Steven Gerrard

Steven Gerrard

Steven Gerrard (© Getty Images)

 

Campione con dedica

«Quando staranno per terminare i miei giorni, non portatemi in ospedale, ma ad Anfield. Qui sono nato e qui voglio morire».

Il calcio inglese è un rito pagano. Le sue splendide cattedrali laiche elevano al cielo le passioni e i brividi di intere generazioni; le sue grandi liturgie collettive plasmano le orgogliose identità delle comunità cittadine e dei quartieri; le sue squadre rappresentano meglio di qualsiasi altra istituzione lo spirito dei gruppi umani che rappresentano. Church on Sunday, poi cinque giorni di lavoro precedono la festa del sabato. Gli “spezzatini” milionari delle PAY-TV non hanno infranto gli incantesimi che avvolgono gli stadi d’Oltremanica: l’arco di Wembley, la gradinata di Old Trafford e la soglia di Anfield segnano il confine tra realtà e magia, custodiscono decenni di memorie, sussurrano la leggenda dello sport britannico.

Il KOP, l’ineffabile curva del Liverpool che ha inciso i suoi cori più belli nel cielo del Merseyside, ha il privilegio di cantare le gesta di uno scouser irripetibile: veste la maglia dei Reds da quasi trent’anni e immerge il suo talento nell’amore infinito per la sua grande famiglia: è Steven George Gerrard.

la mitica tifoseria del Liverpool

la mitica tifoseria del Liverpool

 

La sua vita cambia per sempre in uno strano pomeriggio della primavera del 1989: i suoi genitori non gli hanno comprato il biglietto per la semifinale di FA Cup e lo hanno costretto a invidiare il suo fortunato cuginetto Jon-Paul Gilhooley, al quale il suo pro-zio ha regalato una gita a Hillsborough, il sogno della sua vita. 15 aprile 1989, Liverpool-Nottingham Forest: la giornata più bella, l’anticamera della tragedia. La Leppings Lane si trasforma in una tomba a cielo aperto; il piccolo Gilhooley rimane schiacciato dai corpi dei suoi compagni di fede. Muore così, a dieci anni: il suo cuginetto non riesce a crederci.

Le lacrime dei suoi zii lo soffocano, ma gli occhi di Jon-Paul gli sorridono ancora: quando indossa la maglia della baby academy del Liverpool, sente che un altro cuore batte accanto al suo. Corre, lancia, contrasta, segna. Cresce. L’Inghilterra comincia a parlare di lui: il suo nome rimbalza fra le rive del Mersey e le periferie industriali di Manchester, ma le sue orecchie ascoltano solo la musica di Anfield. Gérard Houllier lo segue con attenzione: allena i grandi e crede che sia destinato ad arare la fascia destra con il suo spirito scouser.

Il 29 novembre 1998 regala al KOP il primo assaggio di un futuro radioso: ha diciotto anni, si toglie la tuta e sostituisce Vegard Heggem. I primi chilometri esterni temprano il suo carattere, gli allenamenti personalizzati gli sistemano la schiena, il treble del 2001 lo proietta nell’olimpo del calcio europeo. È nata una stella: il magico centrocampo di Anfield le basterà?

Gerrard in azione

Gerrard in azione (© Alan Walter)

 

Tre anni dopo, il cielo blu di Stamford Bridge inizia a corteggiarlo: lo vuole il Chelsea, lui vacilla, ma sente che solo la maglia rossa può tenere acceso il suo secondo cuore. Il KOP trema, sussulta, si adira, ma poi si scioglie in un grido d’amore: le novantasei candele che schiariscono la sua notte più nera brillano nell’anima di Stevie G. Arriva Rafael Benítez, un demiurgo spagnolo che ama le coppe, ma i Reds sono quasi fuori dalla Champions League e stentano in campionato.

La riscossa parte dal Pireo e attraversa l’Europa in un viaggio magico, poi sembra naufragare a Istanbul. Il Milan travolge il Liverpool con il miglior primo tempo del Ventunesimo secolo: 3-0. La tempesta rossonera spazza via tutto, ma non cancella la voce dei tifosi inglesi, che raggiunge gli spogliatoi: gli occhi di Gerrard si accendono.

Non è finita. Calcio d’angolo: Steve salta più in alto di tutti e trapassa Dida. 3-1: comincia la più incredibile rimonta della storia dello sport moderno. I Reds accorciano le distanze, pareggiano, evitano il tracollo e sorpassano ai rigori. Il Liverpool torna sul tetto d’Europa trentun anni dopo l’Olimpico e il suo capitano alza la Coppa nel cielo del Bosforo: accarezza le grandi orecchie, coccola il trofeo, lo stringe al petto.

Poco meno di un anno dopo racconterà la storia di Jon-Paul e commuoverà il mondo intero: sa che la ferita di Hillsborough non guarirà mai, ma sogna ancora il suo futuro insieme al cuginetto. Veste il suo ricordo della maglia rossa e lo fascia con l’effigie dei Tre Leoni: non ama i muri, non condivide i malintesi che hanno sempre separato gli scousers dalla Nazionale.

un bacio alla Coppa

un bacio alla Coppa (© AP)

 

Nel cuore di Steven Gerrard i recenti dolori della Croce di San Giorgio si avvinghiano agli interminabili stenti domestici del Liver Bird: lo scivolone più funesto della carriera gli ha tolto la gioia del primo titolo di Campione d’Inghilterra quando il traguardo si profilava oltre le mura di Anfield; poche settimane dopo, l’ultimo viaggio Mondiale si è concluso con un triste naufragio calcistico.

I lunghi silenzi che hanno accompagnato il maggio rosso del Merseyside e la spedizione brasiliana della Nazionale di Sua Maestà hanno spento i sogni di migliaia di tifosi, ma non il faro del Liverpool: la voce di Jon-Paul Gilhooley continuerà a guidarlo nelle magiche cornici della Premier League e nelle notti di Champions cantando il coro più bello della storia del calcio inglese: You’ll never walk alone.

Daniel Degli Esposti
© Riproduzione Riservata

 

, , , , , No Comment

Leave a comment