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Jim Clark
L'insuperabile “Scozzese Volante”
di Lucio Iaccarino
automobilismo
 
 
Jim Clark a Watkins Glen (USA) photo credits Nell’ormai lontano, sbiadito ma epico 1963 un rampante giovane scozzese di nome Jim disse con disinvoltura: “Sgommare e andare a tutta birra per me è la cosa più naturale che ci sia; non c’è niente che mi renda più felice…
E sia ben chiaro a tutti che James Clark Jr., detto Jim, alle parole ha sempre fatto seguire i fatti. Parliamo di uno dei più grandi piloti di tutti i tempi, sia in riferimento alla Formula 1 sia per le competizioni motoristiche in generale. Un campione completo, dallo stile geniale e da una pulizia di guida innata. Un uomo e un pilota capace di migliorarsi anno dopo anno fino a raggiungere l’estasi della perfezione, quell’apice che solo pochissimi eletti possono avvicinare.
Jim nasce il 4 marzo del 1936 a Kilmany, in Scozia ed è proprio nel Regno Unito che da ragazzo disincantato ma smaliziato comincia ad amare le macchine, la velocità e quell’odore acre della benzina che riecheggia negli autodromi. Cresce in una famiglia di agricoltori e forse per questo il suo carattere rimarrà sempre umile e semplice. Persino all’apice della fama, Jim continuerà a schernirsi e a preferire le sue contee e la vecchia amata fattoria per correre e vivere in tranquillità.
Il debutto in Formula 1 avviene il 6 giugno del 1960, ad appena ventiquattro anni e nello stesso momento nasce anche uno dei binomi più affiatati e vincenti, quello fra lo stesso Clark e la storica scuderia Lotus di Colin Chapman. Quest’ultimo lo ha scoperto giusto un anno prima, nel 1959, quando lo sconosciutissimo Jim guidava vetture di secondo piano, come le Jaguar D Type.


Un campione formidabile

La combinazione micidiale Clark-Lotus segna l’intera carriera dello scozzese. Come fosse una cosa sola, una miscela fra potenza della macchina e abile tecnica del pilota, la coppia prende il volo e arriva per la prima volta al successo nel famosissimo Circuito de Spa-Francorchamps il 17 giugno del 1962 nel Gran Premio del Belgio. Arriva poi l’ormai celebre 1963 e il grande Jim mette dietro i principali avversari facendo letteralmente saltare il banco.
La Lotus 25 dello Scozzese Volante (il più celebre fra i tanti soprannomi dati a Clark, insieme a Big Jim) si aggiudica ben sette delle dieci gare previste dal calendario di Formula 1. Nell’ordine Belgio, Olanda, Francia, Gran Bretagna, Italia, Messico e Sud Africa. Vince di conseguenza il titolo mondiale grazie ai cinquantaquattro punti in classifica. Staccati nettamente tutti i suoi principali avversari, a cominciare dall’ex iridato Graham Hill e da Richie Ginther: sia il britannico che lo statunitense si fermano appaiati a ventinove punti, dimostrando coi numeri l’enorme divario accumulato in pista.
L’altra stagione da mettere in cornice è senza dubbio quella del 1965, con il secondo titolo mondiale (sei vittorie: Sud Africa, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Olanda e Germania) che porta con sé delle particolari coincidenze: anche stavolta al secondo posto della classifica finale c’è il rivale Hill (al terzo posto si piazza Jackie Stewart, un altro britannico che presto diventerà famoso) e, curiosamente, i punti finali dell’inossidabile Jim sono ancora cinquantaquattro, proprio come due anni prima. Visto che l’appetito vien mangiando, quell’anno arriva un’altra meritatissima vittoria e in una delle corse più prestigiose di sempre: la Cinquecento Miglia di Indianapolis. Il 31 maggio Clark fornisce una dimostrazione di bravura e duttilità davvero sorprendente imponendosi, ovviamente guidando una Lotus, sugli statunitensi Rufus Parnelli Jones e Mario Andretti. Una vittoria epica, sia perché è la prima griffata da una vettura a motore posteriore, sia perché Jim è il primo trionfatore europeo della storia di questa corsa.
L’anno successivo, il 1966, è invece piuttosto avaro di soddisfazioni. Jim, infatti, si impone soltanto nel Gran Premio degli Stati Uniti, lasciando l’iride all’australiano Jack Brabham. A fare cilecca è proprio una Lotus per nulla competitiva, anche a causa del nuovo regolamento che impone un motore da tremila centimetri cubici di cilindrata. Jim Clark, cosa che accadrà pure negli anni successivi, usa nel corso di una stagione diversi tipi di vetture e di motore: nel 1967 parte ad esempio col Coventry Climax da due litri, per poi passare nelle ultime gare a un complicato motore BRM H16.
Nel 1967 il titolo mondiale finisce nelle mani del neozelandese Denny Hulme ma Clark (terzo nella classifica finale) resta sempre il punto di riferimento principale sia per classe che per carisma. La gente nutre una profonda passione per il suo modo divino di guidare, con episodi che lo rendono popolarissimo. Ci riferiamo ad esempio alla leggendaria vittoria in Messico, quando arriva vincente su tre ruote soltanto, avendone persa una all’ultimo giro.
Con una Lotus nuovamente in palla, per Jim – nel frattempo insignito dell’onorificenza di Officer of the Order of the British Empire – il 1968 inizia alla grande con una vittoria nel primo Gran Premio in programma, disputatosi a Kyalami, in Sud Africa. In vista della lunga pausa e in attesa della seconda gara (un calendario assurdo prevedeva infatti quattro mesi di pausa), Clark si tiene in allenamento prendendo parte alla Formula 2. Dopo una corsa disputata in Spagna, agli inizi di aprile il pilota britannico vola quindi in Germania, ad Hockenheim, da dove non sarebbe più tornato vivo.


La tragedia di Hockenheim

All’inizio del quinto giro avviene infatti la tragedia: Jim perde improvvisamente il controllo della sua Lotus quasi al termine del rettilineo del traguardo, mentre sta impostando la prima curva a destra. Dopo un paio di disperati tentativi di recuperare il giusto assetto, alla fine il pilota scozzese non riesce più a controllare la sua auto che si dirige a circa 200 Km/h verso l’esterno della curva, in direzione di alcuni alberi non coperti da protezioni. L’impatto è violentissimo e la scocca della vettura si spezza in due. Per Clark, che dopo un tremendo volo sbatte col casco in un ramo a circa cinque metri di altezza da terra, non c’è niente da fare. A causare l’incidente la probabile foratura della gomma posteriore destra. È il 7 aprile 1968.
La sua morte è un colpo durissimo da digerire per tutto lo sport. Jim Clark, infatti, era un vero fuoriclasse: ancora oggi sono in tanti a considerarlo il miglior pilota di sempre. In settantadue Gran Premi disputati vanta infatti cifre importantissime: oltre ai due titoli mondiali, ci sono le venticinque vittorie in Formula 1 (sesto nella classifica di tutti i tempi), trentadue podi, trentatre pole position (terzo di sempre) e ventotto giri più veloci (quinto nella storia). Senza dimenticare che lo Scozzese Volante ha gareggiato e vinto con molti altri tipi di auto e in molteplici differenti serie automobilistiche.
Ma soprattutto restano nella mente di tutti le immagini, la destrezza, la classe millesimata e le tante testimonianze di chi ha avuto il privilegio di conoscere e apprezzare da vicino le sue incredibili qualità di uomo e di pilota. Il suo unico piccolo grande rammarico è stato probabilmente quello di non essere potuto mai più tornare nella sua amata Scozia. È lì che da ragazzino si è innamorato delle corse e delle macchine, in piste o autodromi magari improvvisati e maldestri. ma che per lui rappresentavano l’essenza della gioia di correre.
A quelli che gli chiedevano da dove nascesse tanta passione Jim Clark amava dire: “Spesso mi sento come un poeta: il mio ruolo non è quello di stare ai margini, defilato o estraniato dalla vita. Quando mi danno una macchina e accendo il motore mi sento un leone. Ho poco tempo per guardare e per pensare; devo correre, scappare e arrivare primo al traguardo. E devo stare attento a non sbagliare mai. Il mio ruolo dipende da come sei e dal coraggio che hai…”.
 
     
 
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