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1950, la partita maledetta
Uruguay-Brasile 2-1: incubo al Maracanã
di Marco Della Croce e Danilo Francescano
podcast di calcio
 
 

la Nazionale dell'Uruguay del 1950 photo credits Non c’erano altri pronostici. Anche i più scettici e navigati opinionisti e conoscitori del calcio di quell’epoca non avrebbero scommesso un centesimo bucato contro la vittoria della squadra che avrebbe ospitato i quarti Campionati del mondo di calcio. Era il 1950 e la kermesse iridata, la prima dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, si sarebbe infatti svolta in Brasile.
I giallo-oro sudamericani erano dunque i superfavoriti: nessuna competizione prima di allora aveva coniugato tutti i parametri determinanti (forza di squadra, stato di forma, ambiente, tifo) in un’unica direzione. Di fatto, la Coppa Rimet era già vinta. C’era semmai da capire, dopo la lunga sospensione bellica, quali fossero le nuove gerachie internazionali. A partire dal secondo posto in poi, si intende.
L’Italia, campione del mondo in carica dal lontano 1938, si presentò a quei mondiali sotto shock. Il 4 maggio dell’anno prima, infatti, sulla collina di Superga era finita in un rogo la favola del Grande Torino: nel disastro aereo erano infatti morti i dieci undicesimi della Nazionale. La possibilità di difendere efficacemente il titolo con una Nazionale d’emergenza sarebbe dunque stata molto difficile. E così fu, anche grazie alla nostra atavica leggerezza.


Delusioni inaspettate

In effetti, in campo le cose andarono subito per il verso sbagliato. L’Italia, inserita nel terzo gruppo con Svezia e Paraguay, incontrò nella prima partita i giallo-blu scandinavi, considerati dai più solo modesti dilettanti. Il rapido gol di Riccardo Carapellese contribuì a far credere ai nostri giocatori che il match era già vinto. Una previsione tragicamente sbagliata: tre reti di fila degli svedesi ribaltarono ben presto il risultato, rendendo vano il gol segnato da Ermes Muccinelli nel finale. La successiva vittoria sul Paraguay per 2-0 non servì a nulla: la Svezia si era infatti garantita l’ingresso al girone finale pareggiando in precedenza con i sudamericani.
Peggiore sorte toccò alla nazionale inglese che partecipava per la prima volta alla competizione mondiale. I Leoni d’Inghilterra, inseriti nel secondo gruppo con Cile, Spagna e Stati Uniti, si vedevano già nella fase finale, soprattutto dopo aver affondato per 2-0 i modesti sudamericani. L’esito della partita successiva con i cugini americani, considerata di ordinaria amministrazione, fu però sorprendente: gli USA vinsero infatti 1-0 e la débâcle fu così inattesa che le agenzie londinesi, informate del risultato, pensarono a un errore di trasmissione e trasformarono in 10-1 per l’Inghilterra il clamoroso 0-1, facendo ridere il mondo intero. Ancora storditi del risultato gli inglesi persero anche l’ultima partita con la Spagna e tornarono anzitempo a casa.
L’attenzione di tutti era però concentrata sul primo girone, quello del Brasile. I padroni di casa passarono il turno, battendo sia il Messico che la Jugoslavia e pareggiando con la Svizzera. La fase successiva, che non prevedeva una finale vera e propria ma solo una classifica a punti tra le vincitrici dei gironi eliminatori, aveva in calendario, come secondo match, lo scontro tra il Brasile e l’Uruguay, a sua volta primo nel quarto girone. Ragioni di cassetta convinsero gli organizzatori a spostare l’incontro all’ultimo giorno.
Così, in un delirio crescente di tifo, si arrivò alla fase finale. I giallo-oro sudamericani confermarono una volta di più i pronostici che li volevano campioni, rifilando sette reti alla Svezia e sei alla Spagna. Il Brasile volava, i suoi fenomeni sembravano inarrestabili. Tutta la nazione era in delirio.
L’Uruguay, dal canto suo, teneva a stento il passo e, dopo l’iniziale pareggio con la Spagna, aveva acciuffato una vittoria per 3-2 nei minuti finali con la Svezia. Alla vigilia dell’ultimo incontro i padroni di casa erano un punto avanti alla nazionale uruguagia, ciò che avrebbe consentito ai brasiliani di vincere il titolo anche con un pareggio. Per i Celesti, invece, c’era un unico risultato a disposizione: la vittoria contro la Seleçao. Una vittoria al Maracanã.
Domenica 19 luglio 1950 andò finalmente in scena l’incontro decisivo. Decisivo si fa per dire: non c’era nessuno, nemmeno tra gli uruguaiani, che avrebbe sinceramente creduto a una sconfitta dei padroni di casa. Non ci credeva la Zecca Statale, che aveva già realizzato i bozzetti delle medaglie celebrative. Non ci credevano le autorità, che avevano già ordinato undici limousine pronte ad accogliere i campeones. Non ci credeva il Presidente dello Stato di Rio che pronunciò il discorso della vittoria ben prima del fischio d’inizio. Non ci credevano, infine, i 203.849 spettatori, quasi tutti brasiliani, che affollavano gli spalti del Maracanã.
Finalmente il fischio di avvio. Il Brasile partì subito in attacco, trascinato dal tifo infernale della folla. L’attacco della Seleçao non lasciò un attimo di respiro all’Uruguay, i cui difensori faticavano a tamponare quelle incursioni. Improvvisamente, al 28', l’uruguayano Rubén Morán si trovò tra i piedi un rinvio sbagliato della difesa giallo-oro ma non riuscì a deviare in rete. Lo stadio respirò di sollievo per lo scampato pericolo. L’assedio riprese più di prima, ma al 39' un bolide di Juan Alberto Schiaffino colpì il palo destro.


Una ripresa al cardiopalma

Al termine del primo tempo il risultato era dunque inchiodato sullo 0-0. I brasiliani iniziarono la ripresa all’arma bianca e al 2', finalmente, Friaça fece esplodere il Maracanã: rete! La gente si abbracciava, i cori della torcida salivano al cielo. La partita ricominciò e divenne più dura e fallosa. Il Brasile, non pago del vantaggio, continuò ad attaccare alla ricerca del raddoppio.
Al 66' il primo atto del dramma. Obdulio Varela passò la palla ad Alcides Ghiggia che, liberatosi di Bigode, crossò sull’accorrente Schiaffino che infilò il malcapitato portiere Barbosa con una tremenda rasoiata di destro: 1-1. Con il pareggio, il Brasile era ancora Campione, ma nel suo DNA esisteva (ed esiste tuttora) un solo gioco: l’attacco. Al 79' l’epilogo: Julio Perez lanciò la sfera ancora a Ghiggia che trafisse di nuovo Barbosa in uscita: 2-1 per l’Uruguay!
Sul Maracanã calò una tremenda cappa di gelo. Nell’assurdo silenzio si sentì solo Varela che incitava i compagni a resistere, ma il grande Brasile era ormai vinto. Gli attacchi erano senza convinzione, le gambe dei giocatori di piombo. Troppo grande la delusione, troppo forte l’amarezza. Al fischio finale Schubert Gambetta bloccò il pallone spiovente con le mani e fuggì via. I giocatori della Seleçao gridarono a Dio il perché di quel dolore insensato.
"Nunca maís!" ("Mai più!"), titolò l’indomani A Gazeta Esportiva Illustrada, esprimendo l’angoscia di un intero popolo. Quella sera si disperò tutto il Brasile, i poveri nelle baracche delle sterminate favelas, i milionari nelle grandiose ville sull’oceano. Si pianse a Rio, a Belo Horizonte e, naturalmente, a San Paolo. Si parlò anche di malori, di infarti e persino di suicidi.
Purtroppo non furono solo leggende urbane.

(
testo non coincidente con quello del podcast)

 
 
Tutta colpa della "scimmia"
L'indegna rissa di Schubert Gambetta
di Danilo Francescano
polvere di stelle
 
 
Schubert Gambetta (a dx) con Atilio 'Bigote' García photo credits L’Uruguay si presentò al Mondiale brasiliano del 1950 con molte speranze di ben figurare.
A parte il Brasile, vincitore annunciato, la nazionale Celeste era considerata una seria candidata al secondo posto, alla pari con Inghilterra e Italia. Ed in effetti, quella uruguagia era una formazione molto ben equilibrata: al genio del regista Pepe Schiaffino e al fulminante dribbling dell’ala destra Alcides Ghiggia, il piccoletto con i baffetti che avrebbe ammutolito il Maracanã, si aggiungeva la forza fisica dei reparti più arretrati.
La grinta del capitano Obdulio Jacinto Varela, detto El Negro Jefe, per esempio: un centrocampista di non eccelsa levatura tecnica, ma con agonismo da vendere e trascinatore per natura. O la combattività dell’altro mediano Schubert Gambetta, incontrista dal carattere focoso e molto deciso. Tanto per usare un eufemismo.
Qualche anno prima, per esempio, durante una partita del campionato sudamericano, Gambetta era uscito completamente di senno. Si era impadronito della bandierina del corner, e aveva distribuito vigorosi colpi sulla testa di chiunque, amico o nemico, osasse avvicinarsi. Niente di strano che lo avessero soprannominato El Mono, La Scimmia.
Il 12 luglio 1950, durante una partita di preparazione della Nazionale in vista del confronto con la Svezia, El Mono si scatenò.
L'atteggiamento violento di Gambetta fece degenerare un pacifico match in una rissa indegna. Il campo di San Paolo, che ospitava l'incontro amichevole tra la Celeste e la locale squadra dell'Araraf, fu teatro di una serie incredibile di scontri tra giocatori: l'allenamento di calcio divenne in pochi minuti qualcosa di simile ad un torneo di pugilato.
Inutile dire che gli avvenimenti vennero riportati con toni molto severi dalla stampa locale. Fu così che il giorno dopo ben pochi tra i neutrali spettatori paulisti tifarono per i cugini sudamericani. Purtroppo servì a poco, perché l’Uruguay sconfisse la squadra scandinava per 3 a 2, sia pure a fatica e con un goal di Miguez a sei minuti dal termine, e balzò ad un solo punto in classifica dal Brasile.
Tre giorni dopo l’Uruguay del Mono divenne Campione del Mondo, battendo incredibilmente la Seleçao brasiliana al Maracanã.
 
 
dati tecnici del podcast
 
 

Ideazione: Marco Della Croce e Danilo Francescano

Testo del podcast: Danilo Francescano

Testo di polvere di stelle: Danilo Francescano

Voce narrante principale: Sandro Daneri

Voce narrante di polvere di stelle: Enrica Salvatori

Montaggio e regia: Marco Della Croce

Musiche impiegate: Embalo Geral–Chegou O Carnaval, Black Stone-If Bossa Nova (Instrumental), Fatih Ozel-Canaval Inside, Norman Hedman-Tropique-Samba for Janice, AA. VV.-Brasil Anthem, Glacomotiny-Stadio Maracanà Rio de Janeiro-La Torcida Brasiliana, David Schombert-Jingle, Christopher Wright-Jingle, Ryan W. Farish-Night Wind (tutti i brani sono sotto licenza creative commons o di pubblico dominio)

File originale: 02.mp3

Dimensioni: 22,89 Mb

Durata: 25 minuti

Data di registrazione: martedì 3 giugno 2008

Luogo di registrazione: Convento Cappuccini Monterosso (Sp)

 
 
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