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Un uomo in fuga
L'epopea di Charly Gaul
di Silvano Calzini
ciclismo
 
 
Charly Gaul

Aveva il volto di un bambino, gli occhi azzurri, si muoveva a scatti, soffriva il caldo, amava il freddo, era lunatico, solitario, capriccioso. Nel suo DNA c’era il concetto della fuga; sempre e comunque. Lo hanno soprannominato l’angelo della montagna. Sembrava venire dal mondo delle favole, forse era un elfo, ma è diventato famoso per essere un ciclista. Charly Gaul era nato l’8 dicembre 1932 in Lussemburgo, a Pfaffenthal, nome che non a caso sembra uscire da una fiaba dei fratelli Grimm, e madre natura gli aveva regalato un fisico tagliato su misura per diventare il più grande scalatore della storia del ciclismo. Alto 1,74, pesava 64 chili. Era agile e leggero, ma tutt’altro che fragile. Semmai è il carattere quello che gli ha causato dei problemi. Incostante, umorale, poco comunicativo, nella sua carriera ha raccolto grandi successi e clamorose sconfitte. Strategia di corsa, gioco di quadra, alleanze sono concetti che gli sono rimasti sempre estranei. Era capace di perdere minuti e minuti in banali tappe di pianura e poi di lanciarsi in fughe solitarie di oltre duecento chilometri nei tapponi di montagna. Tutte le sue vittorie più grandi, due Giri d’Italia e un Tour de France, sono segnate da imprese leggendarie.


Quattro colli da leggenda

se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli,
benché sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi,
e a tener duro quando niente più resta in te
tranne la volontà che ingiunge: "tieni duro!"


Giro d’Italia del 1956: mancano tre tappe alla conclusione e Gaul, dopo avere deluso nella tappa dello Stelvio, si ritrova al ventiquattresimo posto in classifica a quasi diciassette minuti da Pasquale Fornara. Siamo alla partenza della Merano-Monte Bondone, una tappa mostruosa con i suoi 242 chilometri da percorrere e i quattro passi dolomitici da scalare: il Costalunga (quota 1753 m), il Rolle (1970 m), il Broccon (1616 m) e il Bondone (1300 m). Il tempo è pessimo: freddo, pioggia e nuvole basse. Pronti, via e nella bufera Gaul è già all’attacco sul primo colle dove transita da solo. Poi nella discesa, complici i freni della sua bicicletta che funzionano male, viene raggiunto e staccato da un gruppetto di corridori. Sul Rolle Gaul li riprende e li stacca, ma in discesa fora due volte e resta di nuovo attardato. Ma quella è una giornata da tregenda in cielo e in terra e Gaul passa da solo in testa anche sul Broccon, per poi essere di nuovo tradito dai freni. Quando mancano sessanta chilometri all’arrivo si ritrova staccato di sei minuti da Nino De Filippis, Arrigo Padovan e Bruno Monti. All’inizio del Bondone la pioggia si trasforma in neve e la salita verso il traguardo diventa un vero e proprio Calvario per i corridori. Succede di tutto. Ritiri, crisi, spinte, ma Gaul avanza inarrestabile nella tormenta, in piedi sui pedali, con il suo passo en danseus. Raggiunge e stacca quanti lo precedevano e si avvia a infliggere distacchi abissali a tutti. All’arrivo, dopo nove ore di corsa, è semiassiderato, riesce solo ad accennare un sorriso, ma nemmeno lui si rende conto di quello che ha fatto. Secondo arriva Alessandro Fantini a quasi otto minuti. Terzo è Fiorenzo Magni, a più di dodici minuti. La maglia rosa Fornara si è ritirato, distrutto dalla fatica. Quel giorno Gaul vince il Giro d’Italia ed entra nella storia del ciclismo. Anzi, nella leggenda.


Un carattere spigoloso

se riuscirai ad affrontare il successo e l'insuccesso
trattando quei due impostori allo stesso modo

Gaul era un corridore imprevedibile. Per lui ogni giorno poteva essere quello del trionfo o quello della disfatta. L’anno successivo alla partenza della tappa del Bondone è in maglia rosa davanti a Gastone Nencini e Louison Bobet. Il Giro d’Italia è lì su un piatto d’argento, pronto per lui. Dopo un centinaio di chilometri il gruppo dei migliori viaggia ancora compatto quando tutti sgranano gli occhi nel vedere Gaul che si ferma, scende dalla bicicletta e va ad appartarsi dietro un albero per espletare una necessità fisiologica, senza preoccuparsi di dare ordini alla squadra perché tenga la corsa sotto controllo. Parte subito un attacco furibondo da parte di Bobet e Nencini e Gaul resta inesorabilmente tagliato fuori. Il giorno dopo stacca tutti e vince a Levico Terme, ma non basta. Quel Giro d’Italia era ormai perso. Quel giorno, oltre che dalla sua leggerezza, è stato tradito anche dalla scarsa simpatia che riscuote in gruppo. Sì, perché Gaul è stato un corridore amatissimo dal pubblico, soprattutto in Italia, e mal visto nell’ambiente del ciclismo. Ha un carattere ombroso, litiga con i meccanici per i rapporti da montare sulla sua bicicletta, quando vince non vuole dividere i premi con i compagni di squadra come è prassi. In più di dieci anni di carriera non ha mai legato con nessun altro corridore, ad eccezione di Marcel Ernzer, lussemburghese come lui, che è stato il suo unico vero gregario.


Il duello con Anquetil

se riuscirai ad ammucchiare tutte le tue vincite
e a giocartele in un sol colpo a testa-e-croce,
a perdere e a ricominciar tutto daccapo


Anche la vittoria al Tour de France del 1958 arrivò alla sua maniera. Quando mancano quattro tappe alla fine, Gaul ormai è dato per spacciato. In classifica è a quindici minuti da Raphaël Geminiani, ma nella ventesima tappa, la Briancon-Aix-les Bains con cinque colli alpini da scalare, in una giornata dal clima invernale - quello che piace a lui - parte subito all’attacco e con una lunga cavalcata solitaria stronca tutti. All’arrivo non conquista la maglia gialla per soli trentotto secondi, finita sulle spalle del nostro Vito Favero che era arrivato terzo a oltre dieci minuti. Due giorni dopo vince la tappa a cronometro e fa suo il Tour. Quell’anno Gaul si impone in tutte e tre le frazioni contro il tempo di quel Tour. Nella storia del ciclismo è l’unico scalatore che va forte anche a cronometro. Un record anche questo. Nel Giro del 1959 una nuova impresa epica. Dopo avere preso, e poi perso, la maglia rosa in un duello infinito con il grande Jacques Anquetil, negli ultimi cinquanta chilometri della penultima tappa, la Aosta-Courmayeur, Gaul diede letteralmente spettacolo sulle rampe del Piccolo San Bernardo, e inflisse al rivale francese una lezione storica: nove minuti di distacco. Il Giro d’Italia era suo per la seconda volta.
Per giudizio unanime, se fosse stato diverso avrebbe potuto vincere molto di più nella sua carriera, ma se fosse stato diverso non sarebbe stato Charly Gaul. Basti dire che uno dei suoi grandi amori fu il ciclocross, e ogni inverno invece di recuperare preziose forze in vista della stagione su strada, andava a sfiancarsi nel fango dei vari circuiti. Dopo il ritiro definitivo dalle corse nel 1965, Gaul si allontana dal ciclismo, apre una birreria che fallisce in pochi mesi, abbandona la seconda moglie e va a vivere in una casupola senza luce e senza acqua nella foresta delle Ardenne, lontano da tutto e da tutti. Non corre più, ma è sempre in fuga. I boschi sono la dimora preferita dagli elfi e lui ci si trova benissimo.
Dopo quasi venti anni, senza una vera ragione, così come se ne era andato, ritorna. Si sposa per la terza volta e si riavvicina anche al ciclismo. Soprattutto diventa amico di Marco Pantani, che invita addirittura a casa sua e in cui rivede se stesso. Anche lui uno scalatore puro e con un carattere difficile. Si affeziona molto, tanto è vero che quando Pantani muore Gaul si presenta ai funerali a Cesenatico. Ormai è irriconoscibile. Ha la barba bianca, è ingrassato, porta il bastone, cammina a fatica sorretto dalla figlia. È la sua ultima comparsa in pubblico. Charly Gaul si spegne il 6 dicembre 2005.
La tradizione dice però che gli elfi non muoiono mai

 
     
 
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