George
Herman Ruth, universalmente conosciuto come Babe Ruth, è considerato da molti il più grande giocatore di baseball
di tutti i tempi.
Nella sua esaltante carriera durata 21 anni (dal 1914 al
1935), il Bambino seppe tra l’altro realizzare
un record battuto solo nel 1974 da Hank Aaron: 714 fuoricampo,
di cui 60 nella sola stagione del 1927. Numeri incredibili,
così come incredibile fu la fama che raggiunse negli
Stati Uniti e nel mondo. Forse il solo Tommy Holmes, un
grande giornalista dell’epoca, seppe trovare una frase
adeguata al personaggio: "Da tempo non parlo più
di Babe Ruth: non mi credeva nessuno…"
Babe, tuttavia, era noto non solo per la sua classe immensa,
ma anche per il suo caratteraccio. Sin da piccolo aveva
già fornito ampie prove della sua scarsa attitudine
alla vita tranquilla. A sette anni saltava con regolarità
le lezioni scolastiche, beveva, masticava tabacco, commetteva
piccoli furti ed era spesso coinvolto in risse da strada.
I primi passi
Il sodalizio con Padre Matthias alla St. Mary's Industrial
School for Boys, dove era stato mandato dalla famiglia
per disperazione, cambiò il corso della sua esistenza,
avvicinandolo al baseball, ma non riuscì a cancellare
del tutto il suo istinto di ribellione. Rimasero nella storia
le sue sbronze epiche e i suoi litigi con gli spettatori,
bilanciati comunque da un fortissimo amore per i più
deboli e gli sfortunati. Anche negli anni di massima notorietà,
Babe era sempre disposto a fare un autografo ad un bambino,
a farsi fotografare con un invalido, ad aiutare un povero.
Come tutte le persone abituate a nascondere sotto una scorza
di durezza una sensibilità profonda, Ruth aveva anche
un radicato senso di amicizia e fedeltà ai propri
valori.
La squadra dei Boston Red Sox, che lo aveva acquistato per
30.000 dollari dagli Orioles di Baltimora nel 1914, era
diventata la sua vera casa. Con le Calzette Rosse aveva vinto la sua prima World Series nel 1915,
ripetendosi nel 1916 e nel 1918, ed imponendosi, oltre che
come battitore, anche come lanciatore ed esterno.
Durante questi anni di vittorie, il presidente dei Red Sox,
l’impresario teatrale Harry Frazee, per attirare i
migliori giocatori nella sua squadra aveva dovuto pagare
stipendi piuttosto elevati. La mancata qualificazione alle World Series del 1919 e una serie di poco brillanti
produzioni teatrali portarono infine presidente e società
ad una situazione di grossa difficoltà. Fu così
che, anche per finanziare No No Nanette, il suo
nuovo musical di Broadway, Frazee decise di cedere
Babe Ruth alla squadra rivale dei New York Yankees.
Il passaggio agli Yankees
Il 3 gennaio 1920, per 125.000 dollari e un prestito di
300.000, il Bambino si trovò ad indossare
la poco amata casacca degli Yankees. Ancora ignaro dell’immortalità
che avrebbe guadagnato nella squadra della Grande Mela,
Babe non la prese affatto bene e considerò la cessione
un intollerabile affronto: in uno dei suoi leggendari scatti
d’ira, giurò che senza di lui i Red Sox non
avrebbero vinto più nulla.
Era nata la Maledizione del Bambino.
Per caso o no, mentre Ruth mieteva successi a New York,
la squadra di Boston non riuscì infatti mai ad emergere
dalla mediocrità e Ruth ebbe la soddisfazione di
morire (il 16 agosto 1948) senza che la sua vecchia squadra
assaporasse di nuovo il gusto del trionfo.
Purtroppo per i Sox, la scomparsa del mitico battitore non
pose fine all’anatema. Il fantasma grassottello ed
irridente continuò ad aleggiare sulle Calzette
Rosse, per la disperazione di intere generazioni di supporter. Ogni abitante di Boston conosce tuttora
a menadito una storia fatta di crolli repentini, di errori
assurdi, di finali perse all’ultimo inning.
Solo l’avvento del nuovo millennio sembra aver placato
lo spirito del Bambino. Dopo aver incredibilmente
rimontato e battuto gli Yankees nell’American
League Championship Series, il 27 ottobre del 2004
i Red Sox sconfissero i St. Louis Cardinals con un secco
4-0, tornando a vincere le World Series in una
suggestiva notte di luna piena.
Dal giuramento di Babe erano passati quasi 85 anni. |
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