Il match è cominciato da poco più di
due minuti, ma per tutti potrebbe anche finire lì.
L’incredibile meta appena segnata da Gareth Edwards
ha già ripagato da sola il prezzo del biglietto.
Cos’altro aspettarsi da quell’incontro?
È sabato 27 gennaio 1973: sul terreno dell’Arms
Park, che da autentico tempio popolare del rugby sorge nel
pieno centro di Cardiff, si affrontano la Nazionale neozelandese
– gli All Blacks, insomma – e i Barbarians (meglio noti come Baa-Baas), la squadra a inviti
più famosa dello sport mondiale.
Non è una Nazionale vera e propria, ma un club,
fondato nel 1890 da William Percy Carpmael, senza una sede,
senza tesserati, né tantomeno un campo da gioco.
I Barbarians non partecipano ad alcun campionato,
semplicemente nascono ogni anno in occasione di tournée e partite speciali, per poi sciogliersi a impegni finiti.
Giocarvici (e sfidarli) è un onore, anche perché
solo i rugbisti migliori vengono invitati. Una sorta di
Nazionale delle Nazionali, dunque, soprattutto da quando
– a partire dagli anni Cinquanta – la selezione
non è più riservata ai soli giocatori britannici.
Unico punto fermo è la divisa: maglia bianca e nera
a strisce orizzontali e pantaloncini neri. I calzettoni,
invece, restano quelli del club di appartenenza
di ogni convocato.
Le squadre in campo
Torniamo all’Arms Park. In quel pomeriggio di pieno
inverno il campo è spazzato – come da copione
– da un vento gelido, ma gli spettatori sembrano non
farci caso. Assistere a una partita dei Barbarians è infatti un’esperienza che già da sola
riscalda il cuore: slegati da calcoli e ansie da risultato,
i Baa-Baas sono infatti soliti regalare a chi li
segue prestazioni vivaci e spettacolari. Una reputazione
che nemmeno questa volta verrà meno.
È vero che il pronostico e i bookmaker danno
come favoriti i Tutti Neri, capitanati dalla leggendaria
terza linea Ian Kirkpatrick, ma è altrettanto vero
che quel giorno il XV sfidante scende in campo con una determinazione
che la tradizionale haka – la rituale danza
maori che gli All Blacks mandano in scena prima
di ogni loro match – non riesce minimamente
a incrinare.
Nelle fila dei Barbarians, poi, sono stati chiamati
solo giocatori britannici: niente francesi, niente australiani,
niente sudafricani. Ad affrontare il fortissimo team australe questa volta saranno solo loro, gli inventori del
rugby. Gli allievi con la divisa tutta nera, infatti, sono
quelli che forse più di altri hanno imparato alla
perfezione la lezione. Meritano il meglio. Meritano i Maestri.
Il capitano è il tre quarti centro John Dawes, uno
che da queste parti conoscono bene perché ha guidato
sei volte la Nazionale di Cardiff. E gallesi, anche per
rispetto alla città ospitante, sono altri sei giocatori,
come l’estremo John Peter Rhys Williams e i due mediani,
Gareth Edwards e Phil Bennet. Completano lo schieramento
quattro irlandesi, tre inglesi e uno scozzese.
Nel rugby – si sa – le amichevoli non esistono.
Per questo nessuno si sorprende quando, al fischio d’inizio
del francese George Dormett, la partita entra subito nel
vivo. Lunghi lanci in profondità e arruffati tentativi
di gioco alla mano da una parte e dall’altra caratterizzano
l’avvio del match finché, al secondo
minuto, da una mischia spontanea formatasi nella metà
campo del XV australe, la palla riemerge tra le mani di
Kirkpatrick che immediatamente la cede a Brian Williams.
Il calcio del numero 14 neozelandese verso l’area
avversaria da’ il via a un’azione memorabile.
La meta
Comincia così: l’ovale viene raccolto oltre
la linea dei 10 metri da Bennett sul quale piombano come
falchi tre Blacks. Edwards, che è lì
vicino, gli urla di rifugiarsi in touche, ma il
mediano dei Barbarians si volta e sguscia via,
evitando con grande eleganza (e una forte dose d’incoscienza)
il placcaggio dei tre neozelandesi. La palla arriva a JPR
Williams che la passa a John Pullin, un attimo prima di
subire un vistoso placcaggio al collo. L’arbitro però
non interrompe il gioco e così il tallonatore inglese
prosegue finché, pressato, cede il pallone a Dawes
che, senza pensarci un attimo, si lancia lungo la fascia
con una progressione che infiamma immediatamente gli spalti.
“Dalla folla si leva un tuono, come un fiume che
straripa, come una valanga che si stacca dalla montagna.
Come se giocatori, spettatori e stadio si sollevino da terra”,
ricorderà, anni dopo, lo stesso Edwards.
Dietro il capitano bianco-nero ci sono almeno cinque compagni
a garantirgli il dovuto sostegno. Due finte, un’improvvisa
virata verso l’interno, poi l’ovale finisce
tra le mani di Tom David. Sospinto dall’entusiasmo
del pubblico, il venticinquenne terza linea gallese –
al suo primo cap assoluto – vola oltre la
linea centrale del campo, per poi aprire nuovamente verso
l’esterno dove trova, puntuale, il tre quarti dei Baa-Baas Derrick Quinnell.
Qui avviene il capolavoro. Il numero 8 dei Barbarians con la coda dell’occhio scorge, poco più indietro
sulla sinistra, John Bevan. Il passaggio al compagno è
obbligato ma, mentre l’ovale sta per raggiungerlo,
dalle retrovie arriva come un treno Gareth Edwards che,
urlando in gaelico come un antico guerriero, s’infila
in mezzo ai due compagni, intercetta la palla destinata
a Bevan, evita il placcaggio di un avversario e si lancia
con un’accelerazione impressionante lungo la linea
laterale sinistra. Una folle corsa di almeno trenta metri
che si conclude con un volo in meta, perché –
come s'insegna ai bambini – “è più
difficile fermare chi si tuffa invece di chi corre”.
Le tribune dell’Arms Park sembrano crollare, tale
è l’entusiasmo per quella incredibile azione,
vissuta dal pubblico come un travolgente orgasmo collettivo.
Edwards, invece, resta composto. A vederlo pare che abbia
fatto la cosa più semplice del mondo: si rialza,
incassa il buffetto complimentoso del compagno Furgus Slattery
e la stretta di mano del suo capitano. Basta, tutto qui.
Ma è solo apparenza. In cuor suo il ventiseienne
mediano gallese sa di aver compiuto un’impresa: “mentre
corro verso la meta ho paura di svegliarmi da un sogno”.
L’emozione di Gareth non si vede, ma c’è,
eccome se c’è, tanto che sbaglia la successiva
trasformazione in malo modo.
Ora la partita può riprendere, anche se è
difficile aspettarsi qualcosa di meglio. Ma il rugby è
un gioco strano e i suoi interpreti – i giocatori
– non ne hanno mai abbastanza. E così le due
squadre confezionano, nei restanti settantasette minuti, un match superbo, emozionante, più che degno della loro fama.
Alla fine i Barbarians vincono 23-11, ma negli
occhi di chi c’era resta soprattutto quell’incredibile
azione: sei passaggi, sette giocatori coinvolti, novanta metri
di corsa. Il tutto in ventitre secondi vissuti senza fiato, indimenticabili.
Dicono che quella sia stata la più bella meta di
sempre. Può darsi. Di sicuro non furono pochi i bambini
che, visto il capolavoro di Edwards in TV, decisero che
da quel giorno la palla ovale sarebbe diventata affar loro. |
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