Fu
un attimo. La moto sbucò rombante da una curva a
velocità folle – sembrava volasse –,
proprio mentre un carretto trainato da un asino stava attraversando
lentamente la carreggiata. La disperata frenata del centauro
in tuta, occhiali e casco neri non bastò tuttavia
ad evitare l’incidente. Un terribile rumore di lamiere
contorte scosse la quiete dei tornanti del Lario che da
secoli si arrampicano – in uno scenario da favola
– su, fino al valico della Madonna del Ghisallo.
Nonostante una gamba fratturata, Omobono Tenni – uno
tra i più forti motociclisti del mondo – riuscì
a mantenere la sua proverbiale compostezza. Accortosi che
da un piede gli mancavano due dita, tranciate di netto nello
scontro, le recuperò e, con grande sangue freddo,
le avvolse in un fazzoletto nella speranza che all’ospedale
di Como i medici gliele potessero riattaccare. Il tutto
senza un lamento, ma con il solo timore di non riuscire
a partecipare, a causa di quello stupido incidente, al Tourist
Trophy in calendario di lì a tre mesi.
Il pilota di Tirano non ci voleva nemmeno pensare a un’eventualità
del genere: quella corsa, infatti, non voleva perderla per
nulla al mondo. Vincere sul circuito britannico –
l’unica grande gara che non era ancora riuscito a
far sua – era per lui quasi una ragione di vita.
Il sogno di una vita
Del resto, correre sullo Snaefell Mountain Course, interminabile
e folle anello stradale sull’Isola di Man, era un
po’ il sogno di tutti i piloti. Sessanta chilometri
di asfalto tra curve, tornanti, saliscendi, case, muretti
e pali della luce con, sullo sfondo, improvvise e ripetute
variazioni meteorologiche. Il Tourist Trophy, nato nel lontano
1907, era di sicuro la gara motociclistica più prestigiosa
dell’epoca.
La prima partecipazione di Omobono alla corsa inglese, che
risaliva all’edizione del 1935 – due anni prima
–, gli aveva però riservato una feroce delusione.
Formidabile nelle prove, in cui aveva fermato i cronometri
su un sensazionale 30'10'' sul giro, in gara The Black
Devil – così l’avevano ribattezzato
gli inglesi a causa del colore della sua tuta – incappò
in una giornata a dir poco storta. In sella a una Guzzi
250, durante il quinto dei sette anelli previsti Tenni s’imbatté
in un improvviso banco di nebbia. Dicono che, in mezzo alla
fittissima coltre bianca che aveva avvolto quel tratto del
circuito, un corvo si fosse posato sulla sua moto, distraendolo
e facendolo cadere sull’asfalto.
Si fratturò due vertebre, il Tenni, ma ciò
non servì a placare il sacro fuoco che gli ardeva
dentro. Anzi, nonostante il forte mal di schiena, gli venne
in mente di partecipare alla gara delle mezzo litro, prevista due
giorni dopo. La ferma opposizione del suo team lo fece però desistere, convincendolo a rientrare
subito in Italia per farsi curare quelle fratture che avrebbero
potuto troncargli la carriera. Per la cronaca, la corsa
delle quarto di litro fu vinta da Stanley Woods,
anche lui su Guzzi, che non riuscì però a
superare il record sul giro fissato in prova da Tenni.
Sarà stato per i ricordi di quell’amaro esordio,
o per il timore di non riuscire a prendersi la rivincita,
o forse a causa dell’intenso dolore patito nell’incidente
con l’asino, fatto sta che quando, in quel giorno
di marzo del 1937, fu trasportato al nosocomio comasco con
una gamba spappolata, Omobono finì per dimenticarsi
in tasca il fazzoletto che racchiudeva le due dita che,
così, non poterono più essere ricucite.
Poco male. La conseguente menomazione non affievolì
affatto la feroce determinazione del trentaduenne centauro
che, affidato alle cure del professor Vittorio Putti dell’Istituto
Rizzoli di Bologna, riuscì a rimettersi in sella
a tempo di record. La sua partecipazione al Tourist Trophy
di quell’anno tornò così ad essere una
prospettiva reale, tanto che a maggio lo videro allenarsi
nuovamente sulle panoramiche strade del Lario, molto simili
per impegno, pericolosità, profilo altimetrico e
lunghezza a quelle del prestigioso circuito inglese.
Ai primi di giugno Tenni raggiunse l’Isola di Man,
accolto da una mobilitazione mediatica senza precedenti.
Titoli a nove colonne, interviste, richieste di autografi
e fotografie accompagnarono l’arrivo del pilota lombardo
sull’isola del mare d’Irlanda. L'uomo che
viene dalla terra dei Cesari – così fu
chiamato da un quotidiano inglese – era infatti il
primo pilota non britannico ad avere concrete possibilità
di vittoria; fino ad allora, infatti, la corsa era sempre
stata appannaggio dei motociclisti del Regno Unito. D’altra
parte lo strepitoso palmarès del centauro
italiano giustificava l’inedito pronostico: le sue
vittorie e i suoi record di velocità ormai non si
contavano più.
Di questa pressione Tenni sembrò inizialmente risentirne,
tanto che durante un allenamento tirò dritto in una
curva. Il pubblico presente all’incidente temette
il peggio, ma il campione riuscì alla fine a domare
la sua Guzzi impazzita riportandola, con una serie di zig-zag volontari, sotto il suo controllo. Fu, tuttavia, un episodio
isolato: in prova Tenni stabilì infatti un nuovo
sensazionale record sul giro.
La gara
Nel giorno della gara una folla enorme si assiepò
lungo il percorso, chi nella speranza di assistere a una
vittoria di Black Devil, chi – come i padroni
di casa – nel timore che l’italiano potesse
effettivamente interrompere l’egemonia britannica
che durava dalla prima edizione.
Il 16 giugno, sulla linea di partenza delle 250, si presentarono
ventisei piloti. Al via prese subito il largo un gruppetto
di centauri, comprendente, tra gli altri, il tedesco Ewald
Kluge, l’inglese Ernie Thomas – entrambi su
DKW –, l’altro britannico Ginger Wood
– in sella a una Excelsior – e, appunto, Tenni.
Il pilota lombardo non fece però in tempo a finire
il suo primo giro che scivolò sull’asfalto.
Un incidente senza gravi conseguenze, ma che gli fece perdere
mezzo minuto, costringendolo a una rimonta che si completò
solo al terzo passaggio.
Galvanizzato dal ricongiungimento, durante il quarto giro
Tenni spinse la sua Guzzi oltre ogni limite. Passò
in testa, naturalmente, stabilendo anche il nuovo primato
del circuito grazie all’incredibile tempo di 29’
08”. Gli inseguitori persero rapidamente terreno,
non riuscendo a contrastare l’asso italiano che pareva
volare sull’asfalto.
Ma non era finita. Alla settima e ultima tornata, inaspettatamente,
la Guzzi si piantò di colpo a causa di una candela
surriscaldata. Il timore di perdere una gara già
vinta durò solo un attimo: il pilota riuscì
infatti a sostituire il pezzo difettoso in tempo per ripartire
con ancora un buon margine di vantaggio. L’italiano,
tuttavia, non fece calcoli, non li aveva mai fatti. Aveva
sempre voluto rispettare il pubblico che pretendeva spettacolo,
non aride tattiche. Fu così che, con la gente in
delirio, dette ancora più gas alla moto, concludendo
il suo volo verso il traguardo a velocità folle.
Il radiocronista della BBC, impressionato da quella performance, disse che Tenni stava curvando “con
pazzo abbandono, tanto da far dubitare circa il suo giungere
al traguardo in un sol pezzo”.
Omobono, invece, arrivò in fondo tutto intero, precedendo
di trenta secondi Wood e di oltre quattro minuti Thomas.
L’obbiettivo tanto cercato era stato finalmente raggiunto.
Per la prima volta, il Tourist Trophy se l’era aggiudicato
uno straniero, ma la delusione dei britannici fu contenuta
perché il vincitore aveva dato una tale dimostrazione
di classe e di potenza da meritarsi il rispetto di tutti.
L’italiano, dopo la cerimonia di premiazione, facendosi
largo tra giornalisti, fotografi e tifosi, si recò
all’ufficio postale più vicino da dove inviò
alla famiglia il seguente telegramma: “Primo et
giro più veloce”.
Faceva sempre così quando vinceva, Omobono Tenni
da Tirano. E, dopo quel giorno, lo avrebbe fatto ancora
molte volte finché la morte se lo portò via,
il 1 luglio 1948, nel circuito di Berna, nella stessa curva
dove poche ore dopo avrebbe perso la vita anche Achille
Varzi.
Fu quello l’ultimo volo di Black Devil. |
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