Abbiamo
visto nella puntata precedente che Iliade ed Odissea sono le fonti letterarie più antiche nei riguardi
dell’agonismo ellenico.
Una tradizione orale tra le più note retrodata a
sua volta di qualche generazione i prodromi dell’olimpismo.
Il mito di Pelope (per inciso, nonno dell’omerico Agamennone)
racconta di come il giovane, sacrificato agli dèi
dal padre, abbia riavuto la vita dall’impietosito
Zeus. Fu proprio per celebrare questo suo miracoloso ritorno
sulla terra che Pelope allestì un torneo di lotta
simulata (il Kratos), presto seguito da gare di
pugilato e corsa. Quando poi Pelope unificò un vasto
territorio sotto il suo dominio (il Peloponneso), i Giochi
assunsero carattere ciclico, pur senza mai avere una cadenza
stabilita.
Ovviamente, il tema fu ripreso da molti autori che ne alterarono
i contenuti o proposero versioni alternative. Mentre, ad
esempio, il poeta Pindaro, nella prima ode Olimpica,
ripropose la leggenda di Pelope con varianti notevoli, il
geografo Pausania attribuì ad Eracle il merito di
aver istituito i Giochi, facendo gareggiare i suoi cinque
fratelli nella piana della futura Olympia e premiando il
vincitore con una corona d’ulivo.
Spogliati i molteplici racconti dalle sovrastrutture narrative,
si può comunque accettare senza troppi problemi che
già vari secoli prima della nascita dell’Olimpiade
nell’Ellade si svolgessero con una certa regolarità
competizioni a carattere agonistico.
Prima di cominciare il discorso sui Giochi Olimpici (e su
quelli meno famosi, ma egualmente importanti che completavano
l’arkaia periodos – il circuito
antico – , come i Pitici o i Nemei), occorre
precisare che, quasi contemporaneamente e in tutt’altra
parte d’Europa, un popolo dette origine ad una saga
sportiva destinata a durare per quasi duemila anni.
Antichi giochi nordici
Nell’Irlanda del VII secolo a.C. iniziarono infatti
a svolgersi regolarmente Giochi assimilabili a quelli ellenici,
pur se inseriti nel quadro più ampio della Aonach
Tailteann (Fiera di Tailteann). La manifestazione,
che attirava partecipanti da tutta la Gran Bretagna e persino
dalla Francia del Nord, si teneva presso l’odierna
Teltown, nella contea di Meath, a nord-ovest di Dublino.
Cominciava con una sessione per così dire ufficiale,
in cui veniva data notizia delle leggi entrate in vigore
di recente, cui facevano seguito una serie di attrazioni
più popolari: oltre alle gare sportive, erano previsti
tornei tra guerrieri, competizioni musicali e letterarie
e anche un mercato di nozze, il cosiddetto Marriage
Barter. La consegna dei premi avveniva l’ultimo
giorno della Fiera, abitualmente conclusa da un sontuoso
banchetto collettivo.
Come le Olimpiadi (con le quali non pare vi fosse alcuna
connessione diretta), anche i Tailteann Games vantavano
origini mitiche. Un testo del XII Secolo, The Ancient
Book of Leinster, ne attribuisce l’istituzione,
nel 632 a.C., a Lugh, figlio adottivo della regina Tailte,
sposa iberica di Maghmor, ultimo sovrano della dinastia
Filborg. Il programma di gare veniva svolto in un unico
giorno, e comprendeva gare di corsa, lanci, salti, lotta,
pugilato, nuoto e tuffi.
La Aonach Tailteann, tradizionalmente lunga sei
giorni e situata in periodo estivo, ebbe una vita lunghissima,
essendo stata abolita solo con l’invasione normanna
dell’Irlanda, nel 1169. Un tentativo di riprendere
i Giochi in ambito panbritannico fu effettuato nel 1924
a Dublino, ma negli anni seguenti l’interesse per
l’avvenimento diminuì e la cosa fu lasciata
cadere.
La saga irlandese conferma che, negli ultimi secoli prima
dell’Era Cristiana, il bisogno del confronto sportivo
accomunava ormai larga parte del mondo mediterraneo e occidentale.
In Egitto ed in Persia, ad esempio, era diffuso nel V secolo
a. C. un gioco molto simile al tennis, e sempre in Egitto
si svolgevano nello stesso periodo competizioni natatorie.
Fu in ogni caso con la prima Olimpiade del 776 a.C. che
l’agonismo assunse finalmente carattere istituzionale,
e a giusta ragione si può considerare questa la data
della nascita ufficiale dello sport.
Vale la pena di segnalare innanzitutto come il sito su cui
sarebbe sorta Olympia abbia rivestito sin dall’età
Micenea un carattere di sacralità, ideale per una
manifestazione che giunse a coinvolgere tutto l’universo
ellenico.
Se dobbiamo prestar fede alla tradizione orale, l’inviolabilità
fu estesa, per volere dell’Oracolo di Delfi, il più
sacro della Grecia antica, a tutta la regione, l’Elide.
Al Popolo di Zeus che la abitava il dio Apollo,
parlando per bocca della sacerdotessa Pizia, avrebbe concesso
di restare lontano dalle guerre per dedicarsi all’organizzazione
dei Giochi. In particolare, secondo Pausania, fu il re dell’Elide
Ifito, su consiglio del legislatore spartano Licurgo, il
fondatore dei Giochi Olimpici e l’istitutore della
tregua olimpica, l’Ekecheiria (letteralmente tenere tese le mani per prendere). Ovviamente,
la leggenda è un poetico (e posteriore) travisamento
della realtà storica, avendo ottenuto Olympia il
riconoscimento della neutralità e della panellenicità
dei giochi solo nel 570 a.C., dopo la vittoria su Pisa.
Ancora una volta, il mito conferisce dimensione poetica
al bisogno di pace che doveva essere ben presente nell’Ellade
dilaniata dalle continue lotte fra Poleis. Probabilmente,
fu proprio tale bisogno a far sì che la tregua fosse
rispettata con rigore. L’annuncio della sospensione
delle guerre veniva dato nell’imminenza delle gare,
per permettere a coloro che lo desideravano di viaggiare
verso Olympia in sicurezza. Il testo che stabiliva l’Ekecheiria,
inciso su uno scudo di bronzo, era esposto nel tempio di
Zeus, e le armi non potevano più entrare nel territorio
dell’Elide: persino le esecuzioni capitali e le dispute
legali erano sospese. In realtà, secondo Tucidide,
in un’occasione, i Lacedemoni ruppero la tregua attaccando
la cittadina fortificata di Leprea, ma la loro infrazione
fu punita con una lunga esclusione dalle gare ed una multa
salatissima di duecentomila dracme (una dracma era il compenso
giornaliero di un lavoratore).
Per dirla tutta, proprio l’entità della multa
dimostra quanto per l’Elide i Giochi fossero importanti
sul piano economico. È in effetti impossibile quantificare
il flusso di denaro turistico, il portato cioè
degli spettatori, in media quaranta-cinquantamila a gara, tutti assiepati
sulle colline intorno allo stadio e disposti ad affrontare
la calura dei cinque giorni d’estate, l’assenza
di ombra, di acqua potabile e di servizi igienici, pur di
assistere ai Giochi. Ancor più arduo poi ricostruire
l’entità della ricchezza generata da donazioni
delle città degli atleti gareggianti ai templi e
agli Dei, per ingraziarsene i favori (assieme a quelli dei
giudici, s’intende).
Lo stadio di Olympia
Non si deve tuttavia pensare che le Olimpiadi assumessero
sin dalle origini il carattere definitivo, né la
loro simbologia piuttosto strutturata. Secondo le ricerche
dell’Istituto Archeologico Germanico, lo stadio di
Olympia fu costruito sopra un insediamento preistorico proprio
attorno al VI secolo a.C., ma non risale certo a quest’epoca
e alle prime edizioni il giuramento olimpico, con il suo
palese riferimento alla corruzione. Ce lo ha tramandato
nel II secolo d.C. Pausania, autore dei dieci libri della Periegesi della Grecia, che così lo descrive: “[nei
pressi della statua di Zeus Horkios (Garante)]
…gli atleti e gli allenatori sono soliti giurare
sopra i genitali recisi di un cinghiale che da parte loro
nessun imbroglio verrà compiuto nei confronti delle
gare olimpiche. Inoltre, gli atleti giurano di essersi preparati
con scrupolo per dieci mesi consecutivi. Giurano poi quelli
che giudicano i ragazzi o i puledri dei cavalli concorrenti:
emetteranno un giudizio non influenzato da doni e manterranno
il segreto su ciò che riguarda chi è stato
accettato e chi non lo è stato”.
Del resto l’elenco dei vincitori olimpici, che è
giunto sino ai nostri giorni, dimostra con chiarezza che
le prime edizioni dei Giochi ebbero carattere locale, risultando
gli atleti tutti provenienti dall’Elide. Il primo
vincitore ufficialmente riconosciuto ce lo tramanda lo storico
siracusano Timeo. Fu un cuoco proveniente di Olympia, Koroibos,
che s'impose nel 776 avanti Cristo nella gara di velocità,
l'unica di quella Olimpiade. Sembra che i concorrenti partissero
da una barriera delimitata da una corda, lasciata cadere
per dare inizio alla competizione, un po’ come avviene
oggi nella mossa del Palio di Siena. La lunghezza
corrispondeva ad uno stadio, ossia a 192,27 m., pari secondo
la leggenda a seicento orme o misure del piede di Eracle
(o secondo altre fonti di re Ifito): 32 cm. Da tale distanza,
passata poi ad indicare l’intero complesso ospitante,
deriva tra l’altro il nostro vocabolo stadio. |
|
|