La rivalità tra Olanda e Germania è la contrapposizione tra due modi di vivere; le sue radici, però, sono da cercare più nella finale Mondiale del 1974 che nell’occupazione del 1940.
È il 10 maggio 1940, e l'uomo coi baffi, per dirla con Francesco De Gregori, inizia l'occupazione dell'Olanda nell'ambito del Fall Gelb, la presa militare della Francia e del Benelux. La Wehrmacht impiega quattro giorni per sottomettere il debole esercito neerlandese. Due anni dopo case, strade e garage saranno saccheggiati e oltre centomila biciclette sequestrate per essere usate dai soldati del Terzo Reich.
Quando tutto è cominciato
Anche se i riferimenti alla razzia delle biciclette tornano di frequente, la ragione della rivalità tra Olanda e Germania sta tutta nello sport, dopo la finale mondiale persa dagli Oranjes nel 1974. È la madre di tutte le amarezze, il primo confronto tra le due nazioni dopo la Seconda Guerra Mondiale. Come ha detto Johnny Rep, “è stato l'esempio perfetto dell'arroganza olandese. Eravamo tutti concentrati a umiliare i tedeschi, e non dovresti mai pensare di farlo con loro”. Tedeschi che non toccano palla per tutto il primo minuto mentre gli Oranjes creano il rigore che Johan Neeskens trasforma. “Non mi interessava il risultato. 1-0 andava benissimo” ha confessato il centrocampista Willem van Hanegem, “Loro hanno ucciso l'80% della mia famiglia, mia madre, mio padre, due miei fratelli”. Per lui “i tedeschi hanno gli antenati sbagliati".
Per venti minuti l'Olanda si limita a cercare di vendicare sul grande prato verde dove nascono speranze, torti e soprusi vecchi di trent'anni. Ma il raddoppio non arriva, anzi Bernd Hölzenbein si butta sulle gambe di Wim Jansen: è rigore, e Paul Breitner pareggia. Nel finale di primo tempo la girata ravvicinata di Gerd Müller, un miracolo di equilibrio, uno dei gol più sottovalutati nella storia dei Mondiali, vale il sorpasso e la vittoria. L'Olanda le prova tutte, ma Sepp Maier è superlativo, e in ogni caso il Fato ha già emesso il suo verdetto, che potrebbe essere ancora più pesante. Ma Jan Jongbloed salva da campione su Berti Vogts, che avrebbe sulla carta solo dovuto annientare Johan Cruyff. Al 15' della ripresa Müller stoppa un cross dalla destra e segna, ma il guardalinee sbandiera un fuorigioco che non c'è. Poi Hölzenbein - ancora lui – viene nuovamente steso in area: stavolta il fallo c'è tutto ma l'arbitro, quasi a compensare l'errore del primo tempo, non fischia il rigore.
Episodi che sembrano ridurre il peso delle dichiarazioni rilasciate qualche anno fa da João Havelange, secondo cui quell'edizione dei Mondiali è stata pilotata, penalizzando i brasiliani, battuti 2-0 dall'Olanda nella semifinale diretta da un arbitro tedesco, Kurt Tschenscher.
L'aria è invece piuttosto calma nel 2-2 dei Mondiali 1978. Non si può dire la stessa cosa della sfida di Napoli per il primo turno degli Europei 1980. La tripletta di Klaus Allofs stende gli Oranjes di Ernst Happel che salvano l'orgoglio con due reti tardive di Rep e Willy van de Kerkhof, che si ricorda più per il pugno nell'occhio a Bernd Schuster, in un match in cui anche Toni Schumacher e Huub Stevens vengono alle mani. “Loro ci odiano più di quanto noi odiamo loro” sottolinea Karlheinz Förster.
La storica semifinale del 1988
Ma è la semifinale europea del 1988 ad Amburgo che esalta il senso di una rivalità che trascende la competizione sportiva. Una dicotomia che il poeta olandese Erik Van Muiswinkel, in Quanto profondo scorre così spiega nei termini di Bene e Male: “Arancione, Gullit, Bianco; Bianco, Matthaus, Nero”.
Non è un semplice ritorno all’epoca della resistenza contro la Wehrmacht, è una sfida morale tra l’Olanda egualitaria e calvinista, in cui tutti pensano di poter discutere e criticare gli allenatori, e i tedeschi accusati di essere spocchiosi e arroganti. L’arbitro perde subito di vista la partita (il rumeno Ion Igna aveva già mostrato poca attenzione quando, avendo ricevuto un biglietto sbagliato per Stoccarda, era volato lì senza contestare, arrivando poi in terra anseatica appena in tempo per il fischio d’inizio): concede un rigore più che dubbio a Jürgen Klinsmann, un altro ancora più dubbio a Marco van Basten, che raddoppia a dieci minuti dalla fine. Scendono in piazza nove milioni di persone (il 60% della popolazione). In piazza Leidseplein, a Amsterdam, la gente lancia in aria delle biciclette gridando “Urrà, ci siamo ripresi le biciclette”.
Olanda-Germania è anche la partita dello sputo di Frank Rijkaard a Rudi Völler a Italia ‘90, a San Siro, quando Milano vive una giornata in assetto di guerra e una notte di fuoco e disordini. Gli strascichi di quella partita hanno alimentato ancora di più la forza della rivalità tra due Nazionali che si ritrovano, nel 1992, nella fase finale degli Europei, a Göteborg. Prima del match Rinus Michels rivela ai suoi: “Ciò che sto per dire è qualcosa che non ho mai detto prima. Oggi segnerete tre gol, due saranno realizzati dai nostri centrocampisti, e i tedeschi segneranno una o due reti”. Dopo due minuti segna Rijkaard: tre tedeschi lanciano una piccola bomba a frammentazione in un pub a Kerkrade, ferendo tre persone che non stavano guardando la partita. Segnano, poi, la mezzala Richard Witschge e l’attaccante Dennis Bergkamp e, in mezzo, il tedesco Klinsmann. La profezia di Michels si avvera. Dopo la gara cinquecento olandesi passano la frontiera, a Enschede, per andare a distruggere la cittadina tedesca di Gronau. La voglia di rivalsa, spiega Simon Kuper nel suo libro Calcio e potere, benché riempita da parole come Wehrmacht o Resistenza, ha poco a che fare con l’occupazione nazista o con la guerra, che restano solo etichette “con le quali affermare che i nostri giocatori erano la quintessenza dell’olandesità e i loro tipicamente tedeschi”.
Al culmine dell'intensità, nel 1993, il Clingendael, l’Istituto olandese per le Relazioni Internazionali, pubblica una ricerca sugli orientamenti degli adolescenti olandesi: di fronte alla richiesta di ordinare i Paesi della CEE in base al gradimento, i ragazzi mettono la Germania all’ultimo posto. Un simile livello di antagonismo si era riscontrato solo tra chi aveva subito l’occupazione.
Segnali di distensione
Con gli anni la contrapposizione si smussa, ma gli angoli sono ancora lontani dal diventare curve nella memoria collettiva, benché nel tempola presenza di molti giocatori olandesi in Bundesliga, tra cui Rafael van der Vaart, Nigel de Jong, Mark van Bommel e Arjen Robben, ha contribuito ad avvicinare le tifoserie.
Un avvicinamento che nel 2008 ha vissuto un’altro momento per molti versi storico: nel piccolo villaggio olandese di Goirle è stata inaugurato un monumento a Karl-Heinz Rosch, soldato della Wehrmacht che ha dato la sua vita per salvare due bambini, disegnato dall’artista Riet van der Louw.
Quando l'Olanda, però, ha mancato la qualificazione ai mondiali nippocoreani del 2002, si sono moltiplicati i cori dei tifosi tedeschi “Ohne Holland fahr'n wir zur WM” (“senza l'Olanda andiamo ai Mondiali”). Nel 2006 il documentario Deutschland. Ein Sommermärchen, scritto e diretto da Sönke Wortmann, mostra un cartello sull'autostrada, “Olanda, uscita a destra”, che ironizza sulla prematura eliminazione della Nazionale di Van Basten.
Una squadra arrivata in Germania carica di speranze e possibilità e spinta, tra le altre, dalle note dei musicisti olandesi dei de Toppers con la hit Wir Sind die Holländer in cui cantano “siamo venuti a giocare, non a rubare biciclette”.
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