Procedevano
a passi svelti trascinando le slitte, sci in spalla e bandiere
in mano, gli uomini con la coppola e i baffi alla Charlot,
le donne in redingote, col caschetto sotto il cappello
e la gonna già sopra i polpacci. Poi il solenne giuramento
pronunciato dal francese Camille Mandrillon: “...
per la gloria dello sport e l'onore delle nostre squadre”.
La cerimonia inaugurale di Chamonix 1924 è l'affresco
di un'epoca sepolta dagli odi che covavano sotto l'illusione
della ripresa postbellica. I primi Giochi Olimpici invernali
della storia sono anch'essi una “bella menzogna”:
l'atmosfera di tolleranza che si respira è destinata
a svanire molto presto, ma in quel 25 gennaio di quasi un
secolo fa non una sola ombra si allunga sui duecentocinquantotto
atleti giunti nell'Isère in rappresentanza di quattordici
nazioni europee, Canada e Stati Uniti.
La "Settimana degli sport invernali"
La Settimana degli Sport Invernali, ribattezzata
retroattivamente Olimpiade, era stata decisa nella riunione
di Losanna del 3 giugno 1921 dal Comitato Olimpico Internazionale e fu organizzata dalla Francia, che pochi mesi dopo avrebbe
ospitato a Parigi anche i Giochi estivi. Si articolava in
sedici eventi per sette discipline: curling, pattinaggio
di figura e di velocità, sci nordico, hockey sul
ghiaccio, bob e pattuglia militare, madre del moderno biathlon.
La novità della kermesse – gli unici
sport invernali ad assurgere a dignità olimpica erano
stati fino a quel momento il pattinaggio di figura e l'hockey
a Londra 1908 e Anversa 1920 – solletica l'interesse
di oltre diecimila spettatori complessivi, nonostante il
termometro arrivi a sfiorare i venticinque gradi sottozero.
L'Olimpiade ingrana la marcia fin dall'esordio, offrendo
una delle prove più avvincenti di sempre nei 500
metri del pattinaggio di velocità. L'assenza del
leggendario Oscar Mathisen, detentore del record mondiale
(43'4''), rimescola a tal punto le carte in tavola che alla
vigilia della gara è lecito azzardare qualunque pronostico.
Vincerà il finlandese Clas Thunberg, che ha scaldato
i motori a Davos, insidiando il primato di Mathisen con
un tempo superiore di appena quattro centesimi? O i norvegesi
Oskar Olsen e Roald Larsen, più lenti ma anche più
lucidi del finnico? Certi che, comunque vada, si affermerà
uno scandinavo, i quattromilaseicento appassionati che affollano
le tribune sulle rive dell'Arve si stropicciano gli occhi
quando vedono l'outsider statunitense Charles Jewtraw,
tornato alle gare dopo un breve ritiro, aggiudicarsi la
medaglia d'oro davanti ad Olsen (argento) e Larsen e Thunberg
(bronzo a pari merito).
E così, il primo campione dei Giochi invernali è
un giovanotto d'oltreoceano che fino a qualche anno prima
commerciava con il padre blocchi di ghiaccio per la conservazione
dei cibi (il frigorifero era ancora un bene di lusso). Sarà
la sua unica vittoria a cinque cerchi prima del definitivo
addio all'agonismo: nei giorni seguenti, Thunberg si toglierà
ben più di un sassolino dalla scarpa, conquistando
l'oro nell'All Round, nei 1.500 e nei 5.000 metri, e l'argento
nei 10.000. Praticamente, salirà sul podio in tutte
le competizioni del pattinaggio di velocità.
Anche Thorleif Haug, fondista e saltatore norvegese, domina
la sua disciplina, vincendo tutte le gare (sci di fondo
18 e 50 km e combinata nordica) tranne una: il salto con
gli sci. In verità, anche in quella riesce ad agguantare
un piazzamento, salvo perderlo post mortem... mezzo
secolo dopo! Nel 1974 Anders Haugen, ex saltatore statunitense,
riceverà infatti dalla figlia dell'ormai defunto
fuoriclasse scandinavo la medaglia di bronzo che gli avevano
negato per un errore di demarcazione. Proverà la
gioia di indossarla alla veneranda età di ottantatre
anni: come dire, i Giochi non finiscono mai.
Chamonix è anche l'Olimpiade delle donne. Belle,
libere e coraggiose, le ragazze – nessuna italiana
tra loro – sono il valore aggiunto della manifestazione,
pur gareggiando solo nel pattinaggio di figura. Più
di tutte è lei, Herma Szabo Plank, pattinatrice austriaca,
a conquistare la giuria, che all'unanimità la proclama
campionessa preferendola ad altre sette concorrenti. Nipote
di Eduard Engelmann, costruttore della prima pista viennese
di pattinaggio su ghiaccio nel 1868, Herma proviene per
parte di madre da una celebre famiglia di pattinatori, in
cui è cresciuta anche l'altra medaglia d'oro femminile
dei Giochi, la cugina Helene Engelmann, vincitrice con Afred
Berger del concorso a coppie. I due eseguono i sollevamenti
per la prima volta in un programma di gara di una competizione
internazionale, ma il vero innovatore della disciplina in
questa edizione olimpica è lo svedese Gillis Grafström,
oro nel concorso individuale maschile.
Esteta nel pattinaggio come nella vita, Gillis, architetto
appassionato di poesia, già campione ad Anversa,
traspone nelle coreografie la sua vena artistica, introducendo
la spirale e le trottole change sit e flying
sit. Nel suo palmarès figurano tre
allori olimpici consecutivi; tanti quanti ne avrebbe vinti
una ragazzina di appena undici anni che proprio a Chamonix
esordiva: Sonja Henie. Della piccola pattinatrice norvegese,
destinata ad essere la prima celebrità del pattinaggio
di figura e una diva del cinema, il Rapporto Ufficiale dell'Olimpiade menziona un'eccellente performance nel programma libero. Ma nell'Isère andò in
scena soprattutto l'altra Sonja, quella che interrompeva
i suoi esercizi per correre dall'allenatore a chiedergli:
“Cosa devo fare adesso?”
Se la fragilità dell'acerba campionessa inteneriva
gli spettatori, le partite dei tornei di squadra che scandivano
quasi quotidianamente il calendario della manifestazione
li divideva in accanite tifoserie. Nell'hockey, tuttavia,
la supremazia assoluta del Canada lasciava poco spazio a
diatribe dialettiche: i nordamericani vinsero tutti e cinque
i match disputati con l'incredibile differenza
reti di +119. Solo l'URSS nel 1956 avrebbe interrotto la
loro egemonia. Nel curling – sport seguito solo dai
francesi per la sua somiglianza con il gioco delle bocce,
molto popolare oltralpe – si affermò la Gran
Bretagna; nella pattuglia militare e nel bob a quattro la
Svizzera.
La partecipazione italiana
L'Italia, dal canto suo, partecipò all'evento con
una sparuta rappresentanza di alpini, su autorizzazione
del generale Armando Diaz, ministro della guerra sotto il
primo governo Mussolini. Non vinse nulla, raccogliendo solo
un sesto posto nel bob a quattro e un nono nella 50 km di
fondo.
Alcuni atleti lasciarono l'Isère prima della premiazione,
che si svolse il 5 febbraio. Parlando per la penultima volta
da presidente del CIO (l'ultima sarebbe stata in
occasione dei Giochi estivi parigini) il barone Pierre de
Coubertin consegnò a Charles Granville Bruce, che
aveva guidato la seconda spedizione britannica sull'Everest
nel 1922, un premio speciale per l'alpinismo. Era quella
una disciplina che non avrebbe mai trovato posto in un'Olimpiade,
ma l'edizione di Chamonix la sua scalata era riuscita a
darla lo stesso: grazie a un sorprendente successo di pubblico,
l'esperimento del CIO legittimò l'istituzione
dei Giochi invernali. Quattro anni dopo sarebbe toccato
a Sankt Moritz. Ancora una volta – ancora per poco
– sulle Alpi avrebbero soffiato venti di pace. |
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