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Vai, Girardengo!
Il primo "Campionissimo"
di Danilo Francescano
podcast di ciclismo
 
 

Costante Girardengo photo credits Alla partenza dell’undicesima Milano-Sanremo, la mattina di domenica 14 aprile 1918, favorito assoluto e d’obbligo è l’ultimo vincitore, Gaetano Belloni, detto Tano, che in un giorno esaltante di un anno prima aveva salutato tutti e se ne era andato da solo al traguardo. E soprattutto aveva lasciato a 11'48" un piccoletto di Novi Ligure, tale Costante Girardengo.
Nato nel 1893, Girardengo aveva esordito a diciannove anni nel Giro di Toscana del 1912, ancora da dilettante. Un esordio discreto, tra l’altro: un secondo posto che valeva l’immediato passaggio al professionismo. Poi aveva iniziato a vincere: due campionati italiani, nel 1913 e nel ’14, la Roma-Napoli-Roma del ’13, le Milano-Torino del 1914 e del ’15.
Tano Belloni tutti questi successi del rivale se li ricorda bene. Probabilmente li rimugina tra sé, quando, alle 6,15 in punto di una mattina plumbea e fredda, i corridori prendono il via. Non piove, adesso, ma le strade sono ridotte a fiumi di melma. Poco dopo la pioggia ricomincia a cadere, il fango si appiccica ai copertoni delle ruote, e pedalare diventa una tortura per i polpacci. Tano decide di provare subito le forze, sue e degli avversari. Appena fuori Milano, opera una serie di scatti micidiali, sperando di provocare una prima selezione e di mettere in crisi l’Omino di Novi. Niente. Girardengo non molla, rimane appiccicato alla sua ruota e risponde colpo su colpo agli attacchi. Sono le 9.10 e si corre da quasi tre ore: sulla circonvallazione di Tortona, Girardengo si porta sulla destra e accelera improvvisamente. Viene ripreso in pochi attimi, e si forma un quintetto che prosegue compatto alla media di trentadue all'ora, un’andatura incredibile in quell’acquitrino. Qualche minuto dopo Girardengo riparte. Tano è sorpreso, non se lo aspetta questo nuovo scatto, dopo il primo tentativo sfortunato. Novi è vicina. L’aria di casa moltiplica le forze del battistrada e, mentre passa velocissimo tra due ali di gente che lo applaude frenetica, ha già sessanta secondi di vantaggio. Alle porte di Novi, Tano invece cade, perde duecentocinquanta metri ed è costretto a rimontare anche il resto del gruppetto. Lo raggiunge, ma subito gli salta la catena e stavolta è un colpo durissimo, che gli costa un minuto e mezzo.


La salita del Turchino

Arriva il Turchino, adesso. Vento non ce n’è, ma continua a piovere e la melma si trasforma rapidamente in veloci rivoli e in profonde pozzanghere. Uno ad uno gli avversari cedono e annaspano a distacchi abissali. Solo Belloni resiste, anzi prova a diminuire i danni. Girardengo transita nel tunnel che conduce in Riviera alle 11 e 58. Tano ha guadagnato qualcosa e il distacco con cui insegue si aggira sui sei minuti, ma appare molto più provato dell’Omino di Novi. In Riviera almeno l’aria è più tiepida, e il traguardo si sta avvicinando. La lotta a distanza tra i battistrada continua a fasi alterne. Lungo l’Aurelia Girardengo guadagna sul piano, Belloni recupera qualcosa sulle brevi salite. Alla firma di Savona, tra i due ci sono ancora poco più di sei minuti, ma ad Albenga sono diventati quindici. Non piove più già da un po’ e sulla salita di Capo Mele si affaccia persino un timido raggio di sole: Belloni, indomabile, recupera una novantina di secondi, poi tutto rimane uguale sino alla fine. Sul traguardo di via Cavallotti a Sanremo, Girardengo ci arriva dopo più di undici ore e mezzo di fuga solitaria.
Il trionfo nella massacrante sfida fa di Girardengo una specie di eroe nazionale. “Girardengo vince finalmente la Milano-Sanremo, dopo una lotta furibonda contro gli elementi e contro gli uomini”, titola la Gazzetta dello Sport del giorno dopo. In quella domenica piovosa Girardengo inizia a conquistarsi il suo soprannome definitivo. Il Campionissimo, lo battezzerà presto Emilio Colombo, direttore della Gazzetta, con una iperbole geniale destinata a rinnovarsi solo per l’immenso Fausto Coppi. Girardengo sale uno ad uno gli scalini verso il mito. Nel 1919 vince praticamente tutto, compreso un violentissimo attacco della micidiale influenza spagnola che per mesi devasta l’Europa. Un anno davvero magico, questo. Costante è inavvicinabile: trionfa nel Giro di Lombardia, nel Giro d’Emilia, nel Giro del Piemonte, nel Campionato Italiano su strada. Soprattutto, stravince il Giro d’Italia, rimanendo in testa alla classifica dalla prima all’ultima delle sette interminabili tappe.
Nel 1921 sembra ancora dominare. Un giro da dieci tappe, questo, frazioni come al solito da far tremare le vene dei polsi: la più breve di 242 km. Girardengo parte alla grandissima, quattro vittorie nelle prime quattro tappe, qualcosa come 1.330 km in testa alla carovana. La quinta, da Chieti a Napoli, prevede l’attraversamento dell’Appennino e alcune salite terribili. Costante rimane vittima di una caduta e si ferisce piuttosto seriamente. Sul Macerone, tre chilometri devastanti con pendenze sino al 14%, il Campionissimo inizia a soffrire. A poco a poco, sulla Vandra e sulla salita di Roccaraso, per lui diventa un dramma. Inizia l’ascesa da Rionero Sannitico al Piano delle Cinque Miglia e Costante proprio non ne ha più. Le tremende rampe si trasformano in muri quasi invalicabili, che tenta di oltrepassare facendo appello alle sue forze residue. Ed infine, la vetta: Gira ce l’ha fatta anche questa volta. Mentre la gente lo osserva stupita, Costante scende di bicicletta e traccia una croce nella polvere dello sterrato. “Girardengo si ferma qui!”, sussurra con la voce stravolta dallo sforzo, prima di abbandonare la corsa.
Un paio di anni dopo Girardengo è al culmine della carriera. In quel 1923 trionfale, Il ciclista di Novi, già vincitore in primavera nella Milano-Sanremo, torna padrone assoluto del Giro d’Italia. Lo fa alla sua maniera, con otto vittorie su dieci tappe. Gli resiste sino a Milano il solo Giovanni Brunero, che è battuto per 37poco più di mezzo minuto. Per Girardengo, il secondo Giro vittorioso è anche l’ultimo. Ormai ha doppiato la boa dei trent’anni e la grande corsa della Gazzetta non fa più per lui, anche se le vittorie parziali non mancano davvero e a fine carriera le frazioni conquistate saranno trenta. Resta un fenomeno nelle corse in linea e il successo nella Milano-Sanremo diventa un’abitudine.


Campione del mondo!

Nel 1924 vince anche il Gran Premio Wolber, una gara che se non è un campionato del Mondo è solo perché gli manca il nome, e la sua popolarità rimane sterminata. Poi, nel 1926, Costante cade di nuovo, questa volta in pista, e si frattura polso e clavicola. È l’inizio di un lungo e dorato tramonto. Tre anni dopo, il Campionissimo abdica definitivamente. Il 21 luglio 1927, sul circuito del Nürburgring, ad Adenau in Germania, si corre il primo campionato del Mondo. Cinque giri passano senza grosse emozioni, poi al sesto le cose cambiano di colpo. Sulla salita subito dopo Adenau è proprio Girardengo a dare la prima scossa alla gara. Il suo scatto provoca una netta selezione e con lui, nel gruppetto di testa, rimangono solo in sei: altri due italiani, Binda e Piemontesi, il francese Renè Brossy, il belga Aerts e il tedesco Rudolf Wolke, su cui si puntano le residue speranze dei tifosi locali. Intanto inizia piovere con insistenza e la fatica comincia a farsi sentire sul serio. Al successivo passaggio sulla salita, la corsa si decide. Binda parte improvvisamente e in poche centinaia di metri fa il vuoto dietro di sé. Gli resiste per un po’ solo Girardengo. In vetta allo strappo sono duecento i metri che dividono i due, ma al principio dell’ultimo giro il distacco è già salito a quasi due minuti. Per Costante è la fine, anche se nel diluvio riesce a mantenere la seconda posizione davanti a Piemontesi. Le due ruote hanno un nuovo re: Alfredo Binda.
Girardengo continua a correre, a lottare contro il tempo che passa e qualche volta riesce ancora a vincere, come nel 1928 a Sanremo e alla Sei giorni di Milano. Ormai però i giochi sono fatti e alla fine, nel 1936, arriva il ritiro, dopo centosei vittorie, nove titoli tricolori e 950.000 km in sella. Venticinque volte il giro del mondo, più o meno.
Costante però è troppo legato al ciclismo per non restare nell’ambiente. Si mette a fabbricare biciclette e diventa CT della Nazionale, portando Gino Bartali a vincere il suo primo Tour de France, nel 1938. Caso più unico che raro, arriva persino a dirigere una squadra in cui corre un certo Bernardini, che di nome si chiama Girardengo proprio in suo onore. Soddisfazioni che coronano una vita dura, ma vissuta con intensità sino all’ultimo giorno. Costante Girardengo muore il 9 febbraio 1978 ad Alessandria.

(
testo non coincidente con quello del podcast)

 
 
Sante Pollastro
Il campione e il bandito
di Danilo Francescano
polvere di stelle
 
 
Sante Pollastro photo credits Il bandito e il campione, lo splendido brano che Francesco De Gregori lanciò nel 1993, ha riportato agli onori della cronaca una figura che i più avevano dimenticata, quella di Sante Pollastri, il bandito anarchico. Il filo conduttore della famosa canzone, la storia dell’amicizia tra il Campionissimo Costante Girardengo e il fuorilegge, ha tuttavia abbellito con un alone di leggenda una realtà in effetti molto meno romantica, tragicamente nata nella miseria di quegli anni.
Pollastro (come si firmava e come appare nei verbali d’epoca) nacque a Novi Ligure il 14 agosto 1899, sei anni quindi dopo il ciclista. Già questo fa’ comprendere come fosse impossibile che i due si allenassero assieme: all’epoca dei primi successi di Girardengo, nel 1912-13, Sante era poco più di un bambino. Ciò non impedisce comunque che tra di loro si instaurasse almeno un certo grado di conoscenza, inevitabile nella piccola Novi di inizio Novecento. Oltre alle numerose testimonianze che lo confermano, e senza contare che né Costante, né Sante smentirono mai i loro cordiali rapporti di quegli anni, i due ebbero del resto almeno un grande amico in comune, il mitico massaggiatore Biagio Cavanna,
Non si sa perché ad un certo punto della sua esistenza Pollastro si trasformò in fuorilegge. Si è parlato dell’uccisione di un suo cugino da parte dei carabinieri, dopo una rapina in un appartamento, o anche di un fratello arruolato militare anche se gravemente malato e morto a seguito di ciò. Altrettanto oscura d’altra parte è l’origine della sua fama di anarchico: verosimilmente risale alle risposte fornite al giudice durante la deposizione in un processo che lo vide protagonista nel 1922. Pare che Pollastro avesse sputato (con quanta intenzionalità non è dato sapere) una caramella in direzione di due noti fascisti di Novi, che, non contenti di averlo picchiato a sangue, lo trascinarono per giunta in tribunale. Motivazioni a parte, sta di fatto che poco dopo Sante iniziò una carriera criminale durante la quale uccise non meno di quindici persone.
L’avventura di Pollastro volse al termine quando il bandito, ritenuto morto e fuggito in Francia dopo una sanguinosa rapina a Milano, attorno al Natale del 1926 decise di assistere a Parigi ad una Sei Giorni in cui correva Girardengo. I due ebbero un colloquio, in cui Sante chiese al ciclista di attendere un paio di mesi prima di rivelare che era ancora vivo. Girardengo come ovvio parlò molto prima, e dall’Italia fu subito inviato l’esperto questore Rizzo a collaborare con la polizia francese. La carriera transalpina di Pollastro durò per una trentina di rapine, poi nell’agosto del 1927 il ricercato fu riconosciuto alla stazione metropolitana della Nation da tre gendarmi. La sua resistenza questa volta fu vana e il fuorilegge più pericoloso d’Italia finì infine dietro le sbarre.
La leggenda vuole che fosse stato Girardengo a tradirlo, ma quel giorno il Campionissimo si trovava chissà dove e non pensava certo a Pollastro: molto più probabile che a mettere la polizia sulla pista giusta sia stata la donna che conviveva con il bandito.
In seguito Sante si pentì e durante la guerra, pur capeggiando una rivolta contro le guardie carcerarie a Ventotene, curò che fosse evitato ogni spargimento di sangue. Per questo episodio nel 1959 ottenne la grazia presidenziale e poté riabbracciare da uomo libero Girardengo. Sante Pollastro visse onestamente la sua vecchiaia come merciaio ambulante, rimanendo in contatto con l’ex-campione e morendo un anno dopo di lui, nel 1979.
 
 
dati tecnici del podcast
 
 

Ideazione: Marco Della Croce e Danilo Francescano

Testo del podcast: Danilo Francescano

Testo di polvere di stelle: Danilo Francescano

Voce narrante principale: Sandro Daneri

Voce narrante di polvere di stelle: Enrica Salvatori

Montaggio e regia: Marco Della Croce

Musiche impiegate: Ian Rushton–Erin's Theme, Coro Monte Bianco–Ta-pum, Aurelio Fierro–Capinera, Francesco De Gregori–Il bandito e il campione, Celestial Aeon Project–Threshold, Celestial Aeon Project–Straight Into Ambush, Celestial Aeon Project–Snowflakes, David Schombert–Jingle, Ryan W. Farish-Night Wind (tutti i brani sono sotto licenza creative commons, o di pubblico dominio o usati a scopo saggistico secondo la legge n. 159 del 22 maggio 1993)

File originale: 05.mp3

Dimensioni: 22,88 Mb

Durata: 25 minuti

Data di registrazione: venerdì 13 marzo 2009

Luogo di registrazione: Convento Cappuccini Monterosso (Sp)

 
 
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