Lucerna,
estate 1947. Ospite gradito della cittadina svizzera, nemmeno
sfiorata dal terribile conflitto che ha devastato il mondo,
lo sport torna finalmente al ruolo di protagonista. Nelle
acque del Rootsee si celebrano i Campionati Europei di canottaggio,
che in realtà europei non sono, in quanto aperti
alle più forti nazionali dell’intero pianeta,
Stati Uniti in testa.
Giuseppe Moioli, Elio Morille, Giovanni Invernizzi e Franco
Faggi sono solo modesti operai tra i venti e i ventuno anni,
uniti dalla passione per una disciplina fatta di fatica,
di sudore e di sacrifici. Praticare il canottaggio, in questi
anni difficilissimi, significa praticare uno sport ancora
poco conosciuto, avaro di riconoscimenti e di ricompense,
ma può anche significare (e per i quattro ragazzi
è davvero così) contribuire con le proprie
vittorie alla rinascita di un’Italia uscita in ginocchio
dalla guerra.
Il battesimo internazionale
È divertente, per non dire edificante, seguire nel
racconto di Franco Faggi questo battesimo internazionale.
Un esordio vissuto in maniera spartana e iniziato nella
classe economica di un treno Milano-Lucerna, con un pasto
di pane e salame, bagnato da un paio di fiaschi dei vigneti
di Moioli ad Olcio. Poi, lo sbarco in una città ricca
ed ordinata. Tocca personalmente ai quattro operai scaricare
dal vagone del carro merci la pesante imbarcazione e trasportarla
sino al Rootsee su un carretto trainato da un vecchio cavallo.
Non è tra i favoriti, il quattro senza della Moto Guzzi. L’equipaggio dei padroni di casa,
per esempio, appare molto più organizzato e potente,
potendo contare, tra l’altro – come ricorda
Moioli –, sul grande Karl Smidt, “una specie
di armadio che era favorito sia nel quattro senza che nel quattro con”.
Di che pasta sono fatti, i nostri ragazzi lo dimostrano
subito. In batteria, si trovano opposti alla fortissima
Cecoslovacchia che sulla carta lascia ben poche speranze.
Il quartetto cèco imprime un ritmo vertiginoso alla
gara, ma il suo entusiasmo subisce un duro colpo quando
si vede dapprima affiancato e poi sorpassato senza apparente
difficoltà dall’armo azzurro. A tre quarti
di gara l’equipaggio della Guzzi ha ormai
la qualificazione in pugno, anche perché per ottenerla
basterebbe arrivare secondi. E invece il capovoga Moioli,
incurante delle proteste degli altri, impone un ulteriore
aumento di ritmo. È una prestazione da manuale: i
cecoslovacchi sono nettamente staccati e il tempo risulta
il migliore delle batterie.
Ora la Guzzi fa davvero paura. In finale i nostri
stanno coperti nel gruppo per i primi cinquecento metri,
giusto il tempo per prendere le misure. Poi, improvvisamente,
gli italiani aumentano il ritmo delle palate e l’imbarcazione
ha un’accelerazione fantastica. La gara non ha più
storia e il trionfale arrivo porta con sé il record
del Rootsee. La Canottieri Guzzi è campione
d’Europa.
Il ritorno nell’ambiente austero e rigoroso, ma profondamente
umano della fabbrica è, a dir poco, indimenticabile.
Tra le ovazioni dei compagni di lavoro, Gerardo Bonelli,
allora direttore della Moto Guzzi, celebra di persona
il primo trionfo extra-motociclistico dalla Casa di Mandello.
Ben presto però, passata la sbornia della vittoria,
la vita riprende i ritmi normali e i suoi riti consueti.
Per i neo-campioni, l’allenamento è qualcosa
di più di una preparazione atletica. È una
forma mentale, una necessità fisica. Raccontava Morille
che sistematicamente il lunedì pomeriggio, per tradizione
consacrato alla sosta dopo le gare domenicali, i quattro
si lasciavano dopo il lavoro con un appuntamento per l’indomani.
Altrettanto sistematicamente, poco dopo, ritrovatisi in
piazza a Mandello, i propositi di riposo erano dimenticati
e l’imbarcazione veniva calata in acqua per macinare
decine di chilometri.
Il sogno dei quattro, ovviamente, ha un solo nome: Londra
1948. Tutta la preparazione guidata dall’allenatore
Angelo Galdin Alippi (anch’egli operaio alla Guzzi, già timoniere) è tesa a quell’obiettivo,
che appare alla portata.
L'Olimpiade di Londra
La fine di luglio 1948 arriva presto, e i quattro operai
lasciano l’Italia ancora sconvolta dall’attentato
a Palmiro Togliatti per sbarcare nella capitale inglese.
Il trattamento ricevuto non è certo memorabile e
la sistemazione è piuttosto precaria. Naturalmente
nessuno si offende, perché Londra inizia solo ora
a riprendersi dai terribili bombardamenti subìti
durante la guerra. È già un miracolo che possa
ospitare l’Olimpiade. Il Tamigi, poi, è un
ottimo campo d’allenamento e, sotto l’occhio
vigile di Galdin Alippi, il quartetto raggiunge
ben presto uno stato di forma invidiabile.
C’è poco da dire sulle gare olimpiche. Quello
della Guzzi è di sicuro l’equipaggio
più forte e nessuno, in batteria o in finale, è
in grado di opporre la minima resistenza. L’ordine
d’arrivo fotografa esattamente l’enorme superiorità
di Moioli e soci. La Danimarca, seconda, arriva sul traguardo
con quattro secondi e mezzo di distacco, gli USA, medaglia
di bronzo, addirittura a 8”7.
Il quartetto Guzzi, unico caso di sempre di un
equipaggio formato solo da operai, entra nella storia del
canottaggio. Forse, passata l’emozione di ascoltare
l’Inno di Mameli sulle sponde sino a pochi anni prima
nemiche del Tamigi, il ricordo più bello e autentico
rimane una fotografia in cui Moioli regge con una mano un
remo e con l’altra una piccola bandiera tricolore.
Purtroppo per i nostri ragazzi, il premio che li attende
è lontano da quelli consueti ai nostri giorni. Una
moto Guzzi e il passaggio nella categoria impiegati,
tutto qui. Però i tempi sono quelli che sono e Moioli,
Morille, Invernizzi e Faggi non si rammaricano di certo,
anzi…
Oltre tutto, i trionfi non si arrestano in quel pomeriggio
londinese e gli anni seguenti vedono i quattro fare man
bassa di vittorie in tutto il continente. Nel 1949 e il
1950 i ragazzi della Guzzi salgono ancora sul gradino
più alto del podio europeo. La formidabile avventura
continua sino ai Giochi di Helsinki del 1952, quando, non
abituati alle acque salate dei fiordi, perdono il titolo
e un’imbattibilità durata quattro anni.
È l’ultimo atto di una leggenda. È tempo
di passare la mano ad altri grandi equipaggi, anche se le
gare continuano e Moioli, oltre a vincere altri campionati
Europei, riesce ancora a partecipare all'Olimpiade di Roma.
Oggi Morille e Invernizzi non ci sono più, ma Franco
Faggi continua a far rivivere con i suoi racconti l’epopea
del Quattro senza della Guzzi. Se poi
passate dalle parti del Lago di Como e vi capita di sentire
qualcuno urlare in dialetto verso le imbarcazioni in acqua,
avvicinatevi. Potreste incontrare un giovanotto di ottant’anni
mentre dirige come un sergente di ferro le nuove leve del
canottaggio. Beninteso, se non è periodo di potatura
o di vendemmia e Giuseppe Moioli ha potuto trascurare per
un po’ le amate vigne. |
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