Il
4 luglio 1914 ad Henley, in Inghilterra, è una bella
giornata di sole, ma non è questo ad assembrare residenti
e turisti sulle rive del Tamigi: tutti attendono la finalissima
della Diamond’s Sculls, la più prestigiosa
gara di skiff singolo, vero e proprio campionato
mondiale ad eliminazione diretta. Ci sono anche re Giorgio
V e la consorte Vittoria Maria. C’è soprattutto
lui, Giuseppe Sinigaglia, primo ed unico italiano in gara.
Sul suo Selvaggio – uno scafo in legno di
otto metri e ottanta centimetri – è pronto
a sfidare Colin Stuart, l’idolo di casa.
Il Sina – così è conosciuto
da tutti – alza i colpi fin dalle prime battute, staccando
l’inglese quanto basta per potersi concentrare sul
traguardo; non molla mai, nonostante la punta dello skiff avversario resti attaccata alla poppa del suo fino alla
fine, quando Colin, stremato, cede: Giuseppe Sinigaglia,
il geniale gigante italiano, come lo definisce
il giorno dopo il New York Times, trionfa aggiudicandosi
la Coppa d’Oro, che riceve dalle mani della regina.
La nascita di un mito
Il suo mito nasce così, nelle acque d’oltremanica;
la sua vita inizia invece nel 1884 sul lago di Como, in
viale Geno, la sponda popolana dei Brutti, dirimpetto
a quella benestante dei Belli di Villa Olmo, dove
non si smercia pesce e si passeggia a braccetto sul lungolago
in abiti lindi e immacolati. Giuseppe cresce più
bello dei Belli, altissimo, robusto. Nel rione
di Sant’Agostino tutti conoscono il figlio di Antonio
Sinigaglia e Antonietta Porta, proprietari del ristorante Caprera, nei pressi del Vo’, dove sorge la
prima sede della Canottieri Lario. Lo conoscono anche al Caio Plinio, l’istituto tecnico cittadino,
dove Giuseppe è un pessimo studente: bocciato al
primo anno, agli esami di riparazione del secondo viene
respinto con cinque in tedesco e tre in
composizione. Per giunta, è un indisciplinato. “Sinigaglia,
fuori!” gli ordina un giorno il suo professore
di matematica. E lui esce, sì, ma solo dopo aver
scardinato la porta dell’aula della seconda B sbattendola violentemente. Non sarà mai promosso
in terza, ma riuscirà ugualmente ad ottenere
il diploma di ragioniere, se pure postumo e honoris
causa.
La sua forza fisica non passa inosservata neanche alla Ginnastica
Comense, società sportiva comasca che permette di
cimentarsi in varie discipline, di cui Sinigaglia fa parte
finendo spesso, suo malgrado, al centro di liti o risse.
Del resto, non è tipo da mandarle a dire, lui e,
quando il vaso è colmo, se ne va fondando con altri
cinquantacinque fuoriusciti il Club atletico Como. Tanto
per non avere rimpianti Giuseppe vince nel 1905 il titolo
italiano nella lotta greco-romana, beffandosi della Comense,
che aveva ribattezzato lui e i suoi compagni transfughi I depennati.
Paradossalmente, quel soprannome irrisorio porterà
fortuna a Sinigaglia anche dopo, quando con un omonimo equipaggio
comincerà a vincere per la Canottieri Lario, alla
quale si era iscritto alla fine del 1903. Il canottaggio,
al Sina, era sempre piaciuto, per quanto la sua
indole ribelle mal tollerasse i rimproveri che gli venivano
mossi ogni volta che spaccava i remi per la foga con cui
era solito vogare (non potendone più, la Lario incaricherà
un falegname di Cantù di costruirne un paio in fassino
apposta per lui).
Sinigaglia impara pian piano a gestire le sue intemperanze
dentro e fuori dall’acqua. L’allenatore del
circolo, il grande Alexandre Lein – un famoso canottiere
francese della fine del XIX secolo –, gli impone la
massima disciplina per sottrarlo alle bevute in osteria
e ad altre tentazioni pericolose; come la bella
Ida, l’entraîneuse più affascinante
della città, che si dice avesse confidato alla tenutaria
del bordello in cui lavorava: “Se viene qui il
Sina… non voglio niente!”.
Ma il Sina alle donne, che prima lo distraevano
non poco dai suoi impegni sportivi, non ci pensa quasi più
quando inizia a fiutare odore di vittoria anche coi remi.
Giuseppe si rimbocca le maniche, seguendo l’esempio
del compagno Teodoro Mariani, suo amico di sempre, anche
lui ex allievo del Caio Plinio ed ex atleta della
Comense: insomma un tipo con la stessa storia del giovanotto
di viale Geno ma dalla testa molto più quadrata.
È lui, campione europeo di skiff singolo
nel 1909, il fiore all’occhiello della Lario.
Sinigaglia, che ha vinto il titolo italiano nel 1907, vuole
emularlo, tanto più dopo aver ingoiato la delusione
di non poter partecipare ai Giochi Olimpici: in occasione
di Londra 1908, infatti, problemi di trasporto costringono
il comitato italiano ad escludere il canottaggio dalla spedizione
azzurra (unica eccezione il singolista Igino Ciabatti).
Anche quattro anni dopo Giuseppe dovrà rinunciare
all'Olimpiade per una rissa tra due armi che porta alla
cancellazione di tutti i canottieri italiani dalla lista
dei partenti per Stoccolma.
Il 1911 si presenta invece come l’anno giusto. I Campionati
Europei sbarcano a Como: quale migliore cornice del lago
di casa per affermarsi nel canottaggio continentale? Il Sina non si lascia sfuggire l’occasione,
e vince due volte, nel singolo e nel doppio in coppia con
Mariani, in un’edizione dominata dagli italiani, che
conquistano quattro delle cinque manifestazioni in programma.
Ormai, questo omone di due metri che ha imparato a dirottare
la propria energia atletica verso il successo è decisamente
il migliore canottiere sulla piazza, e quel sabato del 1914
sul Tamigi ne è solo la definitiva conferma.
Un rientro trionfale
Quando Sinigaglia rientra a Como, la stazione di San Giovanni
è gremita di tifosi: l’intera città
gli si stringe intorno, chiamandolo a gran voce e tirandolo
per la giacca. Lui si fa largo, sorridendo sotto i suoi
baffi folti e nerissimi, per raggiungere la Fiat Torpedo
decappottata che lo aspetta per portarlo dalla madre. La sciura Antonietta poté coccolarselo per
un’ora prima di lasciarlo andare a salutare i tifosi
accalcati in piazza Cavour. Bastò che il Sina si affacciasse sul balcone dell’hotel Barchetta,
perché si accendesse l’entusiasmo della sua
gente; uno striscione a caratteri cubitali spuntò
tra la folla: “Nessuno come te”. Non
sapeva, Giuseppe Sinigaglia, che quella straordinaria dimostrazione
d’affetto avrebbe oltrepassato la sua stessa vicenda
umana, con l’intitolazione dello stadio cittadino
e della Canottieri Lario alla sua memoria. Alla vita e alla
morte non ci pensi, quando hai trent’anni e hai vinto
tutto e sei acclamato manco un eroe.
Ed eroe il Sina lo divenne davvero all’entrata
in guerra dell’Italia, arruolandosi volontario nel
Regio Esercito, Secondo Reggimento Granatieri di Sardegna,
perché alla parola d'ordine “vincere o
morire” non sapeva proprio resistere. Nell'agosto
del 1916, il tenente Giuseppe Sinigaglia è sul Carso,
per dare l'assalto alla Cima Quattro del San Michele. La
conquista, ma si espone da una trincea di prima linea per
incitare i suoi: il nemico gli scaraventa contro una sventagliata
di mitragliatrice e per Giuseppe Sinigaglia non c'è
più nulla da fare.
Lui che aveva sempre vissuto con leggerezza morì
da patriota su una camionetta, all'ospedale da campo di
Crauglio, guadagnandosi con il suo sacrificio la Medaglia
d'Argento al Valor Militare. Fu la prova che la forza
di Giuseppe Sinigaglia non si esauriva nei suoi muscoli.
O forse sì: è un muscolo anche il cuore. |
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