Berruti
inchiodò con calma i blocchi di partenza e ripulì
accuratamente la pista. Si alzò, gettò uno
sguardo all’Olimpico stracolmo, poi si avvicinò
a due atleti statunitensi che parlottavano tra loro. Fece
un gesto amichevole nella loro direzione e, mentre il terzo
americano si univa ai suoi connazionali, volse le spalle
al capannello, ritornando con studiata lentezza verso i
blocchi. Una flemma assoluta, la stessa che aveva ostentato
nelle due ore tra la semifinale e la finale, quando si era
tra diviso tra il lettino nello spogliatoio e il prato dello
stadio. Niente riscaldamento, solo un testo di chimica –
materia in cui negli anni seguenti si sarebbe laureato –
nell’attesa della corsa.
Poi il momento decisivo arrivò. I sei finalisti erano
pronti alla gara: in seconda corsia il polacco Marian Foik,
in terza il francese di origine senegalese Abdoulaye Seye,
in quarta l’americano Stone Johnson. Livio, con il
numero 596 sulla maglietta azzurra, era in quinta: una corsia
buona, senza dubbio. Quindi, all’esterno, gli altri
due statunitensi Otis Ray Norton e Lester Nelson Carney.
Berruti si mise in posizione, fissando il terreno quasi
a volerne assorbire benefici influssi attraverso le lenti
scure dei suoi già famosi occhiali.
L’Olimpico ammutolì nell’attesa, finché
lo sparo dello starter risuonò nel pomeriggio
romano. Berruti e gli altri si lanciarono nella corsa più
importante della loro vita, mentre dal pubblico si alzava
un boato. Un secondo sparo risuonò. Falsa partenza.
Johnson e lo stesso Livio si erano sollevati in anticipo:
tutto da rifare. Gli americani tornarono ai blocchi, un
po’ innervositi. Anche Berruti tornò sui suoi
passi ma era visibilmente più disteso, nonostante
la prima (e unica) falsa partenza della sua carriera. E
di nuovo il supplizio dell’attesa mentre tutto lo
stadio sembrava convergere nei gesti del giudice. Quattro
anni di speranze e fatica in una frazione di secondo.
Una volata infinita
Sì, questa volta era quella buona. Livio partì
molto bene, cosa che non sempre gli riusciva. Norton fu
raggiunto in una quarantina di metri e lo stesso accadde
dopo un paio di secondi a Carney. All’uscita della
curva le caviglie esplosive dell’italiano, che sembravano
annullare la forza centrifuga, avevano già compiuto
il miracolo. Livio Berruti, nato a Torino il 19 maggio 1939,
180 cm per 66 kg, era in testa nella finale olimpica dei
200 metri. Il ragazzo non lo sapeva, ma proprio allora un
volo di colombe bianche attraversò il campo nelle
riprese televisive che in quel momento riunivano tutti gli
italiani davanti agli apparecchi dei bar e dei ristoranti.
Un auspicio di vittoria, si disse poi con slancio poetico
e un po’ di retorica nazionalista, una tantum giustificabile.
Ma non era ancora finita. Seye e Carney rimontarono il distacco
e si avvicinarono pericolosamente all’azzurro. Per
un attimo il sogno sembrò svanire e l’Olimpico
si trasformò in una bolgia di incitamenti e di grida.
Il pubblico non poteva sapere che la decelerazione di Berruti
faceva parte di una tattica studiata a tavolino con il CT
Giorgio Oberweger. Il rallentamento ai 150 metri doveva
consentire un più razionale apporto aerobico e soprattutto
un tranquillo cambio di marcia. I passi velocissimi e più
corti della prima fase lasciavano ora il posto ad una falcata
distesa e armonica, in progressiva accelerazione. Così,
mentre i rivali in debito d’ossigeno si imballavano
in vista del traguardo, ai 170 metri Berruti si trovò
in piena velocità, elegante anche nello sforzo terribile
che gli faceva stringere i gomiti alla vita e alzare i pugni
sino alle spalle. Si gettò sul filo di lana a braccia
aperte, nettamente primo, e ruzzolò sulla pista assieme
a Carney, nella corsia più esterna.
Era fatta. Alle 18 di sabato 3 settembre 1960 Livio era
campione olimpico. I tre americani, abbacchiati, si diressero
verso degli spogliatoi. Berruti no: voleva prolungare al
massimo il trionfo. Seye, medaglia di bronzo, gli si avvicinò
e i due rimasero abbracciati sino a che il risultato apparve
sul tabellone luminoso: uno stratosferico 20”62 elettronico,
corrispondente a un 20”5 manuale, record del mondo
eguagliato per la seconda volta. Solo due ore prima, in
semifinale, Livio aveva già schiantato, oltre a Johnson
e Norton, anche il terzo co-primatista, l’inglese
Peter Radford, rimasto fuori dalla finale.
Quando, poco dopo, Berruti salì sul podio, le gradinate
divennero un immenso palcoscenico tricolore. Era la vittoria
italiana più importante di sempre. Livio ricevette
le felicitazioni di Carla Gronchi, moglie del Presidente
della Repubblica, e abbandonò lentamente il terreno
dello stadio dando modo agli ottantamila presenti di gridare
ancora la loro gioia. Ci volle una scorta di sei carabinieri
per permettergli di uscire dallo stadio.
Il giorno dopo i giornali uscirono con titoli cubitali e
articoli inneggianti all’impresa. “È
troppo bello, è troppo irreale, bisogna far fatica
a convincersi che è vero, che non si tratta di un
miraggio” scrisse Ciro Verratti sul Corriere
della Sera. Tutti cercavano Livio, tutti volevano Livio.
Una foto, famosissima, lo ritrae su una Vespa mentre consente
a un anziano tifoso di toccare la medaglia d’oro.
Stavolta non indossa gli occhiali, Berruti, e sul suo viso
è facile leggere sentimenti insopprimibili. Felicità,
appagamento, orgoglio.
La "love story" con Wilma Rudolph
Gli attribuirono persino una storia d’amore con Wilma
Rudolph, la Gazzella Nera che aveva stregato il
mondo vincendo i 100 metri, i 200 metri e la staffetta veloce grazie
alle sue splendide, lunghissime gambe. In effetti i due
si fecero spesso vedere in giro assieme, mano nella mano.
Anni dopo Livio rievocò la breve love story,
descrivendola con un pizzico di nostalgia come “una
cosa assolutamente platonica, alla Peynet”. Il
romanzetto terminò infatti con i Giochi e le strade
dei due si divisero per sempre. Quella di Wilma, che si
allontanò dallo sport verso l’impegno sociale
in favore della sua gente, si concluse purtroppo con una
morte prematura, il 12 novembre del 1994.
Dal canto suo, Berruti continuò a gareggiare. Il
1961 fu un anno magico: ventisei gare senza sconfitte. Ai Giochi
di Tōkyō, nel 1964, svantaggiato dalla prima corsia, non
riuscì invece a difendere il titolo, giungendo quinto
anche se con la soddisfazione di essere il primo degli europei.
Ormai la parabola aveva raggiunto la fase discendente. Ancora
un lampo, l’Olimpiade di Città del Messico,
nel 1968, in cui il campione piemontese raggiunse comunque
i quarti di finale. Poi qualche dissapore con la Federazione
lo convinse al ritiro l’anno successivo. Nel suo palmarès,
oltre l’oro di Roma, anche quindici titoli italiani (otto nei
200 metri, sei nei 100 e uno nella staffetta 4x100) e buoni
piazzamenti ai Campionati Europei.
Ne aveva fatta di strada, Livio Berruti, da quando nel 1959
a Torino, sconosciuto studente, aveva dovuto mostrare all’ingresso
dello stadio il tesserino da poliziotto delle Fiamme Oro
per entrare e vincere tre ori alle prime Universiadi. |
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