Piangevano
gli oltre quarantamila viennesi che accompagnavano silenziosamente
il feretro. E piangeva anche chi, dalle finestre e dai balconi,
seguiva il corteo funebre che scorreva lento verso il cimitero.
Quel freddo giorno di gennaio del 1939 tutta la città
si strinse commossa attorno a quella bara. Un funerale maestoso,
partecipato, sentito. Degno di un re o di un eroe.
Matthias Sindelar non era né uno né l’altro.
O forse sì. Forse eroe, per i viennesi, alla fine
lo era diventato davvero. E non solo perché era stato
per anni la bandiera dell’FK Austria Vienna e della
Nazionale austriaca. Il fatto è che Matthias Sindelar
qualche mese prima della sua tragica morte era stato il
protagonista assoluto in un’incredibile partita contro
la Germania.
È il 3 aprile 1938. A Vienna si festeggia l’Anschluss,
l’annessione del Paese alla Germania di Adolf Hitler,
avvenuta tre settimane prima, il 12 marzo. Ovunque svastiche,
striscioni e festoni, mentre nei quartieri risuona l’eco
sinistro del passo dell’oca delle Camicie
Brune. Un clima solo in apparenza festoso, in realtà
imposto a colpi di ordinanze dalle autorità naziste
per salutare la trasformazione di uno stato sovrano in un’anonima
provincia.
A suggellare la giornata non manca la partita di calcio.
Sugli spalti del Prater ci sono sessantamila spettatori,
tra braccia tese e bandiere naziste. In campo va in scena
per l’ultima volta la Nazionale austriaca a cui è
stato concesso l’"onore" di salutare il
suo pubblico prima del suo scioglimento. Alla fine di quei
novanta minuti, infatti, i suoi migliori calciatori, diventati
tedeschi da un giorno all’altro, verranno assorbiti
nel team di Berlino, promosso, con questi nuovi
talenti, al ruolo di superfavorito negli imminenti campionati
del Mondo in Francia.
Al timone della formazione bianco-nera c’è
Sepp Herberger, che nel 1954, in Svizzera, guiderà
i suoi uomini alla vittoria della Coppa Rimet. Di fronte,
undici ragazzi che hanno dato vita al formidabile Wunderteam (così era chiamata la Nazionale austriaca di quel
periodo), praticando per un decennio un gioco veloce e spettacolare
come mai si era visto fino ad allora. Orfani del mitico
CT Hugo Meisl, morto da poco, gli austriaci quel giorno
scendono in campo sotto la guida del trentacinquenne Matthias
Sindelar.
"Cartavelina"
Non può esserci scelta migliore: Sindelar, infatti,
è il capitano e la stella della squadra. Sottile,
quasi trasparente, tanto da essere soprannominato Der
Papierene, Cartavelina. “Era il
padrone della palla, l’artista della finta”,
disse di lui, anni dopo, Vittorio Pozzo, il grande CT azzurro.
“Alla mancanza di fisico sopperiva con l’intelligenza.
Aveva appreso a smarcarsi in modo magistrale. Lasciato libero
distribuiva, smistava, dettava temi di attacco, diventava
la vera intelligenza della prima linea”. In altre
parole, un autentico fuoriclasse.
Del resto Matthias, nato nel 1903 in una famiglia ebrea,
già da ragazzo mostra di avere talento. Orfano di
padre, passa l’adolescenza ad aiutare la madre e le
sorelle nella loro lavanderia, ma nei suoi pensieri c’è
solo la palla di stracci che lo aspetta fuori dal negozio.
Con quella palla, d’altra parte, il ragazzo ci sa
fare davvero. Nelle partite in strada dribbla, passa, stoppa
con una bravura che attira l’attenzione dei dirigenti
dell’Hertha, un club professionistico della capitale,
che nel 1918 lo reclutano nella propria formazione giovanile.
Ci vuole poco a capire che il ragazzino è un piccolo
fenomeno, tanto che nel 1922 lo fanno debuttare in prima
squadra. I suoi numeri colpiscono tutti, finché nel
1924 il presidente del Wiener Amateur, in seguito ribattezzato
FK Austria Vienna, si decide ad acquistarlo. Mai scelta
fu più azzeccata: in poco tempo Cartavelina,
grazie anche alla sua simpatia e alla sua modestia, diventa
la bandiera dei viola (con cui giocherà fino all’ultimo)
e il beniamino dei tifosi. Grazie ai suoi gol l’FK
vince un titolo, sei coppe nazionali e due Mitropa Cup.
In Nazionale conquista invece una Coppa Internazionale e
un argento olimpico nel 1936. La popolarità del Mozart del calcio, come lo chiama il suo CT Hugo Meisl, lo porta
a diventare un ottimo testimonial pubblicitario.
La partita dell'addio
Questo è l’uomo che guida il Wunderteam nella partita dell’addio. E la guida sul serio, caricando
i compagni e imponendo loro di giocare ancora una volta
con la tradizionale casacca bianco-rossa. E la guida sul
campo, con gli avversari che si affannano dietro le sue
giocate. Un primo tempo equilibrato, poi i padroni di casa
– per modo di dire – aumentano il ritmo finché,
al 62', proprio Sindelar supera il portiere ospite con un
destro preciso. Lo stadio è una bolgia, tutti sanno
bene che il significato di quella partita va ben oltre il
fatto sportivo. Al 71', poi, il terzino Karl Sesta, da 40
metri, effettua verso la porta avversaria un lancio apparentemente
innocuo. Il tiro, però, come spinto da una forza
invisibile, s’insacca incredibilmente per la seconda
volta: 2-0.
È fatta! L’incontro finisce senza che il risultato
cambi ancora. Nel suo canto del cigno il Wunderteam ha dimostrato che almeno la dignità non può
essere annessa. Poi la scena che non ti aspetti: il protocollo
prevede che le due squadre, prima di uscire, salutino con
il braccio teso le autorità tedesche in tribuna.
Lo fanno tutti, tranne gli autori dei due gol, Karl Sesta
e Matthias Sindelar. Loro non salutano, ma restano sull’attenti,
le braccia allungate sui fianchi, davanti ai gerarchi irritati.
A Matthias non piace l’Anschluss, né
il nazismo e tantomeno Hitler, ecco perché non tende
il braccio. Alla successiva richiesta del CT tedesco di
giocare nella sua Nazionale oppone poi un secco rifiuto.
Un gesto e un no che gli costeranno molto cari. Nel frattempo,
intorno a lui – ebreo – tutto precipita alla
velocità della luce. La scure delle leggi razziali
non ha ancora colpito i calciatori ma ha già iniziato
ad abbattersi sui dirigenti. Il presidente dell’FK,
Michl Schwarz, è uno di questi. Allontanato dalla
sua carica, vive emarginato e ignorato da tutti, ma non
da Sindi che continua a salutare ad alta voce il
suo vecchio presidente. Il bomber gioca ancora
qualche partita (l’ultima contro l’Hertha),
ma solo perché la Gestapo, che lo pedina
giorno e notte, glielo permette a causa della sua popolarità.
Poi finisce tutto. Il 23 gennaio 1939 Sindelar viene trovato
morto accanto a Camilla Castagnola, una giovane amica ebrea
conosciuta da poco. C’è chi dice a causa dell’ossido
di carbonio sprigionato da una stufa difettosa, chi sostiene
che si tratti di suicidio per depressione, chi di omicidio
politico. Non si saprà mai, anche perché la Gestapo farà sparire i rapporti del caso.
Il giorno dei funerali Vienna aveva più di un motivo
per piangere. Con Matthias Sindelar scompariva infatti anche
una nazione intera, inglobata dall’espansionismo nazista.
Ciò che non poté essere sepolto fu però
il ricordo del Mozart del calcio, che in Austria
è rimasto ancora vivo anche a distanza di decenni.
Ci piace pensare che, mentre la città ferita applaudiva
per l’ultima volta il suo indimenticabile campione,
qualcuno abbia trovato in quel saluto rifiutato un motivo
in più per resistere a tempi che si preannunciavano
durissimi.
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