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Vittorio Adorni
Un campione che cambiò un'epoca
di Silvano Calzini
ciclismo
 
 
Vittorio Adorni photo credits Come quella con la esse maiuscola, anche la piccola grande storia dello sport ha i suoi personaggi decisivi, quelli che fanno da spartiacque tra due ere. Nel ciclismo l’entrata in scena di Vittorio Adorni ha segnato un cambiamento d’epoca, con un prima e un dopo ben distinti. Bastava vederlo. Alto, biondo, occhi azzurri, elegante, misurato nei gesti e nelle parole. Anche solo dal punto di vista fisico una rivoluzione copernicana rispetto all’immagine tradizionale dei ciclisti, fino ad allora degli stortignaccoli dai polpacci ipertrofici. Lo stesso Fausto Coppi, magnifico da vedere in sella, appena scendeva dalla sua Bianchi faceva ridere con quelle gambe sproporzionate rispetto al tronco, il petto incavato, le spalle curve. Un brutto anatroccolo che diventava un principe solo in bicicletta. Sul piano dialettico poi i ciclisti erano inchiodati al “Ciao mama” e al “Saluto gli amici del bar dello sport”, o al massimo agli sfoghi ripetuti all’infinito un po’ da macchietta del buon Gino Bartali. Poi un bel giorno è arrivato Adorni a scalare i congiuntivi con il sorriso sulle labbra e a rispondere alle domande dei giornalisti in un italiano impeccabile, ingentilito da un leggero accento emiliano.


Un "palmarès" ricchissimo

Nato a Parma nel 1937, si è innamorato tardi del ciclismo, a diciotto anni durante una gita in bicicletta con due amici sul Passo della Cisa. Va detta subito una cosa forte e chiara. Anche se non aveva la strapotenza fisica di Eddy Merckx o la testardaggine bergamasca di Felice Gimondi, Vittorio Adorni è stato un fior di campione. Basta dare un’occhiata al suo palmarès. Dopo essersi messo in luce già tra i dilettanti, quando fu tra l’altro riserva all'Olimpiade di Roma nel quartetto di inseguimento, una novantina di vittorie da professionista tra il 1961 e il 1970, tra cui spiccano il Giro d’Italia del 1965, il Mondiale del 1968 e il Campionato italiano del 1969.
In corsa Adorni era quel che si dice un corridore brillante, sempre pronto ad attaccare quando se ne presentava l’occasione. Ottimo passista, si è imposto in numerose cronometro, e, pur non avendo le physique du rôle dello scalatore, andava forte anche in salita. La consacrazione tra i protagonisti assoluti del ciclismo di quegli anni è del 1965, quando trionfa al Giro d’Italia, dove oltre a vincere tre tappe infligge distacchi pesantissimi nella classifica finale: 11’26” a Italo Zilioli, 12’57” allo stesso Gimondi. Prende la maglia rosa nella parte iniziale del Giro, la perde a Cadenzano per poi riconquistarla definitivamente vincendo a Madesimo. Quel giorno dopo l’arrivo Sergio Zavoli lo trattiene al Processo alla tappa per oltre un’ora. Simpatico, educato, buon parlatore, Adorni diventa un personaggio. Piace al pubblico degli appassionati e anche a quello femminile per il suo charme. Il Giro si conclude a Firenze e Adorni in maglia rosa è felice, tanto da aver voglia di piangere, ma non vuole farsi vedere in lacrime: “Cosa direbbe la gente?”. Quando uno nasce signore…
Tecnicamente la sua lacuna è lo sprint, non ha lo spunto veloce negli ultimi duecento metri, ma quello che forse gli è veramente mancato, almeno in alcune occasioni, è stato il punch, il killer instinct. E lo ha pagato a caro prezzo. La prima volta nel 1964 a Sallanches quando perse il Mondiale. Quel giorno stava bene e diede battaglia. A un certo punto con lui era rimasto solo il francese Henry Anglade, ma Adorni temporeggiò troppo, non spinse a fondo per chiudere la corsa, consentendo il rientro di altri quattro corridori e sul traguardo fu secondo, battuto allo sprint dall’occhialuto olandese Jan Janssen. Un’occasione persa. La storia si ripetè l’anno dopo alla Milano-Sanremo, la corsa allora stregata per gli italiani, che non la vincevano dal 1953. Ancora una volta è in condizione smagliante e va in fuga con Franco Balmamion, facilmente battibile in volata. Sembra fatta, ma nella discesa del Poggio sui due piomba Arie den Hartog, un altro olandese, che sul traguardo di viale Roma brucia Adorni allo sprint. Due sconfitte del genere possono segnare una carriera e poi quegli olandesi sembrano proprio avercela con lui. Adorni la prende male e mette in atto una vendetta a dir poco spietata. Da quel momento vieta alla moglie di piantare tulipani nel giardino di casa! Nel frattempo diventa buon amico sia di Janssen che di Den Hartog. Quando uno nasce signore…
Anche nelle giornate in cui le cose andavano male Adorni non sbracava mai e conservava il senso della misura. Per capirci, non era un corridore da cotte memorabili, le sue al massimo erano delle crisette, che a volte però gli sono costate care. Come al Giro d’Italia del 1963. Pronti, via e Adorni si impone subito nella prima tappa e prende la maglia rosa che tiene per tre giorni. Vince anche la cronometro di Treviso e due giorni dopo è di nuovo in maglia rosa. Alla partenza della tappa decisiva, la leggendaria Cavalcata dei Monti Pallidi, 198 chilometri da Belluno a Moena, guida la classifica con ventidue secondi su Franco Balmamion e cinquantasei su Giorgio Zancanaro. Giornata da tregenda, fa freddo, piove, fango sulle strade e sulla penultima salita, il Passo Valles, Adorni va in difficoltà, ha un cedimento e perde la ruota di Balmamion, un piemontese grigio e inossidabile. La tappa la vince Vito Taccone e Adorni, per colpa di quella crisetta arriva con due minuti e mezzo di ritardo. Quanto basta per perdere il Giro ed essere secondo in classifica a 2’24” proprio da Balmamion.


La maglia iridata

Poi venne quel primo settembre del 1968, il giorno in cui il campione gentiluomo indossò i panni del campione che si sente il più forte e impone la sua legge con ferocia, senza pietà per gli avversari. Sì, perché quel Mondiale Adorni non lo ha vinto. Lo ha stravinto. Vale la pena raccontare la storia di quella giornata partendo da lontano. Non era stata una grande annata per il campione parmigiano, che quell’estate per di più era impegnato in televisione dove conduceva un quiz insieme a Liana Orfei, dal titolo Ciao mama (rigorosamente con una emme). A prima vista un corridore in via di smobilitazione. E invece Adorni appena terminata la registrazione di ogni puntata corre ad allenarsi. Ha un piano preciso in testa e lo metterà in pratica. Il Mondiale del 1968 si corre a Imola, a un passo da casa sua, con partenza e arrivo all’autodromo, sul circuito dei Tre Monti. Dopo il terzo giro, quando mancano ancora duecento chilometri all’arrivo, scatta la prima mossa del piano. Adorni va in fuga con il vecchio belga Rik Van Looy, il portoghese Joaquim Agostinho e l’altro italiano Lino Carletto. In quasi tutti i Mondiali ci sono queste fughe iniziali che durano a lungo e finiscono nel niente. Questa volta le cose vanno in modo diverso. Quando si accorge che i compagni di avventura non ne hanno più, Adorni scatta sulla rampa di Frassineto e se ne va da solo. Il percorso è durissimo, ma lui lo conosce a menadito e sa quel che fa. Mancano ancora novanta chilometri al traguardo e saranno una cavalcata esaltante tra due ali di folla in delirio. Dietro anche il grande Merckx resta chiuso nella morsa della squadra italiana che controlla il gruppo. Il distacco aumenta a dismisura e alla fine il belga Willy Van Springel, che sarà secondo, accusa un ritardo di nove minuti e cinquanta secondi. Ancora oggi è il massimo distacco nella storia dei Mondiali, almeno dal dopoguerra in poi. L’arrivo sul rettilineo finale è regale. La maglia azzurra che luccica al sole di quel tardo pomeriggio d’estate, Adorni alza le braccia al cielo, manda un bacio e poi si copre per un istante gli occhi, come a volere trattenere per sempre quell’immagine. Chapeau!
Oggi Vittorio Adorni è un elegante signore oltre la settantina, ha un’avviata agenzia di assicurazioni nella sua Parma, ricopre diverse cariche nel mondo sportivo, ogni tanto interviene con garbo e competenza nelle trasmissioni sportive, ma sopra ogni cosa, parafrasando quello che Benedetto Croce disse della Germania, continua a essere il ciclismo “che abbiamo sempre amato”.
 
     
 
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