Lo
stupore che colpì i dodicimila spettatori del Briggs
Stadium di Detroit, quando l’altoparlante annunciò
la formazione degli ospiti, fu qualcosa di tangibile. La
prima base degli Yankees, quel giorno opposti alla squadra
di casa dei Tigers, sarebbe stato tale Ellsworth Tenney
Dahlgren, detto Babe.
Era il 2 maggio 1939, un martedì. Un silenzio carico
di interrogativi invase gli spalti. Da sempre quel ruolo
era appartenuto a Lou Gehrig, il formidabile numero
quattro del popolare team newyorchese. Mai
un’assenza o una defezione, niente infortuni, zero
malattie, nessuna squalifica. Gli ultimi quattordici anni
passati ininterrottamente sui diamanti d’America.
Fu così che quando, poco dopo, Iron Horse – così era chiamato Gehrig – entrò
in campo come capitano non giocatore per consegnare all’arbitro
l'ordine di battuta, tutti i si alzarono in piedi e gli
tributarono una standing ovation di oltre due minuti.
Fu una sincera manifestazione di solidarietà, ma
anche un commosso saluto a un avversario la cui simpatia
e bravura lo avevano reso popolare e amato anche oltre i
confini della Grande Mela.
Bastò un attimo, infatti, perché i presenti
capissero che la carriera di quell’uomo alto e bello
come un attore era probabilmente finita per sempre. Quell’assenza
innaturale, quel vuoto forzatamente riempito da un’anonima
riserva, dettero corpo ai timori che ogni tifoso d’America
custodiva dentro di sé già da tempo.
L'inizio della malattia
Da quando erano iniziate le World Series del 1939, infatti,
il rendimento di Lou Gehrig, di norma eccellente, aveva
subito un inspiegabile calo. Già nel 1938 la sua
media battuta era scesa per la prima volta al di sotto di
.300, ma la situazione era precipitata all’inizio
della nuova stagione. Lou era diventato lento, goffo e impacciato
e commetteva errori incredibili. Qualcosa non andava, ma
nessuno sapeva dire perché. I medici pensarono a
un problema alla cistifellea, ma la dieta che gli imposero
lo rese ancora più debole.
I tifosi erano in ansia, i giornalisti raccoglievano voci
strane, i compagni cercavano in tutti i modi di incoraggiare
il loro capitano, finché, alla vigilia del match contro i Tigers, Lou decise che era giunta l’ora di
farsi da parte e scoprire cosa gli stesse succedendo. Una
decisione accelerata da un episodio accaduto nell’ultima
partita giocata qualche giorno prima, quando era stato festeggiato
dai compagni di squadra per una presa in realtà del
tutto semplice. Quei complimenti esagerati Quei complimenti
esagerati lo convinsero che doveva lasciar perdere mazze,
bastoni e guantoni per concentrarsi sulla sua salute.
Era forse la prima volta che Gehrig si fermava da quando,
il 26 giugno 1920, era stato protagonista, al Wrigley Field
di Chicago, di una partita tra due selezioni scolastiche.
All’ultimo inning il diciassettenne Lou,
nato nell'Upper East Side il 19 giugno del 1903 con il nome
di Henry Ludwig (poi americanizzato in Henry Louis), mancino
puro, batté con una forza tale che la palla finì
oltre il recinto. Un fuoricampo strepitoso, realizzato con
tre uomini già in base e che mandò in visibilio
i diecimila spettatori presenti.
Quel match gli fece capire che il baseball sarebbe
stata la sua vita. Vinte le resistenze della madre Christina,
che era arrivata a Manhattan dalla Germania alla fine dell’Ottocento
con il marito Heinrich e che sognava per il figlio un futuro
da ingegnere, Gehrig andò a giocare nella squadra
della Columbia University. Qui il suo talento non tardò
a emergere, tanto che ben presto lo paragonarono a George
Herman Ruth, detto Babe, la star degli
Yankees. I complimenti furono premonitori: nella primavera
del 1925 Gehrig firmò infatti per il prestigioso team newyorchese, diventando così compagno
di quel campione a cui qualcuno lo aveva accostato. Paul
Krichell, l’esperto osservatore della società
che lo scoprì, giurò che il giovanotto, pur
ancora acerbo, aveva classe da vendere.
Che il talent scout avesse visto giusto fu chiaro
già il 2 giugno successivo quando Wally Pipp, il
prima base titolare degli Yankees, fu messo KO da una pallina.
Miller Higgins, il manager, decise allora che era
giunto il momento di provare il nuovo arrivato. Lou non
fece rimpiangere quella scelta.
Da allora Gehrig non si fermò più. In pochi
anni divenne un atleta completo, generoso, veloce, fortissimo
sia in attacco che in difesa, elegante nei movimenti, leale
con gli avversari, duro e resistente come un Cavallo
di ferro. Un Iron Horse, appunto.
Negli anni Trenta fu sicuramente il miglior giocatore d’America.
Dopo Ruth, naturalmente. I due formarono la più micidiale
coppia di battitori mai vista e furono, per molto tempo,
anche buoni amici e sinceri estimatori l’uno dell’altro.
Due fuoriclasse dai caratteri opposti: se Babe era estroverso ed esuberante, sempre pronto alla battuta,
al divertimento e al litigio, Lou era modesto, riservato
ed educato, tanto che, in poco tempo, divenne ammirato anche
come uomo che incarnava ideali positivi, oltre che come
campione.
L'idolo degli Yankees
E che campione! Nei quattordici anni di permanenza negli
Yankees Lou vinse sei World Series, fu nominato due volte Most Valuable Player e fu selezionato per sette
edizioni del Major League Baseball All Star Game. Le sue
incredibili statistiche parlano da sole: valgano per tutte
le 2.130 partite di fila disputate e i 493 fuoricampo realizzati,
record assoluto per un prima base.
Poi, da quel 2 maggio 1938, Gehrig non giocò più.
Un mese dopo seppe finalmente la causa di quella debolezza
infinita: era stato colpito dalla sclerosi laterale amiotrofica
(SLA), una malattia incurabile che distrugge le
cellule deputate al movimento e che, in pochi anni, provoca
uno stato di paralisi progressiva fino alla morte. Lui,
però, non si arrese. Finché ci riuscì,
lavorò come impiegato per il comune di New York.
Gli Yankees, nel frattempo, perso anche Babe Ruth,
ceduto ai Boston Braves, provavano a consolarsi con un nuovo,
grande campione, l’elegante italo-americano Joe DiMaggio.
Ma Lou non venne dimenticato. Il 4 luglio 1939 fu organizzata
una festa di commiato in suo onore. Davanti a più
di sessantamila persone il capitano, visibilmente malato,
ma felice per quell’incredibile manifestazione d’affetto,
pronunciò un toccante discorso. “Ormai
sapete” – disse – “che
per me è un brutto momento, ma voglio dirvi che oggi
sono l’uomo più fortunato del mondo”.
Poi fu lui a ringraziare tutti ed uscì per l’ultima
volta dal suo stadio, idealmente abbracciato dai suoi tifosi
in lacrime.
Lou Gehrig fu un campione vero, di razza. La sua maglia
numero quattro fu ritirata e il suo nome entrò a
far parte della Hall of Fame. Ma fu anche un uomo
che affrontò la sua terribile malattia con coraggio
e dignità. Il ragazzo nato nell'Upper East Side non
si rassegnò mai, ma continuò fino alla fine
a lavorare e a combattere. La sua vicenda, che ispirò
un celebre film con Gary Cooper, L’idolo delle
folle, ebbe il merito di destare l’attenzione
dell’opinione pubblica nei confronti della SLA,
da allora nota come morbo di Lou Gehrig.
Morì il 2 giugno 1941 nella sua casa di Riverdale,
nel Bronx. A soli trentotto anni Iron Horse si
era definitivamente fermato. |
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