Sfogliando un qualsiasi libro o un enciclopedia del ciclismo, state pur certi che alla voce passista oltre alla definizione troverete di certo un nome e un cognome che ne incarna perfettamente la figura: Learco Guerra. Mentre forse, di questo formidabile corridore, non troverete mai aggettivi che ne possano descrivere totalmente la bravura, la maestria e la classe del prescelto.
Il buon passista si distingue nel gruppo per l’innata capacità di mantenere una velocità sostenuta per molto tempo, distribuendola nelle fughe solitarie per giungere nelle migliori condizioni fisiche fino al traguardo. Una categoria in cui spicca più la resistenza che lo scatto bruciante, capace quindi di poter emergere sia nelle grandi classiche che nelle gare a cronometro disseminate nelle maggiori corse a tappe. Ebbene, Guerra si è saputo distinguere fra i passisti di maggior estro di ogni epoca ed è riconosciuto come uno dei più formidabili e amati ciclisti di tutti i tempi.
Perfettamente integrato nei valori umani e morali dei primi anni del secolo scorso, il nostro eroe poneva il sudore e la fatica prima di ogni altra cosa anche nello sport. Un concetto puro, genuino, sano che è radicalmente opposto al ciclismo moderno e ai suoi protagonisti, immersi nel doping e in polemiche senza fine.
Furia agonistica
Nato il 14 ottobre 1902 a Bagnolo San Vito, nei pressi di Mantova, Learco Guerra mostra di possedere fin da giovane una tempra e una consistenza in tutto quello che fa. L’amore sconfinato per la bicicletta ne è la conferma, anche se inizia l’attività agonistica piuttosto tardi, grazie al mitico Costante Girardengo che vede in lui un degno antagonista di Alfredo Binda. Divenuto professionista a ventisette anni, vince al primo tentativo il Campionato Italiano a punti su pista (a Carpi, nel 1929). Learco spinge sui pedali con una potenza e un vigore a tratti devastanti e si impone subito al centro dell’attenzione nazionale ed internazionale. La sua furia agonistica, che da passista si manifesta soprattutto in pianura, gli vale quel soprannome (coniato la prima volta dall’allora direttore della Gazzetta dello Sport, Emilio Colombo,) che porterà con brio per tutta la carriera: la locomotiva umana.
I primi successi non tardano ad arrivare e, quasi in maniera esponenziale, si impone con frequenza in manifestazioni sempre più importanti. Vince in rapida successione (dal 1930 al 1934) ben cinque Campionati Italiani su strada sfruttando. Nel 1931 è dominatore assoluto del Campionato del Mondo su strada nell’unica edizione disputata a cronometro (a Copenaghen, in una tappa di ben 172 km) e conquista un meritatissimo oro, che fa bella compagnia ad altre due prestigiose medaglie (entrambe d’argento, conquistate rispettivamente a Liegi nel 1930 e a Lipsia nel 1934).
Amatissimo e idolatrato dal pubblico, Learco spazza via tutto e tutti e niente lo ridimensiona: neanche quando, suo malgrado, viene portato a simbolo del superuomo fascista. Un ruolo obbligato, che lo costringe anche a donare molti dei suoi trofei alla ragion di stato.
Negli anni successivi, proprio come una locomotiva che trova linfa e carburante in polmoni e gambe dalla forza inestinguibile, Guerra accumula altri trionfi importanti, come la Milano-Sanremo del 1933 e il Giro d’Italia del 1934. Ed è proprio l’affermazione nella corsa rosa una delle gioie più grandi. Da buon sanguigno lombardo ne è giustamente fiero e la gente si innamora della sua leale dedizione.
Nell’anno del suo trionfo vince ben dieci tappe e bisogna anche aggiungere le sei affermazioni del 1932, le cinque del 1935, le quattro del 1931, le due del 1933, le due del 1930 e l’ultima nel 1937. Il fiore all’occhiello che sancisce, insieme ai numeri, il legame fra il ciclista mantovano e la più grande corsa a tappe italiana è però un primato assolutamente esclusivo e d’incomparabile valore. Learco Guerra è stato il primo corridore ad indossare, in assoluto, la maglia rosa. Istituita nel 1931, quale simbolo del primato in classifica e del giornale che organizza l’evento (La Gazzetta dello Sport), viene indossata dalla locomotiva umana dopo il successo della tappa inaugurale del diciannovesimo Giro d’Italia, la Milano-Mantova.
Le sue esperienze al Tour de France, invece, non sono altrettanto fortunate. Nella grande boucle, infatti, pur restando intraprendente e competitivo, il fuoriclasse lombardo non riesce mai ad imporsi nella classifica generale. Si deve accontentare di due secondi posti (nel 1930, con tre vittorie di tappa, e nel 1933 dove, nonostante i cinque successi personali, viene superato dal francese Georges Speicher). Si tratta, probabilmente, dell’unica ciambella non riuscita col buco nella fantastica carriera di Guerra, che peraltro tuttavia ha sempre accettato con sportività e lealtà il risultato agonistico.
Learco ha amato il ciclismo come fosse una missione: lavorare duro sui pedali e faticare hanno rappresentato per lui una ragione di vita, uno scopo profondo e intenso su cui imprimere un segnale forte della sua grandezza. Onesto e genuino, ha sempre rispettato gli avversari (con Binda la rivalità è stata solo sportiva) e i tifosi si sono affezionati a lui anche per il suo carattere gioviale e comunicativo, conquistati dal suo sorriso e dalla sua disponibilità.
Il suo palmarès comprenderà alla fine ottantacinque vittorie finali: ne fanno parte anche il Giro della Toscana (1932), di Lombardia e del Piemonte (entrambi nel 1934) e l’ultimo acuto nel Campionato Italiano del 1942 al Vigorelli di Milano, nella corsa dietro motori (stayer) a quaranta anni suonati.
Chiusa la brillante carriera agonistica, Guerra non abbandona però del tutto il mondo delle biciclette e intraprende la strada del direttore sportivo con risultati subito positivi. Lo svizzero Hugo Koblet e il lussemburghese Charlie Gaul vincono rispettivamente il Giro d’Italia del 1950 e del 1959 anche grazie a lui, prezioso e fedele stratega nell’ ammiraglia. Fra gli altri, dirige anche Vittorio Adorni e Gianni Motta; la sfortuna vuole però che proprio mentre sta per agevolare il passaggio al professionismo di quest’ultimo una sorte beffarda e malvagia bussa alla sua porta.
Un triste declino
Nel 1961 Guerra scopre infatti di aver contratto il micidiale morbo di Parkinson e il mondo del ciclismo, sbigottito e attonito, si mobilita per aiutarlo nel migliore dei modi. Persino la gente normale, semplici appassionati e tifosi si accodano a colleghi ed ex-ciclisti per dedicargli una sottoscrizione popolare in denaro. Tutti gli vogliono bene e Guerra – il destino nel suo nome – affronta la terribile malattia con lo stesso coraggio di quando macinava chilometri in bicicletta. Affronta ben due delicati interventi chirurgici ma alla fine deve arrendersi per delle complicazioni. La locomotiva umana muore a Milano il 7 febbraio 1963.
Learco Guerra lascia un vuoto enorme, ma anche il ricordo di una carriera strepitosa, ricca di imprese memorabili. Riavvolgendo il nastro della memoria ancora oggi sembra di vederlo partire come un treno in pianura e andare in fuga sotto lo sguardo geloso dei suoi avversari. E in quella bici scoprire l’immagine di un uomo vincente ma semplice.
Silenzioso, lento e solenne, la schiena sempre più curva, ci sembra ancora di vederlo divorare l’asfalto, instancabile, chilometro dopo chilometro. Come se la fatica fosse stata l’essenza stessa della sua vita e ogni singola pedalata il battito pesante del suo cuore. |
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