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Alla
partenza dell’undicesima Milano-Sanremo, la mattina
di domenica 14 aprile 1918, favorito assoluto e d’obbligo
è l’ultimo vincitore, Gaetano Belloni, detto Tano, che in un giorno esaltante di un anno prima
aveva salutato tutti e se ne era andato da solo al traguardo.
E soprattutto aveva lasciato a 11'48" un piccoletto
di Novi Ligure, tale Costante Girardengo.
Nato nel 1893, Girardengo aveva esordito a diciannove anni
nel Giro di Toscana del 1912, ancora da dilettante. Un esordio
discreto, tra l’altro: un secondo posto che valeva
l’immediato passaggio al professionismo. Poi aveva
iniziato a vincere: due campionati italiani, nel 1913 e
nel ’14, la Roma-Napoli-Roma del ’13, le Milano-Torino
del 1914 e del ’15.
Tano Belloni tutti questi successi del rivale se
li ricorda bene. Probabilmente li rimugina tra sé,
quando, alle 6,15 in punto di una mattina plumbea e fredda,
i corridori prendono il via. Non piove, adesso, ma le strade
sono ridotte a fiumi di melma. Poco dopo la pioggia ricomincia
a cadere, il fango si appiccica ai copertoni delle ruote,
e pedalare diventa una tortura per i polpacci. Tano decide di provare subito le forze, sue e degli avversari.
Appena fuori Milano, opera una serie di scatti micidiali,
sperando di provocare una prima selezione e di mettere in
crisi l’Omino di Novi. Niente. Girardengo
non molla, rimane appiccicato alla sua ruota e risponde
colpo su colpo agli attacchi. Sono le 9.10 e si corre da
quasi tre ore: sulla circonvallazione di Tortona, Girardengo
si porta sulla destra e accelera improvvisamente. Viene
ripreso in pochi attimi, e si forma un quintetto che prosegue
compatto alla media di trentadue all'ora, un’andatura
incredibile in quell’acquitrino. Qualche minuto dopo
Girardengo riparte. Tano è sorpreso, non
se lo aspetta questo nuovo scatto, dopo il primo tentativo
sfortunato. Novi è vicina. L’aria di casa moltiplica
le forze del battistrada e, mentre passa velocissimo tra
due ali di gente che lo applaude frenetica, ha già
sessanta secondi di vantaggio. Alle porte di Novi, Tano invece cade, perde duecentocinquanta metri ed è costretto
a rimontare anche il resto del gruppetto. Lo raggiunge,
ma subito gli salta la catena e stavolta è un colpo
durissimo, che gli costa un minuto e mezzo.
La salita del Turchino
Arriva il Turchino, adesso. Vento non ce n’è,
ma continua a piovere e la melma si trasforma rapidamente
in veloci rivoli e in profonde pozzanghere. Uno ad uno gli
avversari cedono e annaspano a distacchi abissali. Solo
Belloni resiste, anzi prova a diminuire i danni. Girardengo
transita nel tunnel che conduce in Riviera alle 11 e 58. Tano ha guadagnato qualcosa e il distacco con cui
insegue si aggira sui sei minuti, ma appare molto più
provato dell’Omino di Novi. In Riviera
almeno l’aria è più tiepida, e il traguardo
si sta avvicinando. La lotta a distanza tra i battistrada
continua a fasi alterne. Lungo l’Aurelia Girardengo guadagna sul piano, Belloni recupera qualcosa
sulle brevi salite. Alla firma di Savona, tra i due ci sono
ancora poco più di sei minuti, ma ad Albenga sono
diventati quindici. Non piove più già da un
po’ e sulla salita di Capo Mele si affaccia persino
un timido raggio di sole: Belloni, indomabile, recupera
una novantina di secondi, poi tutto rimane uguale sino alla
fine. Sul traguardo di via Cavallotti a Sanremo, Girardengo
ci arriva dopo più di undici ore e mezzo di fuga
solitaria.
Il trionfo nella massacrante sfida fa di Girardengo una
specie di eroe nazionale. “Girardengo vince finalmente
la Milano-Sanremo, dopo una lotta furibonda contro gli elementi
e contro gli uomini”, titola la Gazzetta
dello Sport del giorno dopo. In quella domenica piovosa
Girardengo inizia a conquistarsi il suo soprannome definitivo.
Il Campionissimo, lo battezzerà presto Emilio
Colombo, direttore della Gazzetta, con una iperbole
geniale destinata a rinnovarsi solo per l’immenso
Fausto Coppi. Girardengo sale uno ad uno gli scalini verso
il mito. Nel 1919 vince praticamente tutto, compreso un
violentissimo attacco della micidiale influenza spagnola
che per mesi devasta l’Europa. Un anno davvero magico,
questo. Costante è inavvicinabile: trionfa nel Giro
di Lombardia, nel Giro d’Emilia, nel Giro del Piemonte,
nel Campionato Italiano su strada. Soprattutto, stravince
il Giro d’Italia, rimanendo in testa alla classifica
dalla prima all’ultima delle sette interminabili tappe.
Nel 1921 sembra ancora dominare. Un giro da dieci tappe,
questo, frazioni come al solito da far tremare le vene dei
polsi: la più breve di 242 km. Girardengo parte alla
grandissima, quattro vittorie nelle prime quattro tappe,
qualcosa come 1.330 km in testa alla carovana. La quinta,
da Chieti a Napoli, prevede l’attraversamento dell’Appennino
e alcune salite terribili. Costante rimane vittima di una
caduta e si ferisce piuttosto seriamente. Sul Macerone,
tre chilometri devastanti con pendenze sino al 14%, il Campionissimo inizia a soffrire. A poco a poco, sulla Vandra e sulla salita
di Roccaraso, per lui diventa un dramma. Inizia l’ascesa
da Rionero Sannitico al Piano delle Cinque Miglia e Costante
proprio non ne ha più. Le tremende rampe si trasformano
in muri quasi invalicabili, che tenta di oltrepassare facendo
appello alle sue forze residue. Ed infine, la vetta: Gira
ce l’ha fatta anche questa volta. Mentre la gente
lo osserva stupita, Costante scende di bicicletta e traccia
una croce nella polvere dello sterrato. “Girardengo
si ferma qui!”, sussurra con la voce stravolta
dallo sforzo, prima di abbandonare la corsa.
Un paio di anni dopo Girardengo è al culmine della
carriera. In quel 1923 trionfale, Il ciclista di Novi, già
vincitore in primavera nella Milano-Sanremo, torna padrone
assoluto del Giro d’Italia. Lo fa alla sua maniera,
con otto vittorie su dieci tappe. Gli resiste sino a Milano
il solo Giovanni Brunero, che è battuto per 37poco
più di mezzo minuto. Per Girardengo, il secondo Giro
vittorioso è anche l’ultimo. Ormai ha doppiato
la boa dei trent’anni e la grande corsa della Gazzetta non fa più per lui, anche se le vittorie parziali
non mancano davvero e a fine carriera le frazioni conquistate
saranno trenta. Resta un fenomeno nelle corse in linea e
il successo nella Milano-Sanremo diventa un’abitudine.
Campione del mondo!
Nel 1924 vince anche il Gran Premio Wolber, una gara che
se non è un campionato del Mondo è solo perché
gli manca il nome, e la sua popolarità rimane sterminata.
Poi, nel 1926, Costante cade di nuovo, questa volta in pista,
e si frattura polso e clavicola. È l’inizio
di un lungo e dorato tramonto. Tre anni dopo, il Campionissimo abdica definitivamente. Il 21 luglio 1927, sul circuito
del Nürburgring, ad Adenau in Germania, si corre il
primo campionato del Mondo. Cinque giri passano senza grosse
emozioni, poi al sesto le cose cambiano di colpo. Sulla
salita subito dopo Adenau è proprio Girardengo a
dare la prima scossa alla gara. Il suo scatto provoca una
netta selezione e con lui, nel gruppetto di testa, rimangono
solo in sei: altri due italiani, Binda e Piemontesi, il
francese Renè Brossy, il belga Aerts e il tedesco
Rudolf Wolke, su cui si puntano le residue speranze dei
tifosi locali. Intanto inizia piovere con insistenza e la
fatica comincia a farsi sentire sul serio. Al successivo
passaggio sulla salita, la corsa si decide. Binda parte
improvvisamente e in poche centinaia di metri fa il vuoto
dietro di sé. Gli resiste per un po’ solo Girardengo.
In vetta allo strappo sono duecento i metri che dividono
i due, ma al principio dell’ultimo giro il distacco
è già salito a quasi due minuti. Per Costante
è la fine, anche se nel diluvio riesce a mantenere
la seconda posizione davanti a Piemontesi. Le due ruote
hanno un nuovo re: Alfredo Binda.
Girardengo continua a correre, a lottare contro il tempo
che passa e qualche volta riesce ancora a vincere, come
nel 1928 a Sanremo e alla Sei giorni di Milano. Ormai però
i giochi sono fatti e alla fine, nel 1936, arriva il ritiro,
dopo centosei vittorie, nove titoli tricolori e 950.000
km in sella. Venticinque volte il giro del mondo, più
o meno.
Costante però è troppo legato al ciclismo
per non restare nell’ambiente. Si mette a fabbricare
biciclette e diventa CT della Nazionale, portando Gino Bartali
a vincere il suo primo Tour de France, nel 1938. Caso più
unico che raro, arriva persino a dirigere una squadra in
cui corre un certo Bernardini, che di nome si chiama Girardengo
proprio in suo onore. Soddisfazioni che coronano una vita
dura, ma vissuta con intensità sino all’ultimo
giorno. Costante Girardengo muore il 9 febbraio 1978 ad
Alessandria.
(testo non coincidente con quello del podcast)
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Il
bandito e il campione, lo splendido brano che Francesco
De Gregori lanciò nel 1993, ha riportato agli onori
della cronaca una figura che i più avevano dimenticata,
quella di Sante Pollastri, il bandito anarchico. Il filo
conduttore della famosa canzone, la storia dell’amicizia
tra il Campionissimo Costante Girardengo e il fuorilegge,
ha tuttavia abbellito con un alone di leggenda una realtà
in effetti molto meno romantica, tragicamente nata nella
miseria di quegli anni.
Pollastro (come si firmava e come appare nei verbali d’epoca)
nacque a Novi Ligure il 14 agosto 1899, sei anni quindi
dopo il ciclista. Già questo fa’ comprendere
come fosse impossibile che i due si allenassero assieme:
all’epoca dei primi successi di Girardengo, nel 1912-13,
Sante era poco più di un bambino. Ciò non
impedisce comunque che tra di loro si instaurasse almeno
un certo grado di conoscenza, inevitabile nella piccola
Novi di inizio Novecento. Oltre alle numerose testimonianze
che lo confermano, e senza contare che né Costante,
né Sante smentirono mai i loro cordiali rapporti
di quegli anni, i due ebbero del resto almeno un grande
amico in comune, il mitico massaggiatore Biagio Cavanna,
Non si sa perché ad un certo punto della sua esistenza
Pollastro si trasformò in fuorilegge. Si è
parlato dell’uccisione di un suo cugino da parte dei
carabinieri, dopo una rapina in un appartamento, o anche
di un fratello arruolato militare anche se gravemente malato
e morto a seguito di ciò. Altrettanto oscura d’altra
parte è l’origine della sua fama di anarchico:
verosimilmente risale alle risposte fornite al giudice durante
la deposizione in un processo che lo vide protagonista nel
1922. Pare che Pollastro avesse sputato (con quanta intenzionalità
non è dato sapere) una caramella in direzione di
due noti fascisti di Novi, che, non contenti di averlo picchiato
a sangue, lo trascinarono per giunta in tribunale. Motivazioni
a parte, sta di fatto che poco dopo Sante iniziò
una carriera criminale durante la quale uccise non meno
di quindici persone.
L’avventura di Pollastro volse al termine quando il
bandito, ritenuto morto e fuggito in Francia dopo una sanguinosa
rapina a Milano, attorno al Natale del 1926 decise di assistere
a Parigi ad una Sei Giorni in cui correva Girardengo. I
due ebbero un colloquio, in cui Sante chiese al ciclista
di attendere un paio di mesi prima di rivelare che era ancora
vivo. Girardengo come ovvio parlò molto prima, e
dall’Italia fu subito inviato l’esperto questore
Rizzo a collaborare con la polizia francese. La carriera
transalpina di Pollastro durò per una trentina di
rapine, poi nell’agosto del 1927 il ricercato fu riconosciuto
alla stazione metropolitana della Nation da tre
gendarmi. La sua resistenza questa volta fu vana e il fuorilegge
più pericoloso d’Italia finì infine
dietro le sbarre.
La leggenda vuole che fosse stato Girardengo a tradirlo,
ma quel giorno il Campionissimo si trovava chissà
dove e non pensava certo a Pollastro: molto più probabile
che a mettere la polizia sulla pista giusta sia stata la
donna che conviveva con il bandito.
In seguito Sante si pentì e durante la guerra, pur
capeggiando una rivolta contro le guardie carcerarie a Ventotene,
curò che fosse evitato ogni spargimento di sangue.
Per questo episodio nel 1959 ottenne la grazia presidenziale
e poté riabbracciare da uomo libero Girardengo. Sante
Pollastro visse onestamente la sua vecchiaia come merciaio
ambulante, rimanendo in contatto con l’ex-campione
e morendo un anno dopo di lui, nel 1979. |