La
culla dello sport, è ben noto a tutti, fu l’Antica
Grecia. Ai vari Giochi che a scadenze definite richiamavano
i migliori atleti del mondo ellenico ad Olympia come a Delfi
o a Corinto, parteciparono autentici fuoriclasse, che non
è inverosimile pensare competitivi anche ai nostri
tempi.
Adottando questo metro (magari un po’ romantico),
con buona pace di Jessie Owens, Carl Lewis e persino dell’immenso
Muhammad Alì, un pugile della Magna Grecia, Milone
di Crotone, si può considerare miglior atleta all time.
La città di Kroton era nota nel Mediterraneo per
due motivi. Il primo è di carattere molto - per così
dire - mondano: pare che le crotonesi fossero le donne più
belle del mondo, tanto che quando Policleto decise di dipingere
Elena scelse per modelle cinque di loro. Il secondo motivo
per cui la località andava famosa era la forza dei
suoi uomini, celebrata persino nei proverbi: L’ultimo
dei crotoniati è il primo tra i Greci, recitava
un adagio conosciuto ovunque. Crotone fu infatti patria
di numerosi invincibili lottatori, più volte vittoriosi
ai Giochi Olimpici, tra cui si devono obbligatoriamente
citare Faillo, Astilo e, appunto, Milone.
Storia di una leggenda
Milone fu per quasi trent’anni una leggenda sportiva
e sin da ragazzo dimostrò una superiorità
assoluta sugli altri concorrenti. Vinse la sua prima Olimpiade
nel 540 a.C., gareggiando in quella che noi definiremmo
la categoria juniores. Otto anni dopo, nel corso
dei sessantaduesimi Giochi, iniziò un dominio totale che
si protrasse per altre quattro edizioni, sino al 516 a.C..
Le fonti ci dicono che la sua tecnica preferita era basata
sul sollevamento dell’avversario con successiva violenta
proiezione al suolo. Pressoché imbattibile nella
lotta a corpo a corpo in piedi, Milone era inoltre dotato
di una ferrea presa ai polsi e al collo, tanto forte che
nessuno riusciva a toglierla, neanche sollevando un dito
per volta. Tutto sommato, caratteristiche che oggi si adatterebbero
più che alle gare olimpiche al wrestling, ed in effetti
la disciplina in cui il crotonese eccelleva, il pancrazio,
non era certo meno violento.
Milone fu un precursore anche nella preparazione fisica.
Genero del geniale Pitagora, ne adottò le intuizioni,
sottoponendosi alla ginnastica medica di sua invenzione
e introducendo la carne nella dieta agonistica. Anche se
è forse un tantino esagerato che abbia portato allo
stadio di peso un toro di quattro anni, facendo un giro
di campo con l'animale sulle spalle, uccidendolo con un
colpo solo e mangiandolo tutto nello stesso giorno, è
probabile che la dieta carnivora abbia davvero giovato alle
prestazioni sportive dell’atleta calabro.
Su di un tale fuoriclasse, capace di trionfare anche in
sei giochi Pitici a Delfi, oltre che in dieci competizioni
Istmiche e nove Nemee (un palmarès insuperato
nella storia), fiorirono innumerevoli leggende.
La più nota racconta del suo singolare metodo di
allenamento per un’Olimpiade. Sembra che Milone sia
partito dalla sua città con un vitello sulle spalle,
raggiungendo Olympia con la bestia ormai divenuta un toro
e destando sconcerto e meraviglia tra gli avversari e il
pubblico (sul piano storico, la reiterata insistenza sui
bovini la dice lunga sull’importanza dell’allevamento
per l’economia calabra dell’epoca).
Lo stesso Pitagora, scrive Strabone, gli dovette la vita.
In un’occasione, mentre i maggiorenti di Crotone,
riuniti nell’abitazione del filosofo, discutevano
del governo della polis, un forte terremoto spezzò
una colonna di sostegno. La situazione fu salvata da Milone
che, sostituendosi alla colonna, resse il soffitto finché
tutti non furono in salvo. Un Sansone alla rovescia, si
direbbe.
Divenuto ricchissimo, raggiunse una notorietà sconfinata.
Racconta Erodoto che persino il re achemenide Dario lo onorò,
desistendo dal riportare a forza in Persia il famoso medico
Democede, non appena seppe che il fuggiasco, raggiunta Kroton,
aveva sposato la figlia di Milone.
Il culmine della gloria Milone lo raggiunse però
dopo aver abbandonato lo sport, guidando (vestito di una
pelle di leone come Eracle) i suoi concittadini alla vittoria
nella cruenta battaglia contro i Sibariti, combattuta nel
511 a.C. Fu però l’ultimo lampo di una vita
inimitabile, poiché anche per il grande campione
giunsero gli anni del declino. Un altro aneddoto racconta
infatti che, ormai maturo, sfidò un pastore in una
gara di forza. Il suo avversario Titorno sollevò
una pietra pesantissima lanciandola lontano, ma quando Milone
cercò di imitarlo non riuscì neanche ad alzarla.
La parabola discendente
La frase con cui, deluso, se ne uscì in quell’occasione
(“O Zeus, hai forse creato un altro Eracle?”)
era forse il sintomo di un’incapacità di fondo
ad accettare la parabola discendente. Milone si fidava troppo
delle sue forze, e le fonti antiche tramandano di come questo
fatto gli sia costato infine la vita. L’ultima leggenda
che lo riguarda narra infatti che un giorno il lottatore
incappò in un tronco di ulivo colpito dal fulmine
e spaccato. Per aprirlo completamente Milone infilò
mani e piedi nella fenditura, ma il tronco si richiuse,
imprigionandolo. L’esistenza del più grande
atleta di tutti i tempi si concluse in modo orribile, sotto
i denti di un branco di lupi richiamati dalle sue urla.
I crotonesi gli dedicarono una statua ad Olympia, scolpita
dal suo concittadino Dameas. Due millenni e mezzo dopo anche
l’Italia volle celebrarlo con una scultura al Foro
Italico. Peccato solo che l’autore non brillasse per
cultura storica e sportiva: fu così che tra le mani
del più grande tra i pugili e i lottatori di ogni
epoca oggi possiamo ammirare un poco consono pallone. |
|
|