Percorso Maddaloni

Gianni Maddaloni in palestra

Gianni Maddaloni in palestra

 

Gli scugnizzi, oro di Scampia

La parola “maestro” deriva dal latino “magister” e ha la stessa radice di “magis” e “magnum” (“grande”), a cui si aggiunge il suffisso “-ter”, comparativo di maggioranza. “Il più grande”. “Il più forte”. “Il maggiore”.
In origine la parola indicava un moderatore, un prefetto, un governatore, un dotto della scienza, il capo di una maestranza, di una società, di un college, della milizia a cavallo. Senza perdere nobiltà, la parola è venuta a designare anche il precettore, l’insegnante.

In latino, il termine “Magister” è spesso operato nella vulgata per indicare la persona di Gesù Cristo.

Un vocabolo cruciale, foriero di grandezza didattica, umana, sociale. Con risvolti che possono essere rivoluzionari.

La “Via”

A Scampia Gianni Maddaloni è per tutti “il Maestro”, portatore sano di una religione fatta di sport, disciplina, altruismo. Promette salvezza, ma non la rassicura. Ognuno deve salvare se stesso.
Ognuno deve guardarsi dalla strada, dal degrado, dalla disoccupazione, dalla galera, dalla camorra, dalla disperazione. Deve fronteggiare il vivere in una terra ovunque presentata, nelle televisioni e nei giornali, come una Gomorra perduta per sempre. In un mondo che insegna lo stereotipo che lo sport sia valido solo quando c’è una palla a smuovere milioni.

C’è un altro sport possibile.

«Nella convinzione che impara i valori dello sport oggi sarà un killer in meno o uno spacciatore in meno domani», ripete instancabile Gianni Maddaloni. E in questo caso, i valori dello sport sono quelli del judo.

È ancora l’etimologia a spiegare la filosofia propagata senza tregua dal Maestro Maddaloni: il termine “Judo” è composto da due kanji: 柔 Ju, che significa “gentilezza, adattabilità, cedevolezza“ e 道 do, “via”. Il suo significato è quindi traducibile anche come via dell’adattabilità o via della gentilezza. Si esplicita così il principio yawara (柔), il principio base del Judo: adeguarsi alla forza avversaria al fine di ottenere il pieno controllo. Come il bamboo piegato al suolo dalla forza della tempesta che al termine della buriana si raddrizza con vigore o il salice i cui rami cedono sotto il peso della neve facendola cadere per poi riprendere la propria posizione. Forza, pazienza, resilienza.

Imparati e messi in pratico nel Dojo di Scampia, che diventa per eccellenza (e con eccellenze) il luogo (jo) dove si esercita la via (do).

Tra le Vele di Napoli, zona a cui, parlandone, si accompagna sempre l’aggettivo “difficile”, questo significa “rivoluzione”.

Gianni Maddaloni tra gli allievi (© starjudo.com)

Gianni Maddaloni tra gli allievi (© starjudo.com)

 

Gianni Maddaloni è il primo ad essersi salvato. Ha 58 anni, una moglie, sette figli, tutti talentuosi judoka; perde il padre che muore quando lui è giovane; perde l’adorato fratello più piccolo morto in carcere; s’innamora di un’allieva, Rosaria, e crea un’altra famiglia; il figlio Pino è il primo oro italiano di Judo alle Olimpiadi di Sydney del 2000. Porta avanti il bel progetto di una palestra che raccolga i più sfortunati dalla strada continuamente minato dalla mancanza di fondi e da una burocrazia barocca e surreale; ha, come uomo, i timori di padre, di marito, di amante; comunica l’orgoglio di maestro per i ragazzi che vincono e sperimenta la cocente delusione che sa di fallimento per i ragazzi che si perdono,… ne ha da raccontare, Gianni Maddaloni.

Hanno provato a farlo per lui: ci ha pensato anche Beppe Fiorello con una fiction andata in onda sulla Rai.
Lo fanno i detenuti nelle lettere dal carcere.
Lo hanno fatto le televisioni di tutto il mondo.

E lo ha fatto anche il Maestro stesso, senza filtri, senza esagerazioni o spettacolarizzazioni, raccontandosi e raccontando la sua periferia, così simile a tante altre periferie del mondo, e con essa l’universo del suo “percorso” – «non progetto», specifica, «mi piace chiamarlo Percorso Maddaloni» – in un libro edito da Baldini & Castoldi e scritto in collaborazione con Marco Caiazzo. Redatto nel linguaggio della strada, perché è nella strada che è stato forgiato. Il libro passa in rassegna gli “scugnizzi” che transitano attorno a quella che è diventata lo Star Judo Club di via della Resistenza a Napoli.

Gianni Maddaloni

C’è innanzitutto uno scugnizzo di nome Gianni che gira per le vie della città partenopea con il motorino truccato e un coltello in tasca. Un ragazzo che rimane orfano di padre a 16 anni, che cresce tra ragazzi che girano con il “ferro” e hanno i padri al 41bis (e chi è di Scampia lo sa, cosa significa evocare la sigla di quest’ala del carcere di sicurezza).

Che a 13 anni conosce il ring, un quadrato dove può sfogarsi senza dover “fare il guappo”.
Che a 17 anni conosce Lupo, alias Enrico Bubani, occhi di ghiaccio e corpo scattante. Colui che regge lo sguardo di sfida dell’adolescente Gianni, che conosce quella vita e quelle sofferenze e gli indica la Via della Cedevolezza, quell’adattamento così diverso dall’arte dell’arrangiarsi partenopea. Colui che ispirerà la creazione della palestra Star Judo Club.

Scrive Maddaloni: «Lupo mi ha offerto una spalla per affezionarmi a me stesso. Perché il problema è sempre quello: ti perdi, non sai più chi sei e cosa vuoi, quando non ti vuoi bene».

Lupo e il judo arrivano dove anche la fede religiosa vacilla. Non esce mai dal tatami: nemmeno quando lascia il judogi e la cintura nell’armadio. Quel rito d’inchini e filosofia è uno stile di vita, un faro nell’asfalto di Scampia. Le mosse del judo s’intrecciano con la quotidianità e le leggi non scritte del quartiere.

Pino Maddaloni esulta a Sydney

Pino Maddaloni esulta a Sydney

 

Pino, l’atleta del riscatto sociale, «per anni un Ulisse», scrive il padre, da cui Pino si allontana in seguito alle Olimpiadi del 2008 finite male. «Ulisse ha vinto in tutto il mondo, ma tornato a Itaca decide di ripartire», spiega Gianni Maddaloni, che ha fatto di tutto per restare a Scampia. Ma Pino torna, ed è “ambasciatore” del progetto del padre. Indelebile il ricordo dell’incontro con il brasiliano a Sydney, quelle braccia alzate e la capriola della ruota, i salti e la lacrima finale sul podio.

I ragazzi

La famiglia Maddaloni è numerosissima: Gianni è il padre putativo di chiunque varchi il cancello rosso della palestra. Lontano dalle sirene delle pattuglie e delle ambulanze di Scampia. C’è Antonio, un padre al 41 bis e un talento incredibile per la musica, tanto che la palestra si arricchisce di un pianoforte per farlo suonare; c’è Paolo, che dice di aver bisogno di fisioterapia ma è in cerca di una seconda casa; c’è il ragazzo legato al clan storico del centro di Napoli che dopo un ciclo di due anni sparisce e si dice sia tornato a delinquere; c’è il disabile emarginato e dimenticato dallo stato, il non vedente, l’epilettico, l’autistico, il diabetico. Ci sono tutti i paria della società moderna napoletana. Che sul tatami si scoprono degni e dignitosissimi campioni.

Qualcuno trova anche un lavoretto in palestra, abbinando alla dignità dello sport quella dignità del lavoro propugnata dal primo articolo della Costituzione.

Il 70% degli iscritti allo Star Judo Club non paga. Quale antidoto contro la rassegnazione, l’ingresso è gratis, come gratis è il diritto a una vita dignitosa. Le bollette da pagare ci sono, e più volte è stata staccata l’elettricità. I materassi si usurano e i judogi vanno cambiati. Maddaloni e i suoi allievi non si arrendono alla mancanza di liquidità né agli scherzetti atroci del quartiere. Ci sono bambini di 3 anni e adulti di 70.

La sfida è in ogni paio d’occhi dei ragazzi e degli adulti che sono entrati in palestra. Sono figli di madri che usano le maniere forti delle cucchiarelle spezzate dietro alla schiena e lanci di pantofole, madri che chiedono che i figli vengano “raddrizzati”, figli di padri che scrivono lettere dal carcere, figli di commercianti uccisi per scambio di persona, che hanno la colpa di abitare nel palazzo di un boss, figli che ripetono «ho paura mae’».

Gianni Maddaloni in kimono bianco tra i figli (© starjudo.com)

Gianni Maddaloni in kimono bianco tra i figli (© starjudo.com)

 

Hanno paura anche prima delle gare, ma è una paura diversa. Ispirati dalle foto che addobbano la palestra, dalle medaglie espose, i ragazzi di Maddaloni vanno a combattere in tutte le competizioni italiane e internazionali, inseguendo il riscatto sociale tra le mosse del judo. Apprendono le tecniche del Ashi Waza, Koshi Waza, Kata Waza, Te Waza e Suitemi Waza al fine di riconquistarsi la vita e magari finiscono sul giornale locale non per storie di sangue e droga ma per un torneo conquistato.

Storie di recuperi

Napoli è oggi il principale serbatoio per le nazionali di karate, taekwondo e judo. Rimangono atleti “minori”, ma si fanno sempre più strada.

Maddaloni ha fatto scrivere sui muri della palestra la scritta “La legalità si costruisce insieme”, dove per “insieme” s’intende istituzioni e privati, associazioni e scuole, banche e società sportive, imprenditori e dipendenti.

Il presidente del Coni Giovanni Malagò ha scelto lo Star Judo Club per una delle sue prime uscite ufficiali. Inoltre, ha devoluto il suo primo indennizzo da neo eletto presidente allo Star Judo Club che, come sempre in difficoltà economica, aveva chiesto aiuto alle istituzioni.

Recentemente è stato più volte visionato il terreno dove potrebbe nascere la Cittadella dello Sport che è il sogno di Maddaloni, da erigersi all’interno dell’area dismessa della caserma Boscariello, caserma che si affaccia proprio sul quartiere di Scampia.

Non è certo un’oasi felice, ma, come ripete Giovanni Guzzo da San Giovanni in Fiore, tre volte campione italiano di judo nella categoria non vedenti, «un vincitore è colui che non ha mai smesso di sognare». E in ciò Gianni Maddaloni è un vero vincitore.

Con questi recuperi urbanistici e umani brilla anche l’altra Napoli, quella non distante dal Vomero, dello stesso colore di una medaglia olimpica. Questo è l’oro, la ricchezza di Scampia.

Melania Sebastiani
© Riproduzione Riservata

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Comments To This Entry
  1. Credo nel “Maestro” (e professo la sua religione).

    Lavinia on settembre 12, 2015 Reply

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