Nell’aria
pareva di sentire ancora l’eco assordante degli spari
e l’odore penetrante del sangue. Negli occhi le terribili
sequenze dei fatti accaduti quattro giorni prima nel villaggio
olimpico, la cui tradizionale inviolabilità era stata
profanata da quella assurda carneficina.
Fedayyìn, si erano proclamati quegli uomini
incappucciati che avevano seminato morte e terrore tra gli
atleti israeliani. Una disperata lotta per la libertà,
quella del popolo palestinese, era entrata con tutta la
sua devastante violenza sul palcoscenico più in vista
del momento: l’Olimpiade di Monaco.
Quel 5 settembre 1972 segnò per sempre la fine dell’innocenza
dello sport, se mai esistette per davvero. Per Avery Brundage,
controverso presidente del CIO, lo spettacolo doveva
però continuare a tutti i costi. E così fu.
Liquidato il massacro con una solenne cerimonia allo Stadio
Olimpico, già dal giorno dopo il calendario riprese
a scandire gare, partite e concorsi.
Una storica finale
Anche il torneo di pallacanestro giunse in porto senza troppi
intoppi: Il 9 settembre, il sabato successivo alla strage,
era in calendario la finale. Curioso l’orario di inizio,
fissato per le 23,45 in obbedienza alle esigenze delle potenti
catene televisive americane. A contendersi la vittoria,
sul parquet del Basketball Hall, le Nazionali dell’URSS
e degli USA, con i sovietici favoriti dal pronostico, ma
con gli statunitensi convinti di avere già in tasca
la medaglia d’oro. La tradizione era infatti tutta
dalla loro parte: dai Giochi di Berlino del 1936 (edizione
in cui basket aveva fatto il suo esordio come disciplina
olimpica), il team a stelle e strisce aveva vinto
ben sessantatre partite senza perderne nemmeno una, salendo
in tutte le edizioni disputatesi da allora sul gradino più
alto del podio.
Questa volta, però, le cose presero un’altra
piega. Non potendo – come allora imponeva il regolamento
– schierare giocatori professionisti, gli americani
misero insieme un team di atleti universitari con
alle spalle solo dodici amichevoli. Al timone ancora il
vecchio Henry Hank Iba, un tecnico vincente, ma
rimasto legato a un’idea di basket lenta e superata
dalle moderne tendenze tattiche.
Tutt’altra cosa la Nazionale in maglia rossa, allenata
dal giovane Vladimir Petrović Kondrashin e composta
da giocatori che erano dilettanti solo sulla carta. Si trattava,
in realtà, di autentici fuoriclasse (Sergej Alexandrović
Belov, su tutti), forti di un’esperienza sconosciuta
ai giovanotti USA perché costruita in molti anni
di campionati, coppe europee e tornei internazionali.
Il fischio d’inizio vide i sovietici riversarsi all’attacco,
chiarendo subito a tutti quale sarebbe stata l’impostazione
della partita. Ma, dopo quell’avvio tremendo (0-7
dopo pochi secondi), gli americani cominciarono a macinare
un gioco ordinato, riuscendo a chiudere il primo tempo su
un accettabile 21-26.
Il sostanziale equilibrio proseguì fino a quando,
nella seconda frazione, Dwight Jones fu espulso con Ivan
Vasilević Dvornij, una riserva fatta entrare –
si disse – proprio allo scopo di provocare gli avversari.
Poi, come se non bastasse, sugli uomini di Iba si abbatté
subito dopo un’altra tegola: nella palla a due che
sanciva la ripresa del gioco, Jim Brewer vinse la contesa,
ma una spinta maligna da parte del suo avversario lo fece
rovinare a terra. In pochi secondi due tra i più
forti giocatori americani erano definitivamente out.
Gli Stati Uniti accusarono il colpo. In poco tempo, da un
risultato ancora in discussione (al momento della doppia
espulsione si era infatti sul 38-34 per gli europei), gli
americani andarono rapidamente sotto di dieci punti. Quando
però l’esito del match sembrava ormai
segnato, a dieci minuti dalla fine la partita cambiò
improvvisamente volto: gli universitari cominciarono infatti
a giocare come mai avevano fatto in tutto il torneo. L’orgoglio
e, forse, la vergogna di dover passare alla storia come
i primi cestisti USA a non vincere un’Olimpiade misero
le ali agli universitari. Un canestro segnato da Jim Forbes
a quaranta secondi dalla fine riportò la squadra
a stelle e strisce a un solo punto dagli avversari: 49-48.
A quel punto l’URSS decise di usare tutti i trenta
secondi a disposizione prima di andare a canestro, ma il
tiro finale di Alexandr Alexandrović Belov – fratello
di Sergej – fu stoppato da Tom McMillen. Il sovietico,
riconquistata la palla, cercò allora di smarcare
un compagno, ma il passaggio fu intercettato da Doug Collins
che s’involò verso il canestro. Non ci arrivò,
naturalmente, perché due difensori avversari lo stesero
senza tanti complimenti.
Inevitabili i due tiri liberi. A tre secondi dalla fine
gli americani avevano così, per la prima volta in
quella finale, l’occasione di mettere una seria ipoteca
sulla vittoria. In lunetta Collins fece il suo dovere: 50-49
per gli USA!
Un finale incredibile
Alla ripresa del gioco, però, accadde l’imprevisto:
Kondrashin entrò in campo, protestando con vigore
per la mancata concessione del time out da lui
richiesto – disse – pochi secondi prima. L’inevitabile
fischio dell’arbitro brasiliano Renato Righetto per
quell’infrazione si sovrappose al suono della sirena
per cui, convinti che la partita fosse terminata, i cestisti
americani si abbandonarono a scene di giubilo.
Un’esultanza che durò poco. Un cronometrista
fece infatti notare ai giudici di gara che il match non era veramente finito: in effetti il fischio dell’arbitro
era arrivato a un secondo dalla fine. Subito dopo, però,
arrivò un clamoroso contrordine: William Jones, segretario
della FIBA, presente alla finale, decretò
(non si sa bene a che titolo) che i secondi da giocare dovevano
essere in realtà tre. Le due squadre sarebbero dovute
cioè ripartire dalla fine dei tiri liberi precedenti.
Il parquet fu sgombrato ma, nello stesso istante
in cui la palla fu di nuovo in gioco, arrivò il fischio
della sirena a sancire il tempo scaduto. Era infatti successo
che il timer del tabellone, a dispetto della decisone
di Jones, era rimasto sul –1'' della precedente interruzione.
L’ulteriore invasione di campo e le scene di esultanza
da parte dei cestisti USA furono ancora una volta frustrate
dal dirigente FIBA che, irritato, ribadì
con forza la sua decisione: si dovevano giocare tre secondi,
non uno.
Si ripartì per la terza volta, non prima di aver
correttamente riportato il cronometro sul –3”.
Da fondo campo Ivan Edeshko lanciò la palla verso
l’area USA, scavalcando i tre avversari che gli si
erano parati davanti. E qui accadde l’incredibile:
nel tentativo di intercettare quel lancio i due difensori
Kevin Joyce e Jim Forbes si scontrarono in volo, dando il
via libera ad Alexandr Belov che, incredulo, andò
a canestro giusto un attimo prima della sirena: 51-50. Medaglia
d’oro!
Le aspre polemiche e la bocciatura del ricorso USA resero
il dopopartita incandescente, anche se, osservando le immagini
televisive, pare proprio che quel time out fosse
stato richiesto correttamente dal coach sovietico.
Gli uomini di Iba non vollero sentire ragioni: perdere la
finale (e l’egemonia olimpica) in quel modo e, per
giunta, contro i sovietici in piena guerra fredda,
fu davvero troppo. Dichiarando di aver subito un autentico
sopruso, non si presentarono alla cerimonia di premiazione.
Ancora oggi ci sono dieci medaglie d'argento custodite nel caveau di una banca di Losanna (da sempre sede
del CIO) in attesa di essere ritirate.È facile prevedere che vi resteranno per sempre.
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