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Una medaglia all'... altezza
L'oro olimpico del marinaio Porro
di Marco Della Croce
lotta greco-romana
 
 
Enrico Porro photo credits Si racconta che al re scappò un sorriso quando, sulla plancia del cacciatorpediniere Castelfidardo, all’àncora nell’Arsenale Militare della Spezia, venne condotto al suo cospetto il marinaio Enrico Porro. Vittorio Emanuele III non potè infatti fare a meno di notare che l’uomo che aveva di fronte, vincitore qualche settimana prima di un oro olimpico a Londra nella lotta greco-romana, era alto… quanto lui. Il sentimento poco regale del sovrano – anche se comprensibilmente umano – durò comunque poco. Il Savoia, giunto apposta fin lì per dimostrare all’atleta la riconoscenza della Casa Reale e dell’Italia intera, assolse solennemente il suo compito.
Chissà cosa passò in quei momenti per la testa del piccolo marinaio milanese (che – a pensarci bene – è già una contraddizione in termini), nato il 16 gennaio 1885 da genitori emigrati da Cuvio, nel varesotto. Ricorda, Porro, che quella visita inaspettata (fu infatti rintracciato in una balera dove stava festeggiando allegramente la vittoria e rimesso in fretta e furia in condizioni appena decenti) si concluse con molte lodi da parte del sovrano e una più tangibile “medaglia d’oro grossa come una michetta”.


Un ribelle incorreggibile

Certo che ne aveva fatta di strada quel bambino biondo e con le orecchie a sventola, cresciuto ribelle e irrequieto tra le strade polverose di Porta Ticinese, dove i genitori gestivano una trattoria. A dispetto della statura, Enrico era infatti rissoso e violento al punto che la madre, disperata per quel piccolo monello sordo a ogni disciplina e indifferente a qualsiasi punizione, lo costrinse ad imbarcarsi appena adolescente come mozzo su una nave in partenza per l’oceano. L’intento della signora Maria era lodevole: correggere il figlio attraverso il duro lavoro e la lontananza dalla famiglia. Ma servì a poco. Il ragazzino, infatti, giunto a Buenos Aires sbarcò clandestinamente, ottenendo ospitalità presso un cugino lì emigrato anni prima. La permanenza nella nuova famiglia durò comunque poco perché, per colpa del suo carattere, fu messo ben presto alla porta dall’esasperato parente.
Fu così che, dopo qualche tempo, Enrico ricomparve tra le vie di Porta Ticinese. La testa era quella di sempre, ma il fisico aveva tratto gran giovamento dall’esperienza marinara. Quasi a compensare l’altezza, che sorpassava di poco il metro e mezzo, il giovanotto aveva infatti sviluppato un corpo possente e scultoreo. Fu dunque naturale, per lui, iscriversi alla palestra del quartiere nota come Paviment de giass. Un nome che derivava dal fatto che d’inverno vi faceva così freddo che la leggera patina d’umidità si congelava sopra – appunto – il pavimento. Oppure, come sostenevano altri, perché era frequentata da lottatori così forzuti e determinati che nessuno, opposto ad essi, riusciva a stare in piedi per più di qualche secondo.
Enrico scelse di praticare la lotta greco-romana, una disciplina in cui sono permesse solo le prese con le braccia – e mai sotto la cintola – e che richiede grande tecnica e molta forza. Una qualità che non mancava certo al giovanotto, tanto che, grazie a essa, il suo nome diventò ben presto molto popolare. I suoi allenamenti erano infatti seguitissimi, perché spesso riusciva ad atterrare atleti più adulti e più pesanti di lui. A diciassette anni Porro partecipò poi alla sua prima competizione ufficiale a Legnano, vincendola. Di quell’antica gara, disputata nel 1902, la Gazzetta dello Sport riportò un resoconto in cui definiva il milanese come “il ragazzo che atterra gli uomini”.
Grazie alla palestra il giovanotto cominciò a disciplinarsi e ad amare sempre di più quello sport che gli dava grandi soddisfazioni. Arrivò al punto di inventare una tecnica – chiamata souplesse – che consisteva nell’attendere l’assalto dell’avversario per poi prenderlo in controtempo e ribaltarlo.
Nel 1904 la chiamata militare nella Regia Marina, che allora durava cinque anni, gli fece saltare le Olimpiadi di St. Louis, su cui aveva fatto un pensierino. Enrico si rifece parzialmente l’anno dopo con la sorprendente vittoria al campionato italiano in una categoria, quella dei Pesi Leggeri, che comprendeva atleti con stazze fino ai 67,5 Kg (lui era sui 60 Kg). Un titolo che conservò l’anno successivo, quando si aggiudicò anche l’oro europeo.
Finalmente convinti delle qualità del marinaio Porro, nel 1908 i suoi superiori gli concessero una licenza che gli avrebbe permesso di partecipare alle Olimpiadi di Londra. Il primo turno del torneo, al quale erano iscritti 25 atleti di nove nazioni diverse, Enrico lo passò senza combattere, per poi esordire vittoriosamente contro il temibile ungherese József Téger, con il quale si allenava tutti i giorni. Il magiaro, conoscendo a fondo l’italiano, non lo attaccò mai, con il risultato che l’incontro fu noioso e interminabile.
Il turno successivo lo vide vincitore sul campione europeo in carica, lo scandinavo Gustaf Malmström, mentre in semifinale fu messo di fronte a un altro svedese, Axel Persson. Il milanese vinse pure questo match, anche se con molta fatica, in quanto dovette fronteggiare l’ostilità degli arbitri che mal sopportavano quel piccolo italiano, per altro idolo indiscusso del pubblico.
Il 25 luglio, al White City Stadium (lo stesso dove il giorno prima si era consumata la vicenda di Dorando Pietri), Enrico Porro disputò la finale contro il fortissimo russo Nikolay Orlov, di sette chili più pesante e dotato di grande intelligenza e senso tattico. L’italiano si presentò in pedana con un costume di qualche taglia superiore alla propria. Era infatti successo che i suoi erano andati in mille pezzi negli incontri precedenti, per cui dovette farsene prestare uno dal finlandese Arvo Liden, fresco vincitore della medaglia di bronzo.


Un "match" interminabile

Fu un combattimento interminabile. Le due riprese regolari, di un quarto d’ora ciascuna, non sancirono la supremazia di nessuno dei due, tanto che i giudici, incerti sul giudicare chi fosse il più forte, optarono per un terzo round di 20 minuti. Solo alla fine di esso Enrico Porro, più determinato dell’avversario, fu dichiarato vincitore tra il tripudio del pubblico londinese.
Il ritorno alla Spezia fu trionfale. Alla stazione, ad aspettare il piccolo marinaio, c’erano la banda e i vertici militari in alta uniforme. La sera, poi, ci fu la visita del re. Enrico non credette ai suoi occhi: ne aveva fatta davvero tanta di strada! Chissà, forse solo allora capì che lo sport lo aveva salvato da una vita sbandata e lo aveva ricoperto di gloria. In tutti i casi, a carriera finita, fu riconoscente verso la sorte: il resto dei suoi anni lo passò infatti a insegnare, con grande passione, l’antica disciplina della lotta a migliaia di giovani.
Enrico Porro morì nel 1967, dopo che era stato colpito da distrofia muscolare. Al suo funerale si presentarono molti atleti e tantissimi milanesi che vollero così stringersi accanto a quel piccolo, illustre concittadino, nato e cresciuto molti anni prima tra le strade polverose di Porta Ticinese.
 
     
 
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