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1973: "Barbarians" vs "All Blacks"
L'incredibile meta di Gareth Edwards
di Marco Della Croce
rugby
 
 
una fase del 'match' photo credits Il match è cominciato da poco più di due minuti, ma per tutti potrebbe anche finire lì. L’incredibile meta appena segnata da Gareth Edwards ha già ripagato da sola il prezzo del biglietto. Cos’altro aspettarsi da quell’incontro?
È sabato 27 gennaio 1973: sul terreno dell’Arms Park, che da autentico tempio popolare del rugby sorge nel pieno centro di Cardiff, si affrontano la Nazionale neozelandese – gli All Blacks, insomma – e i Barbarians (meglio noti come Baa-Baas), la squadra a inviti più famosa dello sport mondiale.
Non è una Nazionale vera e propria, ma un club, fondato nel 1890 da William Percy Carpmael, senza una sede, senza tesserati, né tantomeno un campo da gioco. I Barbarians non partecipano ad alcun campionato, semplicemente nascono ogni anno in occasione di tournée e partite speciali, per poi sciogliersi a impegni finiti. Giocarvici (e sfidarli) è un onore, anche perché solo i rugbisti migliori vengono invitati. Una sorta di Nazionale delle Nazionali, dunque, soprattutto da quando – a partire dagli anni Cinquanta – la selezione non è più riservata ai soli giocatori britannici. Unico punto fermo è la divisa: maglia bianca e nera a strisce orizzontali e pantaloncini neri. I calzettoni, invece, restano quelli del club di appartenenza di ogni convocato.


Le squadre in campo

Torniamo all’Arms Park. In quel pomeriggio di pieno inverno il campo è spazzato – come da copione – da un vento gelido, ma gli spettatori sembrano non farci caso. Assistere a una partita dei Barbarians è infatti un’esperienza che già da sola riscalda il cuore: slegati da calcoli e ansie da risultato, i Baa-Baas sono infatti soliti regalare a chi li segue prestazioni vivaci e spettacolari. Una reputazione che nemmeno questa volta verrà meno.
È vero che il pronostico e i bookmaker danno come favoriti i Tutti Neri, capitanati dalla leggendaria terza linea Ian Kirkpatrick, ma è altrettanto vero che quel giorno il XV sfidante scende in campo con una determinazione che la tradizionale haka – la rituale danza maori che gli All Blacks mandano in scena prima di ogni loro match – non riesce minimamente a incrinare.
Nelle fila dei Barbarians, poi, sono stati chiamati solo giocatori britannici: niente francesi, niente australiani, niente sudafricani. Ad affrontare il fortissimo team australe questa volta saranno solo loro, gli inventori del rugby. Gli allievi con la divisa tutta nera, infatti, sono quelli che forse più di altri hanno imparato alla perfezione la lezione. Meritano il meglio. Meritano i Maestri.
Il capitano è il tre quarti centro John Dawes, uno che da queste parti conoscono bene perché ha guidato sei volte la Nazionale di Cardiff. E gallesi, anche per rispetto alla città ospitante, sono altri sei giocatori, come l’estremo John Peter Rhys Williams e i due mediani, Gareth Edwards e Phil Bennet. Completano lo schieramento quattro irlandesi, tre inglesi e uno scozzese.
Nel rugby – si sa – le amichevoli non esistono. Per questo nessuno si sorprende quando, al fischio d’inizio del francese George Dormett, la partita entra subito nel vivo. Lunghi lanci in profondità e arruffati tentativi di gioco alla mano da una parte e dall’altra caratterizzano l’avvio del match finché, al secondo minuto, da una mischia spontanea formatasi nella metà campo del XV australe, la palla riemerge tra le mani di Kirkpatrick che immediatamente la cede a Brian Williams. Il calcio del numero 14 neozelandese verso l’area avversaria da’ il via a un’azione memorabile.


La meta

Comincia così: l’ovale viene raccolto oltre la linea dei 10 metri da Bennett sul quale piombano come falchi tre Blacks. Edwards, che è lì vicino, gli urla di rifugiarsi in touche, ma il mediano dei Barbarians si volta e sguscia via, evitando con grande eleganza (e una forte dose d’incoscienza) il placcaggio dei tre neozelandesi. La palla arriva a JPR Williams che la passa a John Pullin, un attimo prima di subire un vistoso placcaggio al collo. L’arbitro però non interrompe il gioco e così il tallonatore inglese prosegue finché, pressato, cede il pallone a Dawes che, senza pensarci un attimo, si lancia lungo la fascia con una progressione che infiamma immediatamente gli spalti. “Dalla folla si leva un tuono, come un fiume che straripa, come una valanga che si stacca dalla montagna. Come se giocatori, spettatori e stadio si sollevino da terra”, ricorderà, anni dopo, lo stesso Edwards.
Dietro il capitano bianco-nero ci sono almeno cinque compagni a garantirgli il dovuto sostegno. Due finte, un’improvvisa virata verso l’interno, poi l’ovale finisce tra le mani di Tom David. Sospinto dall’entusiasmo del pubblico, il venticinquenne terza linea gallese – al suo primo cap assoluto – vola oltre la linea centrale del campo, per poi aprire nuovamente verso l’esterno dove trova, puntuale, il tre quarti dei Baa-Baas Derrick Quinnell.
Qui avviene il capolavoro. Il numero 8 dei Barbarians con la coda dell’occhio scorge, poco più indietro sulla sinistra, John Bevan. Il passaggio al compagno è obbligato ma, mentre l’ovale sta per raggiungerlo, dalle retrovie arriva come un treno Gareth Edwards che, urlando in gaelico come un antico guerriero, s’infila in mezzo ai due compagni, intercetta la palla destinata a Bevan, evita il placcaggio di un avversario e si lancia con un’accelerazione impressionante lungo la linea laterale sinistra. Una folle corsa di almeno trenta metri che si conclude con un volo in meta, perché – come s'insegna ai bambini – “è più difficile fermare chi si tuffa invece di chi corre”.
Le tribune dell’Arms Park sembrano crollare, tale è l’entusiasmo per quella incredibile azione, vissuta dal pubblico come un travolgente orgasmo collettivo. Edwards, invece, resta composto. A vederlo pare che abbia fatto la cosa più semplice del mondo: si rialza, incassa il buffetto complimentoso del compagno Furgus Slattery e la stretta di mano del suo capitano. Basta, tutto qui. Ma è solo apparenza. In cuor suo il ventiseienne mediano gallese sa di aver compiuto un’impresa: “mentre corro verso la meta ho paura di svegliarmi da un sogno”. L’emozione di Gareth non si vede, ma c’è, eccome se c’è, tanto che sbaglia la successiva trasformazione in malo modo.
Ora la partita può riprendere, anche se è difficile aspettarsi qualcosa di meglio. Ma il rugby è un gioco strano e i suoi interpreti – i giocatori – non ne hanno mai abbastanza. E così le due squadre confezionano, nei restanti settantasette minuti, un match superbo, emozionante, più che degno della loro fama.
Alla fine i Barbarians vincono 23-11, ma negli occhi di chi c’era resta soprattutto quell’incredibile azione: sei passaggi, sette giocatori coinvolti, novanta metri di corsa. Il tutto in ventitre secondi vissuti senza fiato, indimenticabili.
Dicono che quella sia stata la più bella meta di sempre. Può darsi. Di sicuro non furono pochi i bambini che, visto il capolavoro di Edwards in TV, decisero che da quel giorno la palla ovale sarebbe diventata affar loro.
 
     
 
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