“Credete
nei miracoli? Eccone uno”. Al Michaels, il telecronista
che commenta per la ABC il torneo di hockey ai
Giochi Olimpici invernali di Lake Placid, dà voce
all'estatico entusiasmo di milioni di americani quando arriva il fischio finale di un match che è già
storia. USA-URSS 4-3: il 22 febbraio 1980 i sovietici abdicano
al primato sul ghiaccio.
Nei ricordi di chi quella sera intonò, allo stadio
o davanti alla TV, il coro “IuEssEi-IuEssEi”,
la vittoria si confonde con la medaglia d'oro, conquistata
in realtà due giorni dopo contro la Finlandia. Forse
perché fu lo snodo decisivo verso il trionfo, o perché
la rivalità tra le due squadre si colorava inevitabilmente
di significati politici, a due mesi dall'invasione sovietica
dell'Afghanistan; forse perché vincere contro i campioni
in carica da quattro edizioni consecutive equivale a sbancare
il jackpot con un tagliando da pochi soldi, specie
se a giocare è un gruppo di sbarbatelli universitari
come quello allenato da Herb Brooks: qualunque sia la ragione,
USA-URSS 4-3 è la leggenda dell'hockey statunitense.
Gli eroi di Lake Placid
Si chiamavano Jim Craig, Buzz Schneider, Mark Johnson e
Mike Eruzione i protagonisti dell'impresa. Quattro giovani del profondo Nord, guidati insieme agli altri sedici della rosa da un coach severo e determinato, ossessionato
dal lavoro sui pattini, schietto da far saltare i nervi
quando diceva ai suoi: “Se nell'hockey contasse
solo il talento, voi non vincereste mai”.
Alla vigilia dell'Olimpiade, il team sembra pronto
a puntino, nerboruto come vuole Brooks, ma un'amichevole
contro l’Armata Rossa al Madison Square Garden di
New York manda in fumo i sogni di gloria. Dieci gol incassati
mortificano il pur promettente goalie Craig e il
CT non gli fa sconti minacciandolo di lasciarlo in panchina
al debutto contro la Svezia. Negli spogliatoi lo sanno tutti
che non è una buona idea fare infuriare Brooks. Per
lui, escluso all'ultimo minuto dalla nazionale che vinse
i Giochi di Squaw Valley del 1960, conquistare Lake Placid
è una questione di vita o di morte.
Sul fronte opposto Viktor Tikhonov, l'allenatore sovietico,
è sicuro del fatto suo. Può contare sul miglior
portiere del mondo, Vladislav Tretiak, e su giocatori del
calibro di Boris Mikhailov, Aleksander Maltsev e di Viačeslav
Fetisov, Ministro dello sport sotto il governo Putin. Sulla
carta l'URSS non ha rivali e il girone eliminatorio sembra
lanciarla verso l'ennesima affermazione olimpica: cinque
successi su cinque, 16 gol rifilati al Giappone, 17 ai Paesi
Bassi, 8 alla Polonia. Un biglietto da visita da far tremare
chiunque.
Dal canto loro, i ragazzi di Brooks esordiscono invece in
sordina: il 2-2 contro la Svezia riaccende le polemiche
sulle reali chance di una squadra che appare mediocre
nel gioco, fiacca nella volontà. Ma le critiche creano
le premesse per il riscatto. Dietro l'angolo c'è
la Cecoslovacchia, seconda potenza hockeystica mondiale:
è la prova d'appello, una prova d'orgoglio. Gli Stati
Uniti travolgono gli avversari con un eloquente 7-3 e l'iniezione
di fiducia li spinge alla vittoria anche contro Norvegia,
Romania e Germania Ovest.
Conquistato l'accesso al girone delle medaglie, non resta
che battersi con il Colosso del ghiaccio. L'oro
andrà infatti alla migliore delle quattro nazionali
qualificate alla fase finale e la prima sfida oppone USA
e URSS. Per la verità, due partite non verranno mai
disputate: per URSS-Finlandia e USA-Svezia vale il risultato
del girone eliminatorio, il che significa – in termini
di classifica – che i sovietici partono in vantaggio,
svettando a 2 punti.
Gli uomini di Tikhonov tirano il fiato, si preparano al match studiando e rilassandosi. Brooks al contrario
sottopone i suoi a incessanti sessioni di allenamento: pretende
un solo risultato, la vittoria. Eppure nessuno dà
credito alle sue ambizioni, tanto meno il New York Times che alla vigilia dell'incontro scrive: “A meno
che il ghiaccio non si sciolga, ci si attende che l'URSS
vinca la medaglia d'oro per la sesta volta negli ultimi
sette tornei”.
Il ghiaccio comincia a sciogliersi sulle tribune: centinaia
di supporters sventolano la bandiera a stelle e
strisce cantando a squarciagola gli inni della tradizione
patriottica americana. Loro ci credono. Caricati dai tifosi,
i ragazzi di Brooks scendono in pista determinati a vendere
cara la pelle, ma vengono subito gelati da una deviazione
di Vladimir Krutov in rete. Pochi minuti dopo, pareggio
di Schneider e nuovo vantaggio sovietico con Sergej Makarov.
La squadra di Tikhonov assedia la porta USA, decisa a chiudere
la partita, ma questa volta Craig non si fa sorprendere,
respingendo gli assalti degli avversari e dando ai suoi
la tranquillità necessaria per tentare un'offensiva.
A un secondo dalla fine del primo tempo, Tretiak respinge
malamente un tiro di Dave Christian e Johnson piomba come
un falco a metterla dentro: è il 2-2.
Alla ripresa, è chiaro a tutti che il pareggio deve
aver scosso i sovietici, perché al posto di Tretiak
si presenta in pista Vladimir Myškin, il goalie di riserva. La mossa di Tikhonov pare in un primo momento
azzeccata: Myškin, para tutto, Aleksandr Maltsev va
in rete e al termine della seconda frazione di gioco l'URSS
sembra aver ritrovato invulnerabilità e supremazia.
Ma nel terzo tempo la rimonta americana sarà fulminante.
Il miracolo si è compiuto
Ci pensa Johnson a ripristinare immediatamente l'equilibrio,
trasformando in gol un'indecisione della difesa rossa.
Poi il boato. Capitan Eruzione, smarcatosi nell'high
slot, raccoglie l'assist di Mark Pavelich
e lancia il disco oltre la porta avversaria: è il
4-3. Il palazzetto esplode di gioia, il sogno di Brooks
è realtà, ma mancano ancora dieci minuti.
L'URSS tenta disperatamente di raggiungere il pari, costringendo
i padroni di casa nella loro zona di difesa, ma Craig diventa
l'eroe del match, parando tutto. Quando gli USA
liberano l'area restano dieci secondi, un countdown lunghissimo che sfocia nel delirio di un'intera nazione.
Il ghiaccio si è sciolto, il miracolo è compiuto:
l'invincibile Armata Rossa cede il passo ai dilettanti di
Brooks che battendo la Finlandia per 4-2 infileranno la
medaglia d'oro al collo.
Molti di loro li ritroveremo pochi mesi dopo nel campionato
professionistico nazionale. Capitan Eruzione, invece, si
congedò dall'hockey la sera stessa della vittoria,
a 25 anni: nulla, disse, avrebbe mai potuto eguagliare le
emozioni di quella Olimpiade.
Quanto a Brooks, continuò la sua carriera di allenatore,
spegnendosi in un incidente stradale nel 2003, poco prima
dell'uscita del film Miracle sulle gesta dei suoi
ragazzi. Tra i titoli di coda si legge: “Non ha
fatto in tempo a vedere la storia raccontata sullo schermo.
Lui l'ha vissuta”. |
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