Sembra
incredibile, eppure c’è stato un tempo in cui
la marca di una famosa carne in scatola era per tutti solo
il nome di una squadra di pallacanestro. E che squadra!
In diciassette anni ben dieci scudetti vinti, una Coppa dei Campioni,
due Coppe delle Coppe, una Coppa Italia.
Matrimonio più fortunato non avrebbe potuto esserci,
quello tra l’Olimpia, squadra milanese fondata nel
1936 dal triestino Adolfo Bogoncelli, e la Simmenthal, popolare
marchio dell’industria alimentare italiana, produttrice
di carne in scatola. A dirla proprio tutta le nozze furono
fortunate soprattutto per l’Olimpia, ma su questo
argomento ritorneremo alla fine.
Non che l’abbinamento precedente fosse stato un fallimento
per i biancorossi meneghini, tutt’altro. Con il marchio
Borletti (produttrice di sveglie e contachilometri) l’Olimpia
aveva infatti conquistato ben nove titoli nazionali. Nel
suo campo in asfalto e all’aperto di via Costanza,
sede per molti anni delle partite casalinghe (in seguito
disputate al Palalido), giocarono diversi miti del basket
meneghino: da Enrico Castelli a Cesare Canetta, da Romeo
Romanutti a Sergio Paganella, da Giuseppe Sforza ad Alessandro
Acerbi, da Sergio Stefanini a Giovanni Miliani. Ma furono
soprattutto due fuoriclasse come Sandro Gamba, futuro allenatore
della nazionale, e Cesare Rubini, già campione olimpico
di pallanuoto a Londra nel 1948, coach per molti
anni della stessa Olimpia e primo italiano ad essere ammesso
alla Basketball Hall of Fame, che incarnarono al
meglio lo spirito moderno e innovativo della società
meneghina. L’Olimpia, infatti, fu la prima squadra
italiana ad avere uno sponsor (la Borletti, appunto),
la prima a mettere sotto contratto giocatori stranieri –
a partire dal greco Mimis Stephanidis, nel 1955 –,
la prima, infine, a creare un suo logo, oggi noto in tutto
il mondo: le Scarpette Rosse.
Lo "sponsor" Simmenthal
Il 1956 fu dunque un anno decisivo per la storia della squadra
meneghina: alla Borletti, infatti, subentrò come sponsor la Simmenthal, mentre Cesare Rubini, dato
l’addio ai campi di gioco, ne divenne il coach.
Il successo del nuovo corso fu immediato, tanto che i milanesi
conquistarono subito il loro decimo titolo – e quindi
la stella –, superando la Virtus Minganti di Bologna,
campione in carica. Il quintetto base di quell’anno
è ancora oggi ben stampato nella mente dei tifosi:
Gianfranco Pieri, Sandro Riminucci, Sandro Gamba, Enrico
Pagani e Ron Clark.
Da lì in poi la Simmenthal conquistò altri
nove scudetti grazie anche all’apporto determinante
di assi stranieri del calibro di George Bon Salle, Peter
Tillotson, Duane Skip Thoren, Steve Chubin e Arthur Kenney,
e di ottimi giocatori italiani come Massimo Masini, Giulio
Iellini, Gianfranco Pieri, Gabriele Vianello, Pino Brumatti
e Renzo Bariviera, giusto per citarne alcuni.
Un periodo irripetibile, durante il quale il team milanese si tolse anche lo sfizio di cogliere la prima vittoria
italiana in assoluto in campo internazionale, conquistando,
nel 1966, la Coppa dei Campioni. E dire che la competizione
europea era cominciata male per i milanesi, sconfitti nelle
prime due partite del girone eliminatorio dal Racing Malines
e dallo Slavia Praga.
Ma Bogoncelli desiderava ardentemente il titolo europeo,
ragion per cui decise l’ingaggio, limitatamente ai match di coppa di quella stagione, dell’americano
William Warren Bradley, eletto miglior cestista universitario
del 1965. Il fuoriclasse del Missouri, già medaglia
d’oro con la sua nazionale all'Olimpiade di Tōkyō,
aveva infatti deciso di ritardare di un anno il suo approdo
tra i professionisti per seguire un corso universitario
a Oxford.
Il mitico presidente non si fece scappare l’occasione
e mise sotto contratto Bradley. Costo dell’operazione:
mille dollari a partita. Quell’anno l’Olimpia,
unico team italiano, annoverava così tra
le sue fila ben due stranieri. Il primo, Skip Thoren, contribuì
all’ennesimo scudetto con uno score finale
di oltre duecento punti, mentre il secondo, Bill Bradley, fu
l’indiscutibile eroe di coppa. Il cestista del Missouri,
per la cronaca, dopo aver conquistato negli anni a venire
due titoli nell’NBA con i New York Knicks ed essere
entrato nella leggenda del basket, diventò senatore
degli Stati Uniti.
E torniamo alla Coppa. La Simmenthal rialzò ben presto
la testa, vendicando nei match di ritorno le prime
due sconfitte e regolando in seguito i tedeschi dell’MTV
Giessen. Come ultimo ostacolo verso la fase finale erano
rimasti i fortissimi campioni in carica del Real Madrid.
L’andata vide prevalere gli spagnoli per cinque punti
(71-66), risultato che obbligava le Scarpette Rosse a una superba prestazione nella gara di ritorno. E superba
prestazione fu. I biancorossi vinsero infatti per 93-76,
al termine di una partita che vide Gabriele Vianello mattatore
con ben quaranta punti.
Nei quarti di finale i meneghini sconfissero l’Hapoel
di Tel Aviv, battuti sia a Milano che in Israele, mentre
in semifinale ebbero ragione del CSKA Mosca, qualificandosi
così per la finalissima del 1 aprile 1966, a Bologna,
contro lo Slavia Praga che, a sua volta, aveva superato
l’AEK Atene.
Un trionfo storico
I boemi, allenati da Jaroslav Šip, erano una squadra
formidabile in cui brillavano le stelle dei tre Jiří:
Zídek, Zedníčeck e Ammer. Ma gli uomini
di Rubini quella sera avevano una marcia in più.
Bradley, nonostante l’arcigna marcatura di Ammer,
riuscì a segnare quattordici punti, mentre Vianello e l’altro
americano Thoren, vero e proprio uomo del match,
tornarono a casa con un bottino di ventuno punti a testa. Il
risultato finale fu 77-72 per i biancorossi, dopo un emozionante
testa a testa durato per quasi tutta la partita. Per la
prima volta la Coppa dei Campioni di basket era stata vinta
da una squadra italiana.
Una vittoria che i milanesi non riuscirono a bissare l’anno
successivo, battuti in finale dal Real Madrid che si vendicò
così della sconfitta subita nel torneo precedente.
La Simmenthal tornerà comunque a vincere in campo
internazionale nel 1971 e nel 1972, conquistando la Coppa
delle Coppe contro, rispettivamente, lo Spartak Leningrado
e la Stella Rossa Belgrado.
Successi che, assieme ai trionfi e ai piazzamenti nel campionato
e nella coppa di casa nostra (per un totale di trecentoventidue partite
vinte, contro ventotto sconfitte), resero così popolare
il team meneghino che a un certo punto la gente
cominciò a identificare il nome Simmenthal più
con la squadra di basket che con l’azienda produttrice
di carne in scatola.
Così, con la stagione 1972-73, lo storico marchio
alimentare abbandonò a malincuore l’Olimpia,
rimpiazzata dalla Innocenti. Quell’anno cambiarono
anche i colori sociali, dal biancorosso all’azzurro,
mentre Cesare Rubini decise che era ormai giunta l’ora
di lasciare la panchina.
Un’epoca si era chiusa per sempre. |
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