|
"Io
non sono il vincitore della maratona. Invece, come dicono
gli inglesi, io sono colui che ha vinto ed ha perso la vittoria".
Così scrive Dorando Pietri, classe 1885, da Carpi,
sul Corriere della Sera. L'incredibile vicenda
dell'atleta emiliano rappresenta uno degli episodi più
conosciuti della storia dei moderni giochi olimpici.
È il 24 luglio 1908 e, davanti al Castello di Windsor,
sta per prendere il via la maratona dell’Olimpiade
di Londra. Alla partenza, davanti alla principessa del Galles,
ci sono cinquantacinque atleti, tra cui due italiani ignoti ai più:
Umberto Blasi (che non terminerà nemmeno la corsa,
ritirandosi dopo pochi chilometri) e, appunto, Dorando Pietri,
garzone emiliano che, nei mesi precedenti, si è preparato
all'evento con allenamenti continui.
Alle 14.33 la partenza. Un terzetto di inglesi si porta
subito al comando della corsa, imponendo un'andatura elevata
ma, poco dopo, è il pellerossa canadese Tom Longboat
a prendere velocemente il largo. Dorando resta nelle retrovie,
vincendo a fatica la tentazione di corrergli dietro. La
sua tattica, dettata dal ricordo di precedenti spiacevoli
esperienze, è quella di tentare il tutto per tutto
nella seconda parte del percorso.
La rimonta
Verso metà gara, il maratoneta italiano si scuote
infatti dal suo apparente torpore e inizia la sua progressione,
rimontando posizioni su posizioni. Al trentaduesimo chilometro è
già secondo, a quattro minuti dal nuovo leader della corsa, il sudafricano Charles Hefferon. Longboat,
stremato, ha infatti preferito ritirarsi e scolarsi, dimentico
della gara, una bottiglia di champagne. Pietri
aumenta ancora il ritmo e al 39simo km raggiunge il battistrada,
sorpassandolo.
Manca ormai poco più di un chilometro all'arrivo,
sotto le tribune dello stadio di White City, ma Pietri deve
fare i conti con l'enorme dispendio di energie profuso durante
la rimonta, la disidratazione dovuta al gran caldo e, forse,
qualche intruglio chimico allora molto diffuso tra gli atleti.
La stanchezza gli fa perdere lucidità: invece di
rallentare, dato il vantaggio ormai incolmabile che sa di
avere, si fa prendere da una specie di delirio di onnipotenza.
All'entrata dello stadio, poi, Il black-out totale.
Sono le 17,18, due ore e 45 minuti dopo il via: Dorando
imbocca la porta del White City ed entra in pista, sbagliando
però la direzione della corsa. I giudici riescono
a farlo tornare indietro. Il traguardo è un miraggio
infinitamente remoto. Sugli spalti, le 75.000 persone convenute
cominciano ad intuire il dramma.
Dorando cade una prima volta, ma si rialza per pura forza
di volontà e forse già con l’aiuto di
qualcuno. Poi ricade ancora per altre quattro volte, ma
ancora, testardo e orgoglioso, si rialza. Alla sesta caduta,
però, Pietri non riesce più a rimettersi in
piedi. E qui accade qualcosa di straordinario: un giudice,
baffuto ed elegante, con in testa una paglietta e in mano
un megafono, rialza Dorando, ormai semisvenuto, lo sorregge
e lo accompagna, anzi, lo trascina di peso oltre il filo
di lana.
Un arrivo drammatico
Dorando taglia finalmente il traguardo: la vittoria è
sua. Sono le 17,28 e la sua corsa è durata 2h
54´ e 46", anche se per percorrere i trecentoventicinque metri
che lo separano dall'arrivo impiega quasi 10 minuti. Mentre
il pubblico, liberato di colpo da un peso invisibile, esplode
in un’ovazione senza fine, l’americano John
Hayes supera anch’egli il traguardo, trentadue secondi dopo
Pietri, seguito da Hefferon e da altri venticinque atleti.
La squadra americana presenta però un immediato reclamo
per l'aiuto ricevuto da Pietri, reclamo che viene prontamente
accolto. L'italiano è così squalificato e
cancellato dall'ordine di arrivo della maratona e la medaglia
d'oro, tanto sospirata, sfuma irrimediabilmente.
Il dramma di Dorando Pietri ha però commosso gli
spettatori dello stadio. Quasi a compensarlo della mancata
medaglia olimpica, la regina Alessandra lo premia con una
personalissima coppa d'argento dorato. Per Pietri è
l’inizio della celebrità: il racconto della
sua impresa eroica, ma sfortunata, fa immediatamente il
giro del mondo e l’atleta emiliano diventa improvvisamente
famoso. Sull'onda della sua fama, gli vengono dedicati libri,
articoli, canzoni, copertine e inviti a pagamento per correre
delle seguitissime rivincite contro Hayes che Dorando si
aggiudicherà sistematicamente.
Paradossalmente, la mancata vittoria olimpica diventa la
chiave del suo successo, consegnando per sempre il giovane
Pietri alla storia dello sport.
(testo non coincidente con quello del podcast)
|
| |
| |
Questione di bandiere |
Olimpiade 1908: una cerimonia contestata |
di Danilo Francescano |
|
| |
| |
Il
13 luglio 1908, il White City Stadium di Londra ospitò
la cerimonia d’apertura dei IV Giochi Olimpici. Anche
se le gare erano iniziate già dal 24 aprile, si trattò
comunque di un progresso: dopo i fasti di Atene 1896, le
due seguenti disgraziate edizioni non avevano avuto un tale
onore.
Di fronte al Re Edoardo VII, in grande uniforme, e alla
Regina Alessandra, in completo blu pallido, avrebbero dovuto
sfilare gli emblemi di ventidue nazioni, rappresentate da più
di duemila atleti. Avrebbero dovuto, si diceva: in realtà
sfilarono solo 21 vessilli e non senza qualche incidente.
La cerimonia fu infatti il teatro di una piccola guerra
delle bandiere, già iniziata nei giorni precedenti.
La Finlandia, Granducato vassallo dello Zar con concrete
ambizioni di indipendenza, avrebbe voluto portare il proprio
stendardo ma il Comitato Olimpico Internazionale,
su pressione russa, glielo vietò. Fu così
che il coraggioso paese scandinavo partecipò alla
rassegna tristemente e senza un simbolo nazionale.
Altri problemi vennero da Irlanda, Scozia e Galles: a loro
Londra negò rappresentative autonome. Furono però
soprattutto Svezia e Stati Uniti a risentirsi, perché
le loro bandiere non erano state issate sui pennoni dello
stadio. Pare che si trattasse di una semplice trascuratezza,
ma i due paesi la giudicarono una grave offesa, e reagirono
in modi diversi.
La Svezia, con un pretesto, ritirò i propri atleti
dall’importante torneo di lotta. Gli Stati Uniti furono
più plateali e rischiarono l’incidente diplomatico.
Al passaggio davanti al palco reale, il portabandiera degli
Stati Uniti rifiutò di abbassare l’insegna
a stelle e strisce, come prassi, cerimoniale e semplice
educazione avrebbero richiesto.
Nessuno può dire se il pesista Rose pronunciò
davvero la frase che gli fu attribuita: “La nostra
bandiera non si abbassa di fronte a nessun fottuto re della
terra!”. Resta il fatto che il suo gesto fu molto
poco apprezzato dai trentacinquemila presenti, già
irritati dal freddo della piovosa giornata londinese.
Per la cronaca, il pesista Ralph Rose, californiano corpulento
e deriso dalla stampa, vinse il torneo olimpico, così
come aveva fatto a Saint Louis nel 1904 e come avrebbe fatto
di nuovo a Stoccolma nel 1912, nel lancio a due mani. |
| |
| |
 |
| |
| |
Ideazione: Marco Della Croce e Danilo Francescano
Testo del podcast: Danilo Francescano
Testo di polvere di stelle: Danilo Francescano
Voce narrante principale: Sandro Daneri
Voce narrante di polvere di stelle: Enrica Salvatori
Montaggio e regia: Marco Della Croce
Musiche impiegate: Anto Studio-Satori Night (Takehisa
Takatsuki Sax), AA.VV.-God Save the King, Fatih Ozel-Canaval Inside, Norman Hedman-Tropique-Samba for
Janice, Vladimir Persan-Don’t, Enrico Caruso-Lolita Spanish Serenade, David Schombert-Jingle, Christopher Wright-Jingle, Ryan W. Farish – Night Wind (tutti i brani sono sotto licenza creative commons o di pubblico dominio)
File originale: 01.mp3
Dimensioni: 22,89 Mb
Durata: 25 minuti
Data di registrazione: martedì
4 marzo 2008
Luogo di registrazione: Teatro Comunale
Monterosso (Sp)
Errata corrige: (24'
21") intendi "Stoccolma" in luogo di "Amsterdam" |
| |
| |
|
|
|
|