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Milone di Kroton
Il più grande
di Danilo Francescano
i grandi eroi dello sport
 
 
la statua di Milone di Pierre Puget (Louvre) photo credits La culla dello sport, è ben noto a tutti, fu l’Antica Grecia. Ai vari Giochi che a scadenze definite richiamavano i migliori atleti del mondo ellenico ad Olympia come a Delfi o a Corinto, parteciparono autentici fuoriclasse, che non è inverosimile pensare competitivi anche ai nostri tempi.
Adottando questo metro (magari un po’ romantico), con buona pace di Jessie Owens, Carl Lewis e persino dell’immenso Muhammad Alì, un pugile della Magna Grecia, Milone di Crotone, si può considerare miglior atleta all time.
La città di Kroton era nota nel Mediterraneo per due motivi. Il primo è di carattere molto - per così dire - mondano: pare che le crotonesi fossero le donne più belle del mondo, tanto che quando Policleto decise di dipingere Elena scelse per modelle cinque di loro. Il secondo motivo per cui la località andava famosa era la forza dei suoi uomini, celebrata persino nei proverbi: L’ultimo dei crotoniati è il primo tra i Greci, recitava un adagio conosciuto ovunque. Crotone fu infatti patria di numerosi invincibili lottatori, più volte vittoriosi ai Giochi Olimpici, tra cui si devono obbligatoriamente citare Faillo, Astilo e, appunto, Milone.


Storia di una leggenda

Milone fu per quasi trent’anni una leggenda sportiva e sin da ragazzo dimostrò una superiorità assoluta sugli altri concorrenti. Vinse la sua prima Olimpiade nel 540 a.C., gareggiando in quella che noi definiremmo la categoria juniores. Otto anni dopo, nel corso dei sessantaduesimi Giochi, iniziò un dominio totale che si protrasse per altre quattro edizioni, sino al 516 a.C..
Le fonti ci dicono che la sua tecnica preferita era basata sul sollevamento dell’avversario con successiva violenta proiezione al suolo. Pressoché imbattibile nella lotta a corpo a corpo in piedi, Milone era inoltre dotato di una ferrea presa ai polsi e al collo, tanto forte che nessuno riusciva a toglierla, neanche sollevando un dito per volta. Tutto sommato, caratteristiche che oggi si adatterebbero più che alle gare olimpiche al wrestling, ed in effetti la disciplina in cui il crotonese eccelleva, il pancrazio, non era certo meno violento.
Milone fu un precursore anche nella preparazione fisica. Genero del geniale Pitagora, ne adottò le intuizioni, sottoponendosi alla ginnastica medica di sua invenzione e introducendo la carne nella dieta agonistica. Anche se è forse un tantino esagerato che abbia portato allo stadio di peso un toro di quattro anni, facendo un giro di campo con l'animale sulle spalle, uccidendolo con un colpo solo e mangiandolo tutto nello stesso giorno, è probabile che la dieta carnivora abbia davvero giovato alle prestazioni sportive dell’atleta calabro.
Su di un tale fuoriclasse, capace di trionfare anche in sei giochi Pitici a Delfi, oltre che in dieci competizioni Istmiche e nove Nemee (un palmarès insuperato nella storia), fiorirono innumerevoli leggende.
La più nota racconta del suo singolare metodo di allenamento per un’Olimpiade. Sembra che Milone sia partito dalla sua città con un vitello sulle spalle, raggiungendo Olympia con la bestia ormai divenuta un toro e destando sconcerto e meraviglia tra gli avversari e il pubblico (sul piano storico, la reiterata insistenza sui bovini la dice lunga sull’importanza dell’allevamento per l’economia calabra dell’epoca).
Lo stesso Pitagora, scrive Strabone, gli dovette la vita. In un’occasione, mentre i maggiorenti di Crotone, riuniti nell’abitazione del filosofo, discutevano del governo della polis, un forte terremoto spezzò una colonna di sostegno. La situazione fu salvata da Milone che, sostituendosi alla colonna, resse il soffitto finché tutti non furono in salvo. Un Sansone alla rovescia, si direbbe.
Divenuto ricchissimo, raggiunse una notorietà sconfinata. Racconta Erodoto che persino il re achemenide Dario lo onorò, desistendo dal riportare a forza in Persia il famoso medico Democede, non appena seppe che il fuggiasco, raggiunta Kroton, aveva sposato la figlia di Milone.
Il culmine della gloria Milone lo raggiunse però dopo aver abbandonato lo sport, guidando (vestito di una pelle di leone come Eracle) i suoi concittadini alla vittoria nella cruenta battaglia contro i Sibariti, combattuta nel 511 a.C. Fu però l’ultimo lampo di una vita inimitabile, poiché anche per il grande campione giunsero gli anni del declino. Un altro aneddoto racconta infatti che, ormai maturo, sfidò un pastore in una gara di forza. Il suo avversario Titorno sollevò una pietra pesantissima lanciandola lontano, ma quando Milone cercò di imitarlo non riuscì neanche ad alzarla.


La parabola discendente

La frase con cui, deluso, se ne uscì in quell’occasione (“O Zeus, hai forse creato un altro Eracle?”) era forse il sintomo di un’incapacità di fondo ad accettare la parabola discendente. Milone si fidava troppo delle sue forze, e le fonti antiche tramandano di come questo fatto gli sia costato infine la vita. L’ultima leggenda che lo riguarda narra infatti che un giorno il lottatore incappò in un tronco di ulivo colpito dal fulmine e spaccato. Per aprirlo completamente Milone infilò mani e piedi nella fenditura, ma il tronco si richiuse, imprigionandolo. L’esistenza del più grande atleta di tutti i tempi si concluse in modo orribile, sotto i denti di un branco di lupi richiamati dalle sue urla.
I crotonesi gli dedicarono una statua ad Olympia, scolpita dal suo concittadino Dameas. Due millenni e mezzo dopo anche l’Italia volle celebrarlo con una scultura al Foro Italico. Peccato solo che l’autore non brillasse per cultura storica e sportiva: fu così che tra le mani del più grande tra i pugili e i lottatori di ogni epoca oggi possiamo ammirare un poco consono pallone.
 
     
 
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