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Federico Caprilli
Storia dell'uomo che cambiò l'equitazione
di Marco Della Croce
alpinismo
 
 
Federico Caprilli photo credits È passato più di un secolo, ma il piccolo mistero che circonda la figura di un atleta italiano che avrebbe partecipato – o forse no – alla seconda edizione dei Giochi Olimpici del 1900, svoltisi a Parigi, non è mai stato risolto. Sull’argomento sono state fatte ipotesi e congetture, scritti libri e articoli, ma nessuno ha ancora scoperto la verità.
Entriamo nei dettagli. Nel concorso di equitazione – disciplina per la prima volta inserita nel calendario olimpico – Giangiorgio Trissino, in sella a Oreste, aveva vinto la prova di salto in alto, a pari merito con il francese Dominique Maximien Gardères. Allo storico trionfo del conte vicentino e del suo cavallo – si trattava infatti del primo oro conquistato dall’Italia nelle Olimpiadi moderne – sarebbe poi seguito, di lì a poco, il secondo posto ottenuto anche nella prova di estensione.
Questo almeno stando ai rapporti ufficiali. Già, perché è proprio su questo argento che, nel corso degli anni, è sorto più di un dubbio. Secondo alcuni studiosi, infatti, ad arrivare secondo non fu Trissino, bensì il suo preparatore, il tenente del Regio Esercito Federico Caprilli, ufficialmente depennato all’ultimo momento dalla spedizione azzurra.
Cos’era successo? Pare accertato che, in extremis, al militare toscano (nato a Livorno nel 1868) fosse stata negata l’autorizzazione – inizialmente concessagli dal suo Comando – a recarsi in Francia a difendere i colori italiani. Era sfumata, così, per l’uomo che da qualche anno stava rivoluzionando il concetto stesso di equitazione, il sogno di dimostrare di persona al mondo intero la validità delle sue teorie.


Una visita clandestina

Caprilli, tuttavia, non si era perso d’animo. Poco prima dei Giochi aveva infatti ottenuto una licenza di cinque giorni dal reggimento di appartenenza, di stanza a Parma, per recarsi a Torino. Nella città sabauda era però rimasto poche ore: contravvenendo al divieto di espatrio, il tenente livornese si era infatti precipitato in incognito nella capitale transalpina per raggiungere il ritiro della squadra italiana di equitazione. Qui si era limitato a dare gli ultimi consigli agli atleti azzurri, provando anche alcuni cavalli sul percorso a ostacoli, prima di tornarsene precipitosamente in Italia e rientrare puntuale in caserma.
Questa, almeno, è la storia nota, corroborata dal fatto che, nel programma olimpico, così come nel resoconto finale, il nome di Caprilli effettivamente non compare mai. Eppure qualcuno – come lo studioso Gabriele Benucci – sostiene che le cose potrebbero essere andate in un altro modo. Federico Caprilli, in altre parole, avrebbe in effetti partecipato – lui e non Trissino – alla prova olimpica di estensione (una sorta di salto in lungo), in sella sempre a Oreste, aggiudicandosi – lui e non Trissino – la medaglia d’argento con un balzo di 5,70 metri. Il militare livornese si sarebbe così sostituito al conte vicentino, giocando sul fatto che il suo nome era stato cancellato dagli elenchi ufficiali. Un’iniziativa, se vera, certamente fraudolenta, ma concepita al solo scopo di reagire a una decisione – il divieto da parte del Ministero di gareggiare ai Giochi Olimpici – che riteneva ingiusta e frustrante.
Il tenente toscano, infatti, quell’Olimpiade sentiva di essersela guadagnata sul campo. Il perché è scritto nella sua biografia: militare di carriera Caprilli, giovane sottotenente appena uscito dall’Accademia, era stato assegnato al Reggimento di Cavalleria a Saluzzo, nonostante un fisico poco adatto (aveva le gambe troppo corte rispetto al busto) e un mediocre giudizio in equitazione rilasciato dai suoi superiori.
Ma la sua passione per i cavalli era così profonda che, successivamente trasferito nel Reggimento Piemonte Reale, a Saluzzo, aveva iniziato a studiare i principi dell’equitazione, arrivando ben presto a mettere in discussione i cardini che regolavano questa antica disciplina. Per Caprilli, infatti, bisognava mettere al centro dell’attenzione le caratteristiche di ogni singolo cavallo, se si volevano da lui prestazioni migliori. Una teoria a dir poco rivoluzionaria, che rovesciava di 180 gradi l’approccio classico (sul quale si era formato), da sempre attento solo alle esigenze del cavaliere.
La sua critica più significativa riguardava, probabilmente, il salto degli ostacoli. La teoria classica imponeva che, nel momento del balzo, il cavaliere dovesse tenere il busto rigido all’indietro e, allo stesso tempo, tirare le redini. Un movimento che inevitabilmente causava una forte sofferenza alla bocca dell’animale che, per il dolore, non avrebbe mai potuto esprimere in pieno il suo potenziale fisico. Caprilli, al contrario, sosteneva che se l’uomo si fosse piegato in avanti, riducendo così lo strappo sul freno, il cavallo si sarebbe sentito più rilassato e, quindi, più disponibile a saltare – e meglio – l’ostacolo. Il cavaliere avrebbe dunque dovuto adattarsi alla dinamica dell’animale, senza forzarlo, preoccupandosi solo del suo equilibrio. Principi forti, che intaccavano alla base le fondamenta della vecchia equitazione.
La rivoluzione copernicana del toscano, nel frattempo promosso tenente e nominato istruttore in varie caserme italiane, veniva da lui portata avanti grazie a un lavoro instancabile. Le sue idee, sostenute con forza anche in articoli tecnici su riviste specializzate, avevano cominciato a circolare anche fuori dall’ambiente militare. Sassi nello stagno, che spesso davano vita a dispute teoriche di grande spessore.
La bontà delle sue intuizioni, intanto, trovava conferme nella pratica quotidiana, tanto che anche l’Esercito, tradizionalmente conservatore, si era alla fine convinto che il metodo elaborato dal giovanotto era, oltreché valido, utile proprio sotto lo stretto profilo militare. Con l’evoluzione delle armi il ruolo della Cavalleria era infatti cambiato; ora gli squadroni dovevano sapersi muovere con agilità sui terreni di battaglia, che a quel tempo si svolgeva quasi sempre in aperta campagna. I soldati a cavallo dovevano quindi essere abili a schivare i colpi di arma da fuoco e a superare agevolmente ostacoli, sbarramenti, vegetazione e recinti. In questo senso, il metodo naturale del tenente toscano garantiva un addestramento più efficace rispetto al passato anche nei confronti di militari del tutto a digiuno di equitazione.
Le nuove teorie di Caprilli avevano investito come un ciclone anche il mondo sportivo. A partire dal 1882 risulta infatti la sua partecipazione in 33 gare agonsitiche (24 delle quali su animali di sua proprietà), con 18 vittorie e 11 piazzamenti. Successi che dimostravano l’efficacia dei suoi metodi anche fuori dalle caserme, tanto che da lì in poi quasi tutta l’equitazione sportiva si era convertita a essi.


Gli ultimi anni avvolti nel mistero

Nel 1900 la sua irresistibile escalation sportiva fu, come detto, interrotta bruscamente da un telegramma del Ministero della Guerra che all’ultimo momento gli proibì di partecipare all’Olimpiade, per la quale si era preparato sia come atleta che come istruttore. I motivi furono – e restano tuttora – ignoti. C’è chi sostiene che andavano ricercati nei disordini politici presenti in quel periodo in Italia, che avevano reso necessario lo stato di mobilitazione dell’esercito. Chi, invece, ipotizza uno stop venuto dall’alto, addirittura da Pierre de Coubertin in persona, che non avrebbe gradito la partecipazione di un atleta che, militare di carriera, non poteva essere definito dilettante. Che dire, poi, del suo ipotetico cambio di persona con il conte Giangiorgio Trissino nella gara finita con la medaglia d’argento?
Mistero. Così come misteriosa fu la sua morte avvenuta a Pinerolo nel 1907, in seguito a una strana caduta sulla neve mentre cavalcava un vivace morello. Si parlò di disgrazia, ma anche di delitto d’onore (le donne, infatti, furono l’altra grande passione di Federico Caprilli).
In ogni caso, a ben pensarci, non poteva che andare in questo modo: la sua breve vita, passata nello studio e nell’amore per gli equini, era terminata proprio in sella a un cavallo.
Ci piace pensare che anche lui avrebbe scelto di morire così.
 
     
 
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