Abbiamo
detto nell’introduzione che lo sport permette di incanalare
sul piano ludico gli istinti competitivi dell’uomo.
Ovviamente, l’evento sportivo potrebbe essere analizzato
da mille altre prospettive, e, in questo senso, si potrebbero
proporre infinite altre definizioni, tutte egualmente valide.
Se ci soffermiamo su questa particolare asserzione è
solo per sottolineare il carattere evolutivo del concetto
di sport (termine che per altro entra in uso solo verso
la fine del XV secolo, come contrazione inglese del termine
antico-francese desport, ossia divertimento).
A parte l’atletica pesante, di cui varie forme erano
praticate in Cina già tremila anni prima di Cristo,
e che più tardi divenne persino materia di studio
nel Celeste Impero, una delle più antiche manifestazioni
sportive può con ragionevole probabilità individuarsi
nel Tsuch-kuh. Traducibile più o meno come piede palla, questo gioco era diffuso nella stessa
Cina già molti secoli prima della nostra era. Si
praticava con un pallone di pelle imbottita con materiali
diversi, e pare che nelle regole non fosse troppo distante
dal moderno calcio. Diverse fonti segnalano poi la quasi
contemporanea esistenza in Giappone del Kemari,
in cui due squadre composte ognuna di otto uomini dovevano
spedire una palla in un determinato spazio, in generale
delimitato da alberi.
"Athlos", "Athlion" e "Agon"
Per ciò che concerne l’area mediterranea sembra
vadano catalogati come connessi alla ritualità e
alla danza un affresco egizio con due lottatori e centoventidue posizioni
di lotta (databile al 2000 a.C.) e alcuni bassorilievi
del Nuovo Regno raffiguranti forme di scherma. In quest’ottica
selettiva, e non considerando l’esercizio fisico finalizzato
all’addestramento militare, comune praticamente a
tutte le civiltà, è sicuramente l’Ellade
la patria ideale delle manifestazioni agonistiche ed atletiche
in Occidente.
La scelta del termine agonistico non è casuale: l’etimologia
della parola faciliterà non poco la comprensione
di queste prime forme competitive.
I Greci usavano tre termini per indicare il momento dell’attività
fisica, tutti legati all’immagine della lotta. Dai
primi due, athlos (combattimento) e athlion (sforzo, lotta per un premio), deriva
il nostro vocabolo atleta; dal terzo, agon (concorso, sforzo per primeggiare, ma
anche emulazione), di senso più generale
e non esclusivamente legato alla sfera sportiva,
noi moderni abbiamo mutuato la locuzione agonismo.
Con questi semplici, ma significativi presupposti, si capisce
facilmente come la molla principale delle più antiche
gare non fosse il gioco, ma l’affermazione del singolo.
L’intera cultura greca si basava sull’esaltazione
di concetti come gloria ed onore, e l’ideale atletico
(con buona pace del barone Pierre De Coubertin), non si
identificava affatto nella partecipazione, ma nella sola
vittoria.
Non è perciò assolutamente un caso che la
prima cronaca sportiva della storia appartenga al capolavoro
che segna la nascita della letteratura non solo greca, ma
occidentale: l’Iliade.
Evitiamo come ovvio di addentrarci nell’infinita diatriba
sulla datazione sia del mondo dei poemi omerici, sia della
loro composizione, e assumiamo come punto fermo che l’epoca
di Achille e di Odisseo si situi al termine dell’Età
del Bronzo, attorno al XI-X secolo a.C.
Siamo in quella che si può definire l’Età
degli eroi: tutta l’azione dell’Iliade (e a maggior ragione dell’Odissea) è
di fatto ispirata all’esaltazione del singolo eroe,
mentre la moltitudine rimane sullo sfondo, indistinta e
indistinguibile.
Per venire all’aspetto che ci interessa, quello atletico-agonistico,
Achille – l’eroe per antonomasia dell’intera
epopea del ciclo troiano – non trova modo migliore
per onorare la memoria dell’amico Patroclo che indire
giochi funebri. Né modo migliore poteva esserci,
proprio perché la triade onore-vittoria-premio era
già dagli albori parte integrante della koinè ellenica.
La cronaca che Omero ci tramanda della corsa dei carri,
viva e palpitante come quella di un moderno quotidiano sportivo,
è emblematica di quanto appena detto. Vince Diomede,
uno dei principali guerrieri Achei e, non appena sceso dal
carro, con gioia quasi infantile si impadronisce della schiava
e del tripode destinati al vincitore. Il premio è
chiaramente lo scopo, perché il premio conferisce
valore alla vittoria, e più è alto il premio,
maggiore è l’onore che ne deriva. Diomede aveva
certamente schiave e tripodi in quantità, ma quella particolare schiava e quel particolare tripode
rivestivano un valore unico, perché messi in palio
dal grande Achille in un’occasione irripetibile.
Ancor più significativo è quanto avviene in
seguito. Achille, tra l’approvazione del pubblico,
propone di dare il secondo premio ad Eumelo, arrivato ultimo
perché il suo carro è andato distrutto. Un
comportamento inconsueto, per quell’epoca come per
la nostra, che provoca la reazione immediata di Antiloco,
giunto alle spalle di Diomede. Di fronte alle proteste del
giovane (per altro figlio dell’influente Nestore,
re di Pilo), deciso a difendere la cavalla del secondo premio
con le armi, Achille deve operare una precipitosa retromarcia
e limitarsi ad un premio extra per lo sfortunato
Eumelo. Non è finita, perché Menelao, potentissimo
re di Sparta, rinfaccia ad Antiloco di avergli tagliato
la strada, e chiama al giudizio i capi Achei: un po’
come un appello di secondo grado. Prima che la cosa avvenga,
Menelao cambia idea e si rivolge direttamente al rivale,
sfidandolo a un giuramento di lealtà di fronte al
dio Poseidone. Antiloco a questo punto cede e Menelao ottiene
la contesa cavalla che, subito, restituisce al giovane in
un gesto di pace, accontentandosi di aver fatto valere di
fronte al mondo il suo buon diritto.
L’onore, dunque, e il premio. Analoghe motivazioni
rendono preziose ed esclusive le altre gare dei giochi in
onore di Patroclo, interessanti dal nostro punto di vista
anche perché ci consentono una panoramica delle specialità
agonistiche in quell’epoca arcaica eppure già
raffinata.
Gran parte del Libro XXIII dell’Iliade è occupato dalla descrizione degli eventi atletici.
Il pugilato lo vince Epeo, ed è interessante come
Omero racconti l’incontro con Eurialo, pupillo di
Diomede. Seguiamolo nella traduzione classica di Vincenzo
Monti: Egli stesso (Diomede, n.d.a.) al fianco
il cinto / gli avvinse, e il guanto gli fornì di
duro / cuoio, già spoglia di selvaggio bue. / [...]
/ Il terribile Epeo con improvvisa / furia si scaglia all’avversario,
e mentre / questi bada a mirar dove ferire, / Epeo la guancia
gli tempesta in guisa, / che il meschin più non regge,
e balenando / con tutto il corpo si rovescia in terra.
Una cronaca che non sfigurerebbe sulle pagine della Gazzetta
dello Sport.
Nella lotta, il match si svolge tra due dei massimi
eroi dell’esercito greco, il gigantesco Aiace Telamonio
e Odisseo, famoso per la sua astuzia. L’incontro si
trascina sulla parità, malgrado l’enorme forza
di Aiace riduca a mal partito il meno massiccio rivale,
perché questi bilancia l’inferiorità
con colpi precisi e un po’ maligni. Achille è
costretto a chiudere l’incontro proclamando entrambi
vincitori, raddoppiando il primo premio.
Odisseo
Nella corsa, la vittoria arride ancora ad Odisseo, che batte
nello sprint finale Aiace di Oileo, altro notissimo
guerriero. Favorito come sempre dalla sua protettrice Atena,
il grande Ulisse: la dea fa scivolare Aiace proprio
sul traguardo, e la cosa non deve stupire. Nella concezione
culturale greca, la vittoria, in guerra come nell’agone
atletico, è un dono degli Dei.
Dopo il duello armato tra i due più forti eroi dell’esercito,
Aiace e Diomede, terminato con una quasi scontata parità
e poco interessante ai nostri fini, maggior attenzione merita
una gara che, con varianti limitate, è arrivata sino
ai nostri tempi: il lancio del disco.
È Polipete a trionfare, ottenenendo con l’attrezzo
addirittura una sorta di fuoricampo. Il solito Aiace Telamonio,
nonostante un ottimo lancio, è sconfitto e più
lontano ancora finiscono gli altri concorrenti. C’è
da chiedersi quanto pesasse il disco (in preziosissimo ferro,
mentre Odisseo tra i Feaci ne scaglia uno in pietra), se
Omero racconta che occorsero più amici del vincitore
a portare il pesante attrezzo alla sua nave.
Le ultime gare riguardano specialità belliche prestate
all’agone, che tutt’oggi vengono praticate.
Nel tiro con l’arco, dove ai nostri tempi alla povera
colomba omerica è stato sostituito (non da molto,
comunque) un meno cruento bersaglio inanimato, vince Merione.
La gara delle lance, antenata del moderno lancio del giavellotto,
Achille l’assegna d’ufficio ad Agamennone, capo
supremo della spedizione. Noblesse oblige, ma non
solo: Agamennone è davvero il più forte lanciatore
acheo.
Vorremmo concludere questo primo appuntamento della serie
con alcuni versi tratti dal Libro VIII dell’Odissea,
in cui vengono descritti i giochi (di cui per brevità
non possiamo trattare, ma non meno interessanti per la prospettiva
che ci siamo prefissi) proposti da Alcinoo, re dei Feaci,
in onore dell’ospite Odisseo. Nella traduzione di
Enzio Cetrangolo leggiamo che Non c’è maggior
gloria per l’uomo, / fin ch’egli viva, di quella
acquistata / con le mani e con i piedi.
Ad estendere al campo culturale la competizione e la gloria,
come avverrà qualche secolo dopo, così come
alla valenza simbolica di un premio fatto di corone di olivo
o di alloro, il mondo affascinante ed arcaico di Achille
ed Odisseo non era ancora pronto. |
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