Le
immagini in bianco e nero inquadrano la pista desolatamente
vuota. Chi è a casa, davanti alla televisione, fatica
a capire cosa stia accadendo fino a quando anche Mario Poltronieri,
rimasto fino a quel momento aggrappato a un irrazionale
rivolo di ottimismo, non riesce più a trovare le
parole. Ora il microfono del telecronista, sobrio e competente
come sempre, resta improvvisamente muto: è il segno
della resa. La gente capisce e il dolore si impadronisce
di tutti.
Sono passati molti anni da quel 20 maggio 1973, ma il ricordo
di ciò che accadde all’autodromo di Monza è
ancora limpido in chi visse in diretta – in pista,
sugli spalti o davanti agli schermi – quell’assurda
tragedia. Quel pomeriggio l’italiano Renzo Pasolini
e il finlandese Jarno Saarinen, due tra i motociclisti più
forti e amati di tutti i tempi, morirono in un incidente
avvenuto subito dopo la partenza della classe 250 nel Gran
Premio delle Nazioni.
Gli appassionati di motori lo sanno bene: da sempre sull’asfalto
del circuito lombardo si sono consumate grandi emozioni
e altrettanti drammi. Chi ha dimenticato – tra i tanti
lutti che lì sono vissuti – Alberto Ascari,
sbalzato fuori dalla sua Ferrari nel 1955 durante un giro
di prova? O Jochen Rindt, che schiantatosi nel 1970 contro
il guard-rail prima della curva parabolica? O ancora
Ronnie Peterson, deceduto in seguito a una terribile carambola
nel Gran Premio del 1978?
Una memoria indelebile
Campioni famosi, protagonisti assoluti, idoli delle folle.
Eppure sembra che solo per quei due motociclisti bravi e
amati il tempo non sia riuscito a sbiadirne minimamente
il ricordo. A ingiallirne anche di poco la memoria. Trasmissioni
radiotelevisive, siti internet, newsgroup e forum di discussione… a distanza di anni si continua a parlare
ancora tanto di Renzo Pasolini e Jarno Saarinen.
Il fatto è che i due, pur diversi, erano amatissimi
dal pubblico per come interpretavano il motociclismo, un
misto tra irruenza e ragione. Il primo, un trentacinquenne
antidivo per eccellenza, estroverso, un sorriso beffardo
sotto un paio di anacronistici occhiali, era un istintivo
soprattutto nelle curve, che affrontava in un emozionante
gioco di equilibri e sgassate. Il secondo, più giovane
di sette anni, bello, colto, simpatico e molto aperto – a
dispetto delle sue origini scandinave –, era riconoscibile
perché in gara lo vedevi sporgere il ginocchio verso
la traiettoria interna delle curve. Jarno non fu certo il
primo ad adottare questo stile di guida, ma fu quello che
lo rese così popolare che, in seguito, entrò
a far parte del patrimonio tecnico comune a tutti i piloti.
Due grandi campioni con, al loro attivo, molti titoli e
Gran Premi vinti.
Ma la bravura e la popolarità dei due campioni non
bastano, da sole, a spiegare l’emozione che suscita
ancora oggi il loro ricordo. Quella morte ha attraversato
le ali del tempo, giungendo fino a noi con un grande carico
di interrogativi. La dinamica dell’incidente non fu
infatti mai spiegata del tutto, anche perché la carambola
non fu ripresa da alcuna telecamera, ma rimase fissata solo
in alcune fotografie, per altro di qualità non eccelsa.
Il fatto è che ancora oggi molti hanno la sensazione
che quella tragedia avrebbe potuto essere evitata.
Torniamo a quel pomeriggio. Sono da poco passate le 15,
quando i piloti della quarto di litro si dispongono
sulla linea di partenza. Tra i concorrenti serpeggia il
malumore. È infatti successo che alla fine della
gara precedente, quella delle 350, la Benelli di Walter
Villa ha sparso quasi due litri d’olio sulla pista,
in gran parte lungo la prima curva a destra dopo il rettilineo
principale. Proprio in quel tratto, negli ultimi giri, si
sono registrate paurose sbandate che hanno coinvolto molti
concorrenti e che solo per miracolo non si sono tradotte
in rovinose cadute. Villa e la sua scuderia non hanno però
sentito il dovere di fermarsi, andando a caccia di un inutile
piazzamento.
Finita la corsa alcuni piloti e giornalisti cercano di segnalare
agli organizzatori la situazione di pericolo. La risposta,
però, è tanto secca quanto assurda: non solo
la richiesta non è accolta, ma la delegazione viene
addirittura minacciata d’arresto. I piloti cercano
allora di avvertire i colleghi. Jarno, che non ha corso
nelle 350, è informato dall’amico Teuvo Lansivuori.
Renzo, invece, pare proprio che resti all’oscuro.
È vero, quella gara lui l’ha corsa, ma si è
ritirato a tre giri dalla fine. Prima dunque della fatidica
perdita d’olio.
L'assurdo incidente
Siamo alla partenza. Sembra incredibile, ma non viene fatto
fare il giro di ricognizione che avrebbe dato modo ai piloti
di rendersi conto dell’effettivo stato della pista.
Quando cala la bandiera a scacchi, Saarinen, Pasolini e
via via tutti gli altri cominciano a spingere le loro macchine
che a quel tempo partivano ancora a motore spento. In testa,
quasi subito, si porta Dieter Braun che imbocca a circa
200 Km/h la prima curva. Il tedesco passa senza problemi
ma, dietro di lui, l’Aermacchi HD di Renzo comincia
a scivolare – pare – proprio su una di quelle
macchie d’olio. È l’inizio della tragedia.
Pasolini si schianta contro il guard-rail, presidiato
da inutili balle di paglia, mentre la sua moto rimbalza
in pista e colpisce in pieno Saarinen che, in sella alla
sua Yamaha, non può far nulla per evitare quel bolide
impazzito.
In un attimo si scatena l’inferno. I detriti, le cadute,
i corpi sull’asfalto, le balle di fieno infuocate
travolgono gli altri concorrenti come birilli. La scena
che si presenta ai soccorritori è da bolgia dantesca:
quattordici piloti sono a terra, chi esanime, chi ferito,
chi piangente e sotto shock. Due medici tentano
di prestare i primi soccorsi, finché le ambulanze,
giunte – pare – dopo oltre dieci minuti dall’incidente,
portano via Jarno, ormai cadavere, e Renzo, che invece sembra
dare ancora flebili segni di vita. La speranza, però,
dura poco: tra la costernazione generale, il pilota romagnolo
cessa di vivere appena giunto in infermeria.
Puntuali, subito dopo, arrivarono le polemiche, le teorie
e le accuse, incredibilmente vive a distanza di tanti anni.
L’inchiesta ufficiale attribuirà ad un grippaggio
della ruota posteriore della moto di Pasolini la causa dell’incidente.
Pare improbabile, anche perché tutti i testimoni
indicarono la ruota anteriore dell’Aermacchi come
quella che perse effettivamente aderenza sull’asfalto.
Ma anche se fosse andata così, le responsabilità,
la cecità e l’arroganza degli organizzatori
furono pesanti. Quel Gran Premio era infatti nato già
tra le polemiche: alla vigilia Giacomo Agostini si era lamentato
dei guard-rail, utili forse per le auto ma pericolosi
– come poi la cronaca dimostrò – per
le moto. Lo stesso Saarinen protestò inutilmente
per un malfatto rattoppo sull’asfalto proprio all’inizio
del fatale Curvone. E poi, perché l’olio
in pista non fu rimosso? Perché le ambulanze arrivarono
così tardi? Perché non si fece, contrariamente
al solito, il giro di ricognizione?
Domande senza risposta. Renzo e Jarno, due piloti bravi
e amati come pochi, oggi non ci sono più. Eppure,
a distanza di molti anni da quel giorno maledetto, i loro
volti, i loro sorrisi e le loro imprese restano scolpiti
più che mai nella mente e nel cuore di tanta gente.
Come se fossero ancora tra noi. |
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