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Un sogno italo-americano
Il mito di Joe DiMaggio
di Graziana Urso
baseball
 
 
Joe DiMaggio photo credits A quel buono a nulla di Joe tirare le reti sulla banchina della baia di San Francisco non era mai piaciuto. Che razza di disdetta per un pescatore nato da pescatori avere un figlio che se ne stava a giocare a baseball tutto il giorno nel parcheggio dei furgoni-latticini di North Beach! Lui, come il Santiago del capolavoro letterario Il vecchio e il mare, quel figlio avrebbe voluto portarlo a pescare. Invece Joe finì nelle pagine di Ernest Hemingway e nella storia d'America per aver trovato la propria rotta sulla terraferma. Dentro il diamante, precisamente, saltando fuori dalla trama di un destino scritto da generazioni per divenire the Great, il grande, DiMaggio.
Joe venne al mondo in California il 25 novembre 1914, ottavo dei nove figli di Giuseppe e Rosalia, due emigranti siciliani sbarcati all'inizio del secolo sulle coste del Pacifico da Isola delle Femmine, in provincia di Palermo. La sua infanzia s'inscrive negli anni in cui la stella di Babe Ruth illumina il baseball nazionale, raggiungendo anche le strade chiassose e scalcinate dei quartieri poveri metropolitani. Joe ne è conquistato, rivelando il rimpianto di non aver mai visto giocare il suo mito quando sarà lui l'idolo dei ragazzini americani.


Un biglietto da visita impressionante

A sedici anni Joe gioca in una squadra locale, la Rossi, guadagnando i suoi primi sedici dollari. Poi è la volta dei San Francisco Seals, il team del fratello maggiore Vince, che nel marzo del 1932 lo arruola nel ruolo di interbase. A Joe bastano un anno – quello successivo – e una hitting streak di sessantuno partite per cominciare ad attirare dalla Pacific Coast League l'attenzione degli osservatori statunitensi. Nel novembre del 1934 Charlie Graham, il patron dei Seals, fiuta l'affare e lo cede ai New York Yankees in cambio di 25.000 dollari e cinque giocatori. Un infortunio costringe DiMaggio a giocare nella serie minore ancora una stagione: si presenterà nella Grande Mela con un biglietto da visita di 34 fuoricampo, 154 punti battuti a casa e una media battuta che sfiora i 400 (0.398).

Con gli Yankees esordisce il 3 maggio 1936, ma a Joe serve qualche gara per superare i pregiudizi dei giornali newyorkesi, non teneri nei confronti di questo italiano schivo e garbato, tanto lontano dallo stereotipo pasta, mafia e pizza con cui i nostri concittadini vengono etichettati oltreoceano. Joe dà nuova luce all'identità italoamericana scalzando dallo scranno di re dello Yankee Stadium lo stesso sfortunato capitan Lou Gehrig, che di lì a poco sarà costretto a giocare una partita letale contro la sclerosi laterale amiotrofica. DiMaggio è elegante, potente, agile, un mix, qualcuno dice, tra Babe Ruth, Ty Cobb e Shoeless Joe Jackson. Lo ribattezzano Clipper, dal nome di una barca invincibile, e Joltin', picchiatore. Gli Yankees non vincono le World Series da quattro anni: con lui firmeranno l'albo d'oro della competizione nei successivi quattro, per un totale di nove successi in tredici anni.
La fama di DiMaggio cresce di stagione e in stagione, fino al 1941, anno in cui vince realizzando una hitting streak di cinquantasei gare: è lui l'ultima star dell'era pre-televisiva, e le sue gesta, raccontate dalla radio o dalla stampa, ne fanno un personaggio noto ma evanescente, una leggenda popolare più che un uomo in carne ed ossa, un santino da stringere idealmente al petto anche in punto di morte. Come fecero tanti soldati americani al fronte, mormorando ai compagni negli ultimi istanti: “Salutami Joe DiMaggio, quando torni a casa”.

Anche Joe andò in guerra, con i buoni auspici del ballerino di tip tap Bill Bojangles Robinson, che danzò per lui sul tetto della panchina yankee mentre il cantante Les Brown registrava i versi “Joltin Joe DiMaggio, ti vogliamo al nostro fianco”. Il 17 febbraio 1942 DiMaggio si unisce alle forze armate, ma non conoscerà mai le asprezze del conflitto, né lascerà il suolo statunitense. Nonostante chieda di non ricevere trattamenti di favore, a lui viene affidato il solo compito di intrattenere le truppe giocando a baseball, insieme a campioni come Joe Gordon, Phil Rizzuto, Johnny Mize e il fratello minore Dominic.
Nella primavera del 1946 DiMaggio torna a New York dove, l'anno seguente, riassapora la vittoria con gli Yankees, replicando nel 1949, 1950 e 1951. Anche quando un infortunio al tallone nel 1948 gli rende la stagione difficile e gli Yankees cedono il passo nella penultima giornata di campionato ai Boston Red Sox e agli Indians, Joe riesce a stupire lo stesso realizzando 39 fuoricampo e 155 punti battuti a casa. Ma alla fine del 1951 il dolore al piede diventa insopportabile e DiMaggio decide di ritirarsi, malgrado una media battuta stagionale di 0, 350. “Quando il baseball non è più un divertimento” – afferma – “allora non è neanche più un gioco”. Dopo 1.736 partite, 1.308 vittorie e 361 fuoricampo, Mister Baseball abbandona le scene. Tornerà presto alla ribalta della cronaca: rosa, questa volta.
È il 1952 e a una cerimonia di battesimo dei suoi amici Barzocchini (Reno e la moglie Patricia), in un ristorante della Sunset Strip, Joe incontra una giovane attrice di nome Norma Jean Baker. Non potrebbero essere più diversi: lui riservato e distinto, lei sensuale ed esuberante; lui al tramonto della carriera, lei sulla strada per diventare Marilyn Monroe. DiMaggio, che è stato sposato all'attrice Dorothy Arnold ed è già padre di Joseph, se ne innamora perdutamente e la corteggia per ben diciotto mesi, tenendo l'America col fiato sospeso.


Il matrimonio con Marilyn

Il 14 gennaio 1954 si celebra a San Francisco il matrimonio del secolo, ma qualcosa non funziona in quell'unione patinata. Già durante la luna di miele a Tōkyō, Joe va su tutte le furie quando scopre che Marilyn, invitata in Corea dall'esercito americano impegnato al fronte, si è esibita in uno spettacolo provocante. La sua gelosia scatena la rottura nove mesi più tardi: la gonna svolazzante di Marilyn nella scena cult del film Quando la moglie è in vacanza decreta la fine del matrimonio. I due però resteranno amici tutta la vita e sarà Joe a occuparsi delle spese del funerale dell'attrice quando lei morirà in circostanze misteriose, strappandola agli sciacalli che volevano speculare anche sul suo cadavere e facendole recapitare sulla sua tomba trenta rose ogni settimana per trent'anni, fino a quando la malattia che lo porterà alla morte nel 1999 non glielo impedirà.
L'America forse l'amò anche per quest'animo gentile che gli consentiva di cercare il senso delle relazioni umane sotto la polvere di stelle, oltre il sogno americano, che lui pure aveva incarnato. Dove sei andato, Joe DiMaggio? Una nazione volge i suoi occhi solitari verso di te, cantavano nella loro celeberrima Mrs. Robinson Paul Simon e Art Garfunkel nel 1968. Lui si risentì, pensando che la strofa si riferisse al suo ritiro dal baseball, fino a comprendere anni dopo grazie ad un incontro casuale con Simon che quei versi intendevano solo denunciare la scomparsa di veri eroi.
Joe lo era stato, nonostante – più umile che mai – fosse convinto del contrario quando all'amico Ernest Hemingway confidò: “Nella vita non ho mai imparato un mestiere serio, ma soltanto a essere pagato per colpire una stupida palla con uno stupido bastone”.
 
     
 
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