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La lunga notte della lattina
Il "giallo" di Borussia-Inter
di Marco Della Croce
calcio
 
 
Borussia-nter photo credits photo credits photo credits photo credits photo credits Giovedì  1 Giugno 1967: Mantova uno Inter zero. Al 4’ del secondo tempo uno dei rarissimi errori del mitico Giuliano Sarti su un innocuo tiro dell'attaccante Beniamino Di Giacomo segnò il tramonto della Grande Inter di Angelo Moratti ed Helenio Herrera.
Lo squadrone che per tre anni aveva dominato il mondo da quel momento non riuscì più a vincere nulla e iniziò la diaspora dei suoi campioni, sino all’addio dello stesso Presidente e del Mago argentino. La Grande Inter aveva chiuso il suo ciclo, ma i superstiti di quella formazione erano tutt’altro che  finiti. Lo dimostrarono quattro anni dopo, vincendo da dominatori uno strano campionato, iniziato sotto la guida di un altro Herrera, il paraguayano Heriberto, e che dopo sette giornate vedeva i nerazzurri arrancare a sette lunghezze (allora la vittoria valeva due punti) dalla capolista Napoli e a sei dai cugini-nemici del Milan.
Qualche mese dopo l’artefice di quella clamorosa rimonta, Gianni Invernizzi, allenatore cresciuto in casa e per niente abituato ai riflettori della massima serie, guidava la sua Inter nell’attesissimo ritorno in Coppa dei Campioni. Un cammino non facile, quello dei milanesi, ma che, alla resa dei conti, si sarebbe rivelato comunque positivo.
In realtà l’esordio era stato abbastanza agevole, e i nerazzurri si erano liberati già all’andata, con un secco 4-1, dei greci dell’AEK, controllando il ritorno ad Atene (sconfitta per 2-3) senza eccessivi patemi. Gli ottavi di finale avevano portato in sorte un avversario sulla carta non eccelso, ma che avrebbe contro tutte le previsioni dato vita ad un duello epico: il Borussia di Mönchengladbach. Considerati dalla stampa internazionale i favoriti assoluti, i milanesi in effetti non dimostrarono nei giorni precedenti la partita di andata un grosso timore della squadra tedesca. Pur avendo vinto per la seconda volta consecutiva la Bundesliga, il Borussia, rappresentativa di una piccola città ai confini con l’Olanda, era considerata una compagine formata da giovani discreti e nulla più. Così l’Inter alloggiò a Colonia nei giorni precedenti, finendo per compiere un sopralluogo nel campetto di provincia dalle tribune di legno solo il giorno prima della partita.


La disfatta di Mönchengladbach

Sul campo, il 20 0ttobre 1971, la musica fu però diversa da quella immaginata dai nerazzurri. Dopo solo sette minuti di gioco il Borussia era già in vantaggio, con una rete di Jupp Heynckes. L’Inter sembrò allora scuotersi dal torpore iniziale e al 18’ il pareggio arrivò ad opera di Roberto Bobo Boninsegna. Un minuto solo e i tedeschi passarono di nuovo con Ulrik le Fevre, approfittando anche della serata-no del portiere interista Lido Vieri.
Il match manteneva comunque un certo equilibrio e sembrava aperto ad ogni risultato, quando, verso il 30’, dagli spalti partì una lattina di Coca Cola (nessuno – a parte la vittima e il lanciatore – saprà mai con certezza se vuota o piena) che colpì alla testa proprio Boninsegna. Bobo si accasciò svenuto nei paraggi della bandierina del calcio d’angolo: la notte della lattina era iniziata.
Mentre sul campo accadeva di tutto, un poliziotto tedesco si impadronì dell’oggetto, battendo in velocità i giocatori interisti, e lo nascose sotto la divisa, rifiutando con decisione di riconsegnare il corpo del reato. La sparizione della prova appariva inevitabile ed irrimediabile, ma ci pensò Sandro Mazzola a salvare la situazione con un colpo di genio: notati due tifosi italiani che nel parapiglia generale sorseggiavano appunto una Coca, se la fece dare, correndo a consegnarla all’arbitro.
Il centravanti interista, intanto, venne portato negli spogliatoi e il medico sociale, dottor Angelo Quarenghi, ne accertò l’impossibilità a proseguire l’incontro. Al suo posto Invernizzi schierò Giampiero Ghio, ma dal momento della faticosa ripresa del gioco (sette minuti dopo il fattaccio) non ci fu più gara. Gli interisti, ormai certi della vittoria a tavolino, entrarono in stato confusionale e andarono incontro ad un imbarazzante 7-1, per altro limitato dall’ingresso del giovane portiere Ivano Bordon, che nella ripresa aveva sostituito il frastornato Vieri. Non mancò neppure la chicca finale. Un rigore molto dubbio, assegnato sul 6-1 al Borussia, scatenò le ire di Mariolino Corso, il quale inseguì l’arbitro  olandese Jef Dorpmans e lo prese a calci nel sedere: il Piede sinistro di Dio si sarebbe guadagnato pochi giorni dopo una squalifica da Guinness dei Primati. Come Dio volle, la partita finì. Gli interisti uscirono dal campo subissati dai fischi, ma tutto sommato certi di passare il turno a tavolino, e fecero rientro nell’albergo di Colonia.
Non era finita qui, anzi… Alle tre di notte, Franco Manni, Direttore Sportivo dell’Inter, si precipitò urlando nella camera di Peppino Prisco, avvocato di fama e leggendario vicepresidente nerazzurro. Manni aveva appena stabilito una verità da brivido: i regolamenti internazionali, a differenza di quelli italiani, non prevedevano la vittoria a tavolino. Si può immaginare il clima che da subentrò nella comitiva milanese una volta che Prisco, letto e riletto il regolamento, ebbe dato una sconsolata conferma. La scoperta di Manni significava infatti una cosa sola: la sicura eliminazione dalla Coppa. Il ritorno in Italia fu degno di un funerale e i giornali di tutta Europa si scatenarono in commenti feroci e previsioni catastrofiche per l’Inter.
L’unico a non arrendersi fu proprio Peppino Prisco: l’avvocato trascorse le settimane seguenti a studiare il caso, convinto che ci fosse ancora un margine di manovra. Davanti ai giudici, la sua arringa fu semplicemente magistrale. Con argomentazioni stringenti e logica incontrovertibile, verso la mezzanotte di un lunghissimo giorno ginevrino, riuscì a dimostrare che la squadra nerazzurra aveva subito, per l’uscita prematura del centravanti, un danno determinante, di potenzialità e soprattutto psicologico. L’UEFA, superando la lettera dal regolamento, riconobbe le ragioni dell’Inter e con una sentenza storica e coraggiosa ordinò la sorprendente ripetizione della partita sul neutro di Berlino.
Il resto è storia. I nerazzurri, trasformati rispetto alla disfatta di Mönchengladbach, il 3 novembre dominarono 4-2 l’incontro di San Siro, divenuto match di andata. In Germania poi, il primo dicembre,  respinsero i furiosi attacchi del Borussia con una partita eroica, che esaltò le immense doti di Ivano Bordon. Il giovanissimo portiere quella sera parò tutto, anche un rigore, e il pari a reti inviolate qualificò i milanesi ai quarti.
Nel seguito del torneo, l’Inter si dimostrò comunque degna della buona sorte toccatagli. Seppe addirittura giungere sino alla finalissima con l’Ajax, anche se poi, il 31 maggio 1972 a Rotterdam, dovette subire un secco 0-2 dagli olandesi. Quella sera decise la doppietta di un ragazzo che ne avrebbe fatta, di strada. Si chiamava Johann, Johann Cruijff.


Una decisione... provvidenziale

Ma proprio come nei cinematografi del tempo, nelle scene decisive ecco tornare in scena il protagonista, Leandro Arpinati. È ancora lui a stupire tutti: in un Consiglio Federale, infatti, impone a sorpresa la disputa di un ulteriore spareggio, da giocarsi il 9 agosto alle 7 di mattina in un campo secondario del quartiere Vigentino a Milano.
Di quella partita viene però avvisato solo il Bologna, mentre i dirigenti del Genoa ne vengono a conoscenza solo poche ore prima. Con i giocatori liguri richiamati in fretta e furia dalle vacanze e, quindi, del tutto fuori forma, il Bologna ha gioco facile. I rossoblu felsinei si impongono infatti per 2-1, con i sigilli di Pozzi e Perin, in una gara che si svolge con un nutrito contorno di camicie nere emiliane.
La vittoria, comunque, non significa ancora scudetto al Bologna, ma vale comunque più di un’ipoteca. Vinta la Lega Nord, la squadra di Arpinati deve infatti superare la vincente del raggruppamento meridionale. Si tratta però di una semplice formalità, visto che all’epoca il maggior tasso tecnico delle squadre settentrionali era nettissimo e fuori discussione. La doppia finale con l’Alba Roma è infatti a senso unico e vede il Bologna imporsi sia all’andata (4-0) che al ritorno (2-0), conquistando così il titolo di Campione d’Italia per la prima volta nella sua storia.
Uno scudetto importante, forse meritato, ma sul quale grava da sempre il sospetto che sia stato favorito dalle manovre non proprio cristalline di Arpinati. Che, a detta tutti, fu sicuramente l’uomo più importante e decisivo di quella – comunque – magnifica squadra.
 
     
 
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