochissimi nella storia a non rattristarsi. Lui aveva ancora una voglia matta di festeggiare, brindare e divertirsi, reinventarsi. Oggi è commentatore televisivo. E se qualcuno gli suggerisce che troppe donne, troppo alcol e troppe sigarette possono che diventare nemici dell’uomo, Batista stupisce di nuovo diventando addirittura filosofo: «Non devi mai odiare i tuoi nemici. Ti si offusca il cervello».

Lucio Iaccarino
© Riproduzione Riservata

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