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La Simmenthal in Europa
L'età d'oro dell'Olimpia Milano
di Marco Della Croce
basket
 
 
la Simmenthal campione d'Italia photo credits Sembra incredibile, eppure c’è stato un tempo in cui la marca di una famosa carne in scatola era per tutti solo il nome di una squadra di pallacanestro. E che squadra! In diciassette anni ben dieci scudetti vinti, una Coppa dei Campioni, due Coppe delle Coppe, una Coppa Italia.
Matrimonio più fortunato non avrebbe potuto esserci, quello tra l’Olimpia, squadra milanese fondata nel 1936 dal triestino Adolfo Bogoncelli, e la Simmenthal, popolare marchio dell’industria alimentare italiana, produttrice di carne in scatola. A dirla proprio tutta le nozze furono fortunate soprattutto per l’Olimpia, ma su questo argomento ritorneremo alla fine.
Non che l’abbinamento precedente fosse stato un fallimento per i biancorossi meneghini, tutt’altro. Con il marchio Borletti (produttrice di sveglie e contachilometri) l’Olimpia aveva infatti conquistato ben nove titoli nazionali. Nel suo campo in asfalto e all’aperto di via Costanza, sede per molti anni delle partite casalinghe (in seguito disputate al Palalido), giocarono diversi miti del basket meneghino: da Enrico Castelli a Cesare Canetta, da Romeo Romanutti a Sergio Paganella, da Giuseppe Sforza ad Alessandro Acerbi, da Sergio Stefanini a Giovanni Miliani. Ma furono soprattutto due fuoriclasse come Sandro Gamba, futuro allenatore della nazionale, e Cesare Rubini, già campione olimpico di pallanuoto a Londra nel 1948, coach per molti anni della stessa Olimpia e primo italiano ad essere ammesso alla Basketball Hall of Fame, che incarnarono al meglio lo spirito moderno e innovativo della società meneghina. L’Olimpia, infatti, fu la prima squadra italiana ad avere uno sponsor (la Borletti, appunto), la prima a mettere sotto contratto giocatori stranieri – a partire dal greco Mimis Stephanidis, nel 1955 –, la prima, infine, a creare un suo logo, oggi noto in tutto il mondo: le Scarpette Rosse.


Lo "sponsor" Simmenthal

Il 1956 fu dunque un anno decisivo per la storia della squadra meneghina: alla Borletti, infatti, subentrò come sponsor la Simmenthal, mentre Cesare Rubini, dato l’addio ai campi di gioco, ne divenne il coach. Il successo del nuovo corso fu immediato, tanto che i milanesi conquistarono subito il loro decimo titolo – e quindi la stella –, superando la Virtus Minganti di Bologna, campione in carica. Il quintetto base di quell’anno è ancora oggi ben stampato nella mente dei tifosi: Gianfranco Pieri, Sandro Riminucci, Sandro Gamba, Enrico Pagani e Ron Clark.
Da lì in poi la Simmenthal conquistò altri nove scudetti grazie anche all’apporto determinante di assi stranieri del calibro di George Bon Salle, Peter Tillotson, Duane Skip Thoren, Steve Chubin e Arthur Kenney, e di ottimi giocatori italiani come Massimo Masini, Giulio Iellini, Gianfranco Pieri, Gabriele Vianello, Pino Brumatti e Renzo Bariviera, giusto per citarne alcuni.
Un periodo irripetibile, durante il quale il team milanese si tolse anche lo sfizio di cogliere la prima vittoria italiana in assoluto in campo internazionale, conquistando, nel 1966, la Coppa dei Campioni. E dire che la competizione europea era cominciata male per i milanesi, sconfitti nelle prime due partite del girone eliminatorio dal Racing Malines e dallo Slavia Praga.
Ma Bogoncelli desiderava ardentemente il titolo europeo, ragion per cui decise l’ingaggio, limitatamente ai match di coppa di quella stagione, dell’americano William Warren Bradley, eletto miglior cestista universitario del 1965. Il fuoriclasse del Missouri, già medaglia d’oro con la sua nazionale all'Olimpiade di Tōkyō, aveva infatti deciso di ritardare di un anno il suo approdo tra i professionisti per seguire un corso universitario a Oxford.
Il mitico presidente non si fece scappare l’occasione e mise sotto contratto Bradley. Costo dell’operazione: mille dollari a partita. Quell’anno l’Olimpia, unico team italiano, annoverava così tra le sue fila ben due stranieri. Il primo, Skip Thoren, contribuì all’ennesimo scudetto con uno score finale di oltre duecento punti, mentre il secondo, Bill Bradley, fu l’indiscutibile eroe di coppa. Il cestista del Missouri, per la cronaca, dopo aver conquistato negli anni a venire due titoli nell’NBA con i New York Knicks ed essere entrato nella leggenda del basket, diventò senatore degli Stati Uniti.
E torniamo alla Coppa. La Simmenthal rialzò ben presto la testa, vendicando nei match di ritorno le prime due sconfitte e regolando in seguito i tedeschi dell’MTV Giessen. Come ultimo ostacolo verso la fase finale erano rimasti i fortissimi campioni in carica del Real Madrid. L’andata vide prevalere gli spagnoli per cinque punti (71-66), risultato che obbligava le Scarpette Rosse a una superba prestazione nella gara di ritorno. E superba prestazione fu. I biancorossi vinsero infatti per 93-76, al termine di una partita che vide Gabriele Vianello mattatore con ben quaranta punti.
Nei quarti di finale i meneghini sconfissero l’Hapoel di Tel Aviv, battuti sia a Milano che in Israele, mentre in semifinale ebbero ragione del CSKA Mosca, qualificandosi così per la finalissima del 1 aprile 1966, a Bologna, contro lo Slavia Praga che, a sua volta, aveva superato l’AEK Atene.


Un trionfo storico

I boemi, allenati da Jaroslav Šip, erano una squadra formidabile in cui brillavano le stelle dei tre Jiří: Zídek, Zedníčeck e Ammer. Ma gli uomini di Rubini quella sera avevano una marcia in più. Bradley, nonostante l’arcigna marcatura di Ammer, riuscì a segnare quattordici punti, mentre Vianello e l’altro americano Thoren, vero e proprio uomo del match, tornarono a casa con un bottino di ventuno punti a testa. Il risultato finale fu 77-72 per i biancorossi, dopo un emozionante testa a testa durato per quasi tutta la partita. Per la prima volta la Coppa dei Campioni di basket era stata vinta da una squadra italiana.
Una vittoria che i milanesi non riuscirono a bissare l’anno successivo, battuti in finale dal Real Madrid che si vendicò così della sconfitta subita nel torneo precedente. La Simmenthal tornerà comunque a vincere in campo internazionale nel 1971 e nel 1972, conquistando la Coppa delle Coppe contro, rispettivamente, lo Spartak Leningrado e la Stella Rossa Belgrado.
Successi che, assieme ai trionfi e ai piazzamenti nel campionato e nella coppa di casa nostra (per un totale di trecentoventidue partite vinte, contro ventotto sconfitte), resero così popolare il team meneghino che a un certo punto la gente cominciò a identificare il nome Simmenthal più con la squadra di basket che con l’azienda produttrice di carne in scatola.
Così, con la stagione 1972-73, lo storico marchio alimentare abbandonò a malincuore l’Olimpia, rimpiazzata dalla Innocenti. Quell’anno cambiarono anche i colori sociali, dal biancorosso all’azzurro, mentre Cesare Rubini decise che era ormai giunta l’ora di lasciare la panchina.
Un’epoca si era chiusa per sempre.
 
     
 
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