Quando
Riccardo Cassin nasce, il 2 gennaio 1909 a Savorgnano di
San Vito al Tagliamento, l’Italia è un paese
pieno di contraddizioni. A una certa ascesa politica e a
un relativo sviluppo industriale fanno riscontro l’unità
nazionale non ancora completa e una situazione di povertà
che assilla larghi strati di popolazione. Così, quando
nel 1926 il padre Valentino muore tragicamente in una miniera
canadese, Riccardo deve trasferirsi a Lecco in cerca di
un’occupazione. Dodici ore giornaliere di lavoro e
le scuole serali, un sacrificio che per fortuna dà
buoni frutti. In breve Cassin diviene capo-officina e poi
direttore di un’azienda di impianti elettrici, trovando
persino il tempo di compiere le prime escursioni in montagna,
sul Resegone di manzoniana memoria. Il pugilato, praticato
sin da giovane, inizia infatti a non bastargli più:
in tutto disputa una cinquantina di match da peso welter, in cui mette in mostra carattere e buona
tecnica, ma non è certo quella la sua strada.
Siamo nel 1929: con Mario Dell’Oro (detto Boga)
sale la Guglia Angelina, uno dei pinnacoli della Grignetta,
poi affronta decine di quinti e sesti gradi sulle splendide
montagne che coronano il Lario.
Nel 1933 Cassin si avvicina per la prima volta alle Dolomiti,
attraverso le vie classiche, il Campanile Basso, la Punta
Emma, le Torri del Vajolet.
Nell’agosto del 1934,
con Luigi Pozzi e Luigi Vitali, Riccardo apre una via per
i duemilasettecento metri della Piccolissima di Lavaredo, lungo una
linea di fessure e diedri piuttosto difficili.
Una scalata pericolosa
L’anno
seguente, lo scalatore friulano ripercorre con Dell’Oro
l’itinerario compiuto nel 1931 dal grande Emilio Comici
sulla parete nordoccidentale della Civetta, alla sinistra
della mitica via Solleder. È un’ascesa
pericolosa e piena d’insidie. Nel tratto più
difficile Cassin si trova davanti uno strapiombo: si alza
dalla staffa per afferrare un appiglio, facendo forza per
sollevarsi, ma la dolomia cede. Ne deriva un volo spaventoso,
durante il quale l’alpinista batte la testa e perde
conoscenza, per risvegliarsi, intontito e dolorante, appeso
alla corda sopra un baratro di settecento metri. Riccardo
non si perde d’animo e, a forza di braccia, riesce
a sollevarsi sino al ciglio dello strapiombo. Qualche ora
più tardi è in vetta, dopo aver tracciato
per un centinaio di metri una propria variante alla via
Comici.
La notte seguente Cassin e Boga bivaccano con il famoso
Giusto Gervasutti (detto il Fortissimo)
e con Lucien Devies, che hanno appena ripercorso la Solleder.
Durante le lente ore di oscurità nasce l’idea
di sfidare il maestoso spigolo sud-est della Torre Trieste,
mai vinto da nessun rocciatore. Il giorno di ferragosto
del 1935 Riccardo e Vittorio Ratti effettuano la scalata:
quasi ventotto ore effettive di arrampicata con difficoltà
ben oltre il sesto grado e due bivacchi in parete, sino
a quota 2.458 metri. Lungo la faticosissima discesa, effettuata
in corda doppia, i due possono dissetarsi solo con l’acqua
che cola tra le rocce. Un’impresa epica che, tre quarti
di secolo dopo, rimane tra le pietre miliari dell’alpinismo.
La memorabile estate di Cassin non è però
ancora terminata. Pochi giorni dopo la stampa dà
notizia che i bavaresi Sepp Hintermeier e Josef Meindl si
sono accampati sotto le Tre Cime di Lavaredo, con l’evidente
scopo di attaccarne l’unica parete ancora inviolata:
la nord della cima ovest. È un obbiettivo ambitissimo,
tanto che Riccardo e Ratti mollano il lavoro appena ripreso
nel tentativo di aggiudicarselo in extremis.
Il 28 agosto, con un tempo incerto, i due amici iniziano
la scalata. Dopo pochi minuti gli alpinisti bavaresi se
ne accorgono e partono a loro volta, senza tuttavia riuscire
nella rimonta. Ricorda Cassin in Cinquant’anni
di Alpinismo che, superate le prime difficoltà,
gli si presenta una parete protesa all’infuori, liscia
e senz’appigli. Sono solo quarante metri, ma Riccardo
combatte sette ore per superarli: piantare un solo chiodo
gli richiede quattro ore di sforzi. Nonostante le proibitive
condizioni atmosferiche, alle 15 del terzo giorno la vetta
è finalmente raggiunta. Una foto ritrae gli italiani
appena ridiscesi con Hintermeier e Meindl che, abbandonata
saggiamente la pericolosa competizione, hanno seguito con
ansia la difficile ascesa.
Il 14 luglio del 1937 Riccardo attacca la parete nord-est
del Piz Badile, un immane muro di granito alto più
di settecento metri. Con lui ci sono il solito Ratti, Luigi
Esposito e due alpinisti di Como che si sono uniti durante
le prime fasi della salita, Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi.
La scalata, pur coronata da successo, si rivela un incubo
lungo tre giorni, segnati dalla caduta di un enorme masso
che sfiora la cordata, da temporali furiosi, da una nevicata
fittissima e funestati, infine, dalla morte per esaurimento
dei due comaschi.
L'impresa sul Monte Bianco
L’impresa forse più grande Cassin la compie
però l’anno successivo sul Monte Bianco. Tra
il 4 e il 6 agosto 1938, assieme a Esposito e Ugo Tizzoni,
lo scalatore friulano conquista il leggendario e temutissimo
Sperone Walker delle Grandes Jorasses, superando passaggi
impervi come le Placche Nere o la grande Torre Rossa e una
bufera che ancora una volta scoppia in prossimità
dei 4.208 metri della vetta. Appena il tempo per aprire
un'altra via sul Bianco, lungo la parete nord dell'Aiguille
de Leschaux, e ha inizio la Seconda Guerra Mondiale. Per
Riccardo, partigiano e comandante della Brigata Rocciatori di Lecco, il conflitto è tragico: in uno scontro
con i fascisti vede cadere Vittorio Ratti, l’amico
di sempre.
Nel dopoguerra Cassin, ormai famosissimo, pur avendo compiuto
nel 1953 la ricognizione preliminare, è sorprendentemente
escluso per motivi medici (mai del tutto chiariti, per altro)
dalla spedizione di Ardito Desio che nel 1954 conquista
il K2. In compenso nel 1958 guida la missione che porta
Walter Bonatti e Carlo Mauri in vetta al Gasherbrum IV,
affascinante quasi-ottomila del Karakorum.
Nel luglio 1961 raggiunge la sommità del McKinley
con una prima sulla parete sud e lo stesso presidente
John F. Kennedy, ammirato, gli manda le sue congratulazioni.
Cassin continua a stupire: nel 1969 conquista per primo
i 6.126 metri dello Jirishanca, nelle Ande peruviane. Nel
1975 arriva l’unica sconfitta della carriera, quando
la spedizione di cui è capo (e di cui fa parte Reinhold
Messner), non può scalare la parete sud del Lhotse,
respinta dal maltempo. La ripetizione della sua via sul
Badile, effettuata a più di settantotto anni nel 1987 –
per il cinquantennale dell’impresa –, corona
un itinerario sportivo ed umano inimitabile, durante il
quale Riccardo, chissà come, ha trovato anche modo
di gestire una produzione di ottimi chiodi da roccia.
Il 6 agosto 2009 il Grande Vecchio, lucido e sornione
fino alla fine, ci ha lasciato, non prima di aver conquistato, nel gennaio precedente, la sua vetta più bella: il secolo di vita. |
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